Se pensiamo a quanti labirinti abbiamo attraversato per giungere alla nostra età avanzata, dovremmo compilare un elenco di molte pagine. In questa sede vorrei esaminare almeno i due principali labirinti della mia vita: quello del prato di Rocchetta, in cui entravo da bambino, e quello del libro stampato che mi ha sempre attirato e che ancora esercita una forte attrazione.
di Bruno Chiarlone Debenedetti
Vorrei esaminare almeno i due principali labirinti della mia vita: quello del prato di Rocchetta, in cui entravo da bambino, e quello del libro stampato che mi ha sempre attirato e che ancora esercita una forte attrazione.Nel prato entravo quando l’erba non era ancora alta perché mi sembrava un misfatto calpestare il verde e lasciare una traccia del mio passaggio non consentito. Quando gli steli dei fiori erano ancora piccoli e l’erba cominciava a crescere nei primi mesi dell’anno, il mio passaggio era presto dissimulato dallo sviluppo della natura che interessava tutto il prato.
Più avanti nel tempo vedevo le tracce lasciate dagli animali notturni, lepri e tassi, topi e volpi che disegnavano sentieri evidenti nella pagina verde del prato.
Non vi erano tracce umane oltre ad un sentiero che attraversava diagonalmente il prato e portava alla Curnare‘, sulla cima della collina.
Più avanti nel tempo vedevo le tracce lasciate dagli animali notturni, lepri e tassi, topi e volpi che disegnavano sentieri evidenti nella pagina verde del prato.
Non vi erano tracce umane oltre ad un sentiero che attraversava diagonalmente il prato e portava alla Curnare‘, sulla cima della collina.
Era una scorciatoia che evitava ai contadini di percorrere la strada lungo il fosso, al fondo dei campi, più agevole ma più lunga.
Vi erano parecchi sentieri che attraversavano campi e prati ed erano percorsi ogni volta che le persone si spostavano da sole, senza il carro agricolo con gli attrezzi per il lavoro dei campi.
Tutti questi tracciati provvisori costituivano il labirinto delle Moglie ed erano noti alle persone di Rocchetta da tempi immemorabili.
Vi erano parecchi sentieri che attraversavano campi e prati ed erano percorsi ogni volta che le persone si spostavano da sole, senza il carro agricolo con gli attrezzi per il lavoro dei campi.
Tutti questi tracciati provvisori costituivano il labirinto delle Moglie ed erano noti alle persone di Rocchetta da tempi immemorabili.Così come i nomi delle località e quelli dei proprietari che venivano trasmessi di padre in figlio e da nonno e nipote.
Le prime nozioni che si imparavano in famiglia, anche dagli zii contadini e dai cugini, come nel mio caso, erano appunto le proprietà e i confini, oltre alle scorciatoie che costeggiavamo solchi, siepi e cauzagne.
Le prime nozioni che si imparavano in famiglia, anche dagli zii contadini e dai cugini, come nel mio caso, erano appunto le proprietà e i confini, oltre alle scorciatoie che costeggiavamo solchi, siepi e cauzagne.
Quest’ultime erano le porzioni di terra che costeggiavamo i campi coltivati ed erano percorribili anche quando il proprietario seminava fino all’orlo del terreno, in linea con i termini in pietra sepolti agli angoli dei prati e dei campi.
Quando bambino uscivo di casa per andare ai Rusei, dove abitavano i vecchi Luigina e Gep Bottero, zii di mia mamma, attraversavo il labirinto delle Moglie e poi quello dei Zunchi. Infine attraversavo la Cava di Arenaria e passato il bosco, potevo intravvedere la casa dei parenti.
Bruno Chiarlone Debenedetti

