Con la morte ho giocato per tutta la vita. A scacchi, talvolta, a nascondino talaltra. Siamo diventati amici, complici e amanti clandestini.
di Paolo Geraci

L’ho sconfitta quando voleva portar via chi mi si era affidato. Mi ha fregato quando giocava sporco e mi illudeva di essere onnipotente e non un povero medico incapace di curare se stesso e figurarsi gli altri. Da bambino volevo guarire i ciliegi, / quando rossi di frutti li credevo feriti / la salute per me li aveva lasciati / coi fiori di neve che avevan perduti. Questa beata illusione del medico di Spoon river, meravigliosamente raccontata dal miglior De Andrè, mi ha accompagnato da quando anch’io feci la scelta di curare, se non di guarire e poi di “rianimare”, cioè strappare all’amante clandestina quanti più frutti rossi e farli tornare fiori di neve.
Dov’eravamo rimasti? Alla morte. Da allontanare, a tutti i costi. Agli spacciatori di longevità e di illusioni. E infine, all’elogio di Garattini, il grande vecchio. Esempio illuminato di quel modello formulato da John W. Rowe e Robert L. Kahn negli anni ’80-’90, noto come successful aging (“invecchiamento di successo”): vivere a lungo mantenendo autonomia, lucidità e partecipazione alla vita sociale. In fondo, ciò che l’OMS definisce healthy aging (“invecchiamento in salute”).
Non sono molti, ma esistono. Personalmente ne conosco diversi: ultranovantenni che non si sono mai preoccupati degli anni che passavano. Fortunati? Cerchiamo di capirlo ricordandoci che l’aneddotica in Medicina non funziona: “mio cuggino beve due litri di vino al giorno da una vita e sta benissimo“; “il padre del mio amico fuma trenta sigarette al giorno e mica ha il cancro ai polmoni“; “la sorella di Tizio non fumava, non beveva, mangiava pochissimo e c’ha avuto l’ictus!“.
Ecco l’intervista al centenario di turno, nato in un paesino remoto, cresciuto a pane, cicoria e fatica, che racconta di aver fumato fino a sessant’anni, bevuto vino tutti i giorni e lavorato dodici ore nei campi e via discorrendo. Ultimo caso, preso proprio da Trucioli.it (n. 28 del 26 febbraio): Festival di Sanremo, prima serata. L’ospite d’onore resta la signora Gianna Pratesi, 105 anni da Chiavari, “una di quelle donne che il 2 giugno del ’46 andarono a votare per la prima volta”. Lucidissima, la signora Gianna racconta che il prossimo 16 marzo saranno 106. Conti le chiede di quel 2 giugno, cosa votò? “Noi a casa eravamo tutti di sinistra, ho votato repubblica”. Svela il segreto della longevità: “Ho avuto una bella gioventù, una famiglia d’oro, mangiavo il cibo che mi piaceva. Oggi leggo tre giornali tutte le mattine, la Gazzetta sportiva, il Venerdì e Il Secolo XIX». Ha un consiglio per i giovani di oggi: “Non dovrebbero essere severi con gli altri, capire com’è la vita e non arrabbiarsi, bisogna volere bene”».
E poi la supercentenaria Claudia Baccarini Baldi, vissuta fino a centoquattordici anni: lucidità, leggerezza e un’ironia capace di ribaltare ogni prospettiva. Quando qualcuno le diceva: “Spero di rivederla!“, lei rispondeva: “E perché no? Mi sembra che lei sia in ottima forma!”.
E infine la nostra carissima Bice, Bice Comparato, che nel numero di Trucioli.it del 25 settembre 2025 celebrava i suoi primi cent’anni. Lei che vive da anni nella sua campagna dei Massaretti sopra Albenga, circondata dai suoi cari, e che risponde “non lo so” a chi le chiede quale sia il suo segreto. Eppure lei è un esempio lampante di quello che abbiamo citato come successful aging, in puro dialetto ingauno (tks Cabàn!): restò zueni drentu e fòa, aa faccia du tempu cu passa e u sgrugia in ta pelle e in tu spiritu.…. (“restare giovani dentro e fuori, alla faccia del tempo che passa ma scivola via sulla pelle e nello spirito”).
Stupore e ammirazione. Esempi da seguire? Forse no, direi. Quel brav’uomo e quelle simpatiche donne non sono longevi perché hanno mangiato e vissuto così. Ma forse lo sono nonostante abbiano mangiato e vissuto così.
Il tema dei centenari va comunque affrontato con rispetto. Per evitare l’aneddotica, bisogna andarli a cercare e “capire se sia possibile capire” qualcosa.
Alla fine degli anni Novanta, quasi per caso, un medico sardo, Gianni Pes, e un demografo belga, Michel Poulain, ci hanno provato. Analizzando in modo sistematico i dati anagrafici della Sardegna, i due ricercatori hanno identificato una concentrazione insolitamente elevata di centenari in alcune aree montane dell’isola, in particolare nella regione dell’Ogliastra.
Mi piace pensare che Poulain avesse l’abitudine di evidenziare con un pennarello blu i punti chiave dei testi o delle carte che studiava. Così iniziava a segnare in blu sulla carta i comuni in cui i centenari erano più numerosi. Senza saperlo, stava disegnando un’immagine destinata a diventare iconica. Da quel gesto banale, anche se razionale, di cerchiare in blu certe zone “simili” nascerà il termine “Blue Zone” per indicare le zone abitate da persone molto anziane. E da quel termine, un intero campo di ricerca sulla longevità umana.
Negli anni successivi – siamo agli inizi del nuovo millennio – il fiuto di un abile giornalista statunitense, Dan Buettner (classe 1960), ex ciclista professionista e avventuriero, intuisce la potenzialità mediatica della osservazione scientifica dei due sconosciuti e decide di cavalcarla. Lo scaltro giornalista entra in contatto con loro, propone di unirsi al loro lavoro sul campo in Sardegna e inserisce il caso sardo in un progetto più ampio finanziato da National Geographic. E siamo intorno al 2004. Trasforma quei semplici appunti colorati in un termine di facile presa mediatica: “zone blu”, Blue Zones e lo utilizza – come brand – per indicare, in modo efficace e memorabile, le altre aree del mondo con analoga concentrazione di centenari.
Nel novembre 2005, su National Geographic, Dan Buettner pubblica l’articolo “The Secrets of Long Life”, corredato di suggestive immagini, portando il tema della longevità all’attenzione del grande pubblico e consolidando il termine “Blue Zones” in chiave divulgativa, non scientifica. Insomma non ha “scoperto” la longevità, ma l’ha portata alla ribalta, trasformando osservazioni epidemiologiche sparse in un racconto coerente, replicabile e mediaticamente efficace, pronto a conquistare la celebrità.
Ed ecco le prime cinque “zone blu” della longevità, descritte nell’articolo del novembre 2005. Oltre alla prima, originaria, della regione montuosa dell’entroterra della Sardegna che comprende la Barbagia e l’Ogliastra, in cui si registra una delle più elevate concentrazioni al mondo di uomini centenari, ne sono state identificate altre quattro. Ikaria, isola greca dell’Egeo, nota per presentare tra i più bassi tassi di mortalità nella popolazione di mezza età e una ridotta incidenza di patologie neurodegenerative. La penisola di Nicoya, in Costa Rica, nella quale si osservano livelli particolarmente bassi di mortalità nella mezza età e un’elevata sopravvivenza nelle età avanzate. Peculiare, poi, è il caso della comunità degli Avventisti del Settimo Giorno a Loma Linda, in California: gli appartenenti a questo gruppo religioso mostrano un’aspettativa di vita mediamente superiore — fino a circa dieci anni — rispetto alla media nordamericana. Infine, Okinawa, in Giappone, storicamente considerata una delle aree con la popolazione femminile più longeva al mondo, in particolare per l’elevata presenza di donne centenarie.
Queste aree non rappresentano modelli isolati o immutabili, ma configurazioni complesse di fattori ambientali, sociali, culturali e alimentari, difficilmente riducibili a un’unica spiegazione causale. Analizzando le abitudini di vita dei centenari delle Blue Zones si evidenzia che non inseguono strategie di ottimizzazione biologica né si affannano a “hackerarsi” il corpo, non contano i passi e non vivono di superfood esotici. Fanno qualcosa di molto più sovversivo: vivono normalmente, ma bene. Si muovono senza “allenarsi“, perché la vita lo richiede. Mangiano con misura, senza ossessioni. Hanno uno scopo, ma non lo chiamano così: lo vivono. Coltivano relazioni, mantengono un senso. Bevono vino, mettono la famiglia al centro, senza bisogno di teorizzarlo. E soprattutto non trasformano lo stress in una battaglia esistenziale. In sintesi, più che seguire regole, “abitano equilibri“. E forse il loro vero segreto è che non hanno mai trasformato la longevità in un progetto né tantomeno in una ossessione, ma l’hanno raggiunta senza saperlo.
Buettner conia anche l’espressione “Power 9” per sintetizzare le abitudini comuni osservate in queste popolazioni. Un modello efficace sul piano narrativo, meno sul piano scientifico. Lo lancia nel 2008 in un libro di successo intitolato – guarda un po’ – “The Blue Zones“. Anche questa trovata si rivela vincente come operazione di branding scientifico-divulgativo. Non è la scoperta di nove leggi della longevità, ma la loro trasformazione in un decalogo (anzi, essendo nove, un ennealogo!) narrativo memorabile.
Questo ennealogo trova poi, nel 2016, una sorta di validazione scientifica con la pubblicazione di un articolo su una rivista – diciamo – “seria” (seppur di fascia medio-bassa / medio-divulgativa in ambito accademico), l’American Journal of Lifestyle Medicine, in cui lo stesso Dan Buettner, con l’aiuto di una ricercatrice ripete i suoi magici “Power 9”. La ricercatrice si chiama Stacey Skemp ed è la figura che traduce il modello Blue Zones in formato accademico, ma non ne rappresenta certo una validazione esterna indipendente. Insomma il nostro abile Dan se la canta e se la suona alla grande! Bravo bravissimo, vero esempio di genialità imprenditoriale concentrata sul proprio ego. Ma poi… chi sono io per giudicare?
E questo è il momento di accennare a un concetto cruciale. Si chiama survivorship bias, ovvero distorsione del sopravvissuto. È un errore di interpretazione che si verifica quando si traggono conclusioni osservando solo chi ce l’ha fatta, dimenticando tutti gli altri. L’esempio classico risale alla Seconda guerra mondiale. Gli ingegneri analizzavano i bombardieri rientrati dalle missioni per capire dove rinforzare la corazza. Le ali e la fusoliera erano crivellate di colpi, i motori molto meno. La conclusione intuitiva — ma sbagliata — era rinforzare le ali. Quella corretta era l’opposto: bisognava rinforzare i motori, perché gli aerei colpiti lì non tornavano affatto. I dati osservati riguardavano solo i sopravvissuti.
Questo schema interpretativo è estremamente utile anche per leggere criticamente il fenomeno delle “Blue Zones” e il modello dei “Power 9″, sintetizzati da Dan Buettner.
Quando osserviamo i centenari sardi, okinawensi o ikariani, stiamo infatti guardando un campione altamente selezionato: individui che, per ragioni genetiche, ambientali e casuali, sono riusciti a sopravvivere fino a età estreme. Da questi soggetti vengono poi estratte, a posteriori, alcune caratteristiche comuni — alimentazione frugale, movimento quotidiano, forte integrazione sociale — che vengono organizzate nel modello dei “Power 9”.
Il rischio di questo procedimento è confondere “ciò che è compatibile con la sopravvivenza” con “ciò che la causa“. Non sappiamo se quei comportamenti producano la longevità, o se siano semplicemente presenti in chi, per altri motivi, è sopravvissuto abbastanza a lungo da essere osservato. In definitiva i “Power 9” non costituiscono un modello causale rigoroso, ma una sintesi narrativa efficace di fattori eterogenei — alcuni ben documentati, altri più suggestivi che dimostrati — che riflettono uno stile di vita complesso difficilmente riducibile a un elenco di regole. Questo non li rende irrilevanti — molti sono plausibili e supportati da evidenze indipendenti — ma impedisce di considerarli automaticamente “determinanti causali della longevità“. La lezione, dunque, è la stessa dei bombardieri: non basta osservare chi è tornato per capire perché è sopravvissuto. Le Blue Zones ci mostrano “come vivono i sopravvissuti“, non necessariamente “perché sono sopravvissuti”.
Forse, più che svelare il segreto della longevità, le Blue Zones ne raccontano il paesaggio: e come ogni paesaggio ben narrato, rischiano talvolta di farci dimenticare che ciò che vediamo è anche il risultato di ciò che non vediamo.
Per oggi, direi, anche basta!
Paolo Geraci
