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Pasolini, la voce contro l’omologazione: televisione, dialetti, digitale. Il suo sguardo anticipa le crisi culturali di oggi


Ci fu un tempo in cui parlare di televisione significava parlare di educazione collettiva, di linguaggio condiviso, di modelli sociali. Pier Paolo Pasolini lo comprese prima di molti altri, intuendo che il vero cambiamento dell’Italia non sarebbe passato soltanto dall’economia o dalla politica, ma da ciò che ogni sera entrava nelle case: immagini, parole, gesti, desideri. In quella soglia fra schermo e quotidianità egli vide nascere una nuova forma di potere, meno visibile della politica e più penetrante della scuola.

di Vincenzo Bolia

Pier Paolo Pasolini, la voce contro l’omologazione

Pasolini fu una delle figure più complesse e versatili del Novecento italiano. Nato a Bologna nel 1922 e ucciso a Ostia nel 1975, attraversò poesia, narrativa, cinema, teatro, pittura, linguistica e giornalismo con una libertà intellettuale rarissima. Ogni sua opera è parte di un unico discorso morale sul destino dell’uomo contemporaneo.

La sua biografia culturale è inseparabile dall’Italia del dopoguerra. Pasolini osservò il Paese nel passaggio dalle rovine della guerra al miracolo economico, dalla civiltà contadina alla società industriale, dalla povertà dignitosa dei margini alla nascente società dei consumi. Quel passaggio, ai suoi occhi, non era semplice progresso: era una trasformazione profonda delle coscienze.

Fu tra i primi a capire che la modernizzazione non produceva solo benessere materiale, ma una mutazione antropologica. Cambiavano i corpi, i desideri, i sogni, la lingua, il modo di stare insieme. La televisione diventava il grande acceleratore di questo processo, imponendo modelli di comportamento che superavano i confini regionali e sociali.

Nelle Lettere luterane e negli Scritti corsari la sua analisi raggiunge il punto più lucido. La televisione non è più soltanto mezzo di informazione: è strumento di formazione antropologica, macchina di omologazione nazionale, dispositivo che modella lessico e immaginario. La sua forza non è nell’argomentare, ma nel mostrare e ripetere.

La radicalità di Pasolini nasce da qui: la tv non trasmette soltanto contenuti, ma stili di vita. La scuola può essere contestata, la famiglia può essere discussa, il partito può essere abbandonato; il piccolo schermo, invece, entra silenziosamente nelle case e trasforma il consumo in codice morale condiviso.

Dal palinsesto televisivo al palinsesto digitale, il passo è sorprendentemente breve. Oggi non esiste più soltanto la sequenza ordinata dei programmi di una rete, ma un flusso ininterrotto di contenuti che accompagna ogni istante della giornata: notifiche, video brevi, piattaforme, social network, streaming, pubblicità personalizzate.

Il nuovo direttore di rete è l’algoritmo. Invisibile, automatico, apparentemente neutrale, decide priorità, gerarchie, tempi di esposizione, persino emozioni dominanti. Anche qui Pasolini appare profetico: la sua critica all’omologazione televisiva sembra anticipare la standardizzazione prodotta oggi dai flussi digitali.

Il rischio resta lo stesso, ma si fa più sottile. Non c’è più un centro visibile da contestare; c’è una rete diffusa di automatismi che privilegia linguaggi semplici, reazioni immediate, immagini seriali, parole brevi. La complessità si assottiglia, la profondità cede alla velocità, la riflessione al riflesso.

È in questo scenario che il tema delle lingue minori e dei dialetti assume una forza decisiva. Pasolini vide nella scomparsa delle parlate popolari non un semplice mutamento linguistico, ma la cancellazione di mondi interiori. Ogni dialetto custodisce infatti una geografia emotiva, una memoria del lavoro, una relazione concreta con il paesaggio.

Le lingue locali nominano sfumature che la lingua standard tende a uniformare: il vento, la pietra, il campo, la pioggia, il soprannome, la parentela, la qualità di una luce. In esse vive una conoscenza stratificata nei secoli. Perderle significa perdere una forma di esperienza del reale.

Custodire le lingue minori non significa imbalsamare il passato, ma proteggere la pluralità degli sguardi. Una democrazia culturale forte non teme la molteplicità delle voci: la considera ricchezza. Ogni dialetto salvato restituisce al Paese una possibilità ulteriore di pensiero.

Ridurre Pasolini a un nostalgico sarebbe profondamente ingiusto. Il suo pensiero è, al contrario, pedagogico e futuribile. Egli chiede una cultura capace di formare coscienze critiche, non spettatori permanenti. L’educazione, per lui, è apprendimento del vedere: distinguere l’autentico dall’imposto, il desiderio reale dal bisogno indotto.

Per questo la sua lezione parla ancora al presente. Oggi la domanda non è più soltanto che cosa guardiamo, ma chi costruisce il nostro immaginario. Se ieri era il piccolo schermo, oggi sono le piattaforme, i feed, i sistemi di raccomandazione, le metriche dell’attenzione.

Rileggere Pasolini significa allora interrogarsi sulla qualità della nostra libertà. Quanto del nostro sguardo è davvero nostro? Quanto linguaggio perdiamo nell’accelerazione continua? Quanto spazio resta per la lentezza della lettura, per la specificità dei territori, per la voce non allineata?

Nel tempo degli algoritmi, delle parole ridotte e delle differenze assorbite dal flusso, la sua lezione resta una domanda aperta e civile. Difendere le voci laterali, i dialetti, la pluralità degli sguardi e il pensiero lento non è nostalgia: è una scelta di civiltà.

Per questo il suo messaggio non appartiene al Novecento. Pasolini continua a parlarci come coscienza vigile contro ogni nuova forma di uniformità dell’anima italiana, e proprio per questo interroga il futuro culturale del Paese.

Vincenzo Bolia

 


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