A molti sarà capitato di vedere o persino assistere a potature selvagge di alberi nei viali, nei giardini pubblici e privati, sulle piazze.

Chi opera sono soprattutto operai di aziende di manutenzione del verde. Raramente sono professionisti che operano direttamente sugli alberi e sono detti arboricoltori (spesso certificati ETW – European Tree Worker). Alberi con decenni di vita che ‘decapitarli’. La motivazione ufficiale:”Ci sono una, a volte due perizie che documentano la pericolosità”. Essa è dovuta a lesioni all’apparato radicale causate da scavi, lavori edili, soffocamento da asfalto o marciapiedi, che rendono l’albero incapace di restare ancorato al terreno.
“Ma è proprio necessario tagliare tutto così?”. E quante volte vedere alberi che sembravano sanissimi, con la scusa invece che erano malati e pericolanti? Per poi scoprire che – guarda caso – poche settimane dopo che al posto degli alberi comparivano dei parcheggi, ampliamento di spazi.La rassicurazione: saranno sostituti con piantagioni più appropriate, magari sempreverdi.
Ma gli alberi del nostra Riviera non sono soltanto verde di contorno, utilissima ombra estiva o fondale da cartolina. Sono paesaggio, memoria, protezione climatica, biodiversità, equilibrio del suolo. Eppure, sempre più spesso, diventano anche motivo di paura, polemica, perizie, abbattimenti, cantieri, autorizzazioni, proteste dei cittadini.
Il tema è concreto: quando un albero va davvero tagliato? Quando invece può essere salvato? E chi deve deciderlo?
Federico Simone è perito agrario libero professionista e arboricoltore certificato ETT, European Tree

Technician. Da quasi trent’anni si occupa di arboricoltura urbana, valutazione della stabilità degli alberi, rischio arboreo, prove strumentali, gestione tecnica del verde pubblico e privato. Lavora tra Lombardia e Liguria, ha una base operativa anche a Pieve Ligure e, nel Levante, opera attraverso il progetto Alberi del Levante. A Rapallo, insieme alla dottoressa Laura Ragazza, segue un incarico triennale per la cura degli alberi, la valutazione di stabilità e il censimento arboreo del Comune. Nel territorio ha lavorato anche su casi a Recco, Portofino e Rapallo, compreso il cipresso monumentale del Parco Casale.
La sua posizione è netta: gli alberi non vanno trattati come arredo urbano sostituibile. Prima di tagliare, potare drasticamente, puntellare o imbragare, bisogna studiare. E spesso la soluzione più seria non è l’intervento più vistoso, ma quello più competente.
Che cosa fa esattamente un arboricoltore certificato?
“Mi occupo della cura degli alberi e della loro valutazione tecnica. Sono perito agrario libero professionista e arboricoltore certificato a livello europeo. Questo significa che il mio lavoro non è semplicemente guardare un albero e dire se mi sembra pericoloso o no. Bisogna conoscerne la specie, la storia, la morfologia, il comportamento, il sito in cui cresce, le eventuali ferite, i funghi, le radici, le interferenze con edifici, strade, cantieri. L’albero è un organismo vivente complesso, non un palo piantato nel terreno”.
Perché ha scelto di lavorare anche nel Levante ligure?
“Perché in Liguria vedo una necessità forte di professionalità nella gestione degli alberi. Qui ci sono alberi importanti, alberi monumentali, alberi privati che fanno parte del paesaggio, pini, cipressi, palme, lecci, alberature storiche. Ci sono amministrazioni sensibili e ci sono privati che cominciano a capire che prima di abbattere bisogna valutare. A Rapallo, con la dottoressa Laura Ragazza, abbiamo un incarico triennale per la cura degli alberi, la valutazione di stabilità e il censimento arboreo”.
Spesso i cittadini vedono alberi tagliati e non capiscono se fosse davvero necessario. È una domanda legittima?
“È assolutamente legittima. Quando un albero viene abbattuto, soprattutto se è un albero importante o visibile, sarebbe opportuno che ci fosse chiarezza. In molti casi le amministrazioni hanno fatto controlli e perizie. Poi magari si scopre che a fare la valutazione è stato un semplice giardiniere. Con tutto il rispetto per i giardinieri, c’è la stessa che tra un infermiere e un medico specialista. Lo dico sempre: se ho un problema fisico importante, spesso sento più di uno specialista. Se devo abbattere un albero che è lì da decenni, perché dovrei accontentarmi di un solo parere? Un accesso agli atti, una verifica, una seconda valutazione tecnica possono essere strumenti utili, non polemici”.
Lei distingue molto tra giardiniere e specialista degli alberi. Perché?
“Perché sono ruoli diversi. Ci sono giardinieri molto bravi, sensibili, competenti, che osservano gli alberi tutti i giorni e spesso sono i primi ad accorgersi che qualcosa è cambiato. Ma un giardiniere non dovrebbe decretare da solo l’abbattimento di un albero. Può avere un sospetto, può segnalare un problema, può dire: qui serve un approfondimento. Poi deve entrare in campo il professionista specializzato. È come in medicina: il medico generico può indirizzare, ma per un problema cardiaco serve il cardiologo. Nel nostro campo è la stessa cosa”.
Quindi un albero inclinato non è automaticamente pericoloso?
“No, assolutamente. L’inclinazione spaventa, ma non coincide necessariamente con instabilità. Molti alberi si sono adattati nel tempo alla propria posizione. Penso ai pini della Liguria: spesso li vediamo inclinati, con radici che sembrano superficiali, e questo genera paura. Ma in molti casi quella è la loro forma, il loro adattamento al sito. Più faccio controlli e prove di trazione, più mi rendo conto che molti alberi hanno capacità di tenuta superiori a quanto si pensa guardandoli da fuori”.
Che cos’è, in parole semplici, una prova di trazione?
“È una prova strumentale che simula l’azione del vento sull’albero. Si applicano sensori molto precisi, inclinometri, alla base e nei punti necessari; poi con una fune e un paranco si esercita una trazione controllata, come se l’albero fosse sollecitato dal vento. I sensori misurano come risponde il sistema albero-suolo. I dati vengono elaborati e restituiscono un fattore di sicurezza. È un’operazione tecnica, scientifica, non invasiva, che permette di capire se l’albero ha una buona tenuta radicale”.
Quanto può costare un controllo di questo tipo?
“Dipende molto dal sito. In Liguria i contesti sono spesso complicati: terrazzamenti, pendii, accessi difficili, spazi ridotti. Però, per dare un ordine di grandezza, una prova di trazione evoluta può costare intorno ai 900 euro. Una valutazione visiva o strumentale di base può costare meno. Ma il punto economico vero è un altro: spesso si spendono molti soldi per potature drastiche, abbattimenti, interventi ripetuti e dannosi, quando con una valutazione corretta si potrebbero fare interventi più mirati, meno invasivi e più utili”.
Quindi il risparmio non è tagliare subito?
“No. Tagliare subito può sembrare la scelta più semplice, ma non è detto che sia la più economica, né la più sicura. Un abbattimento ha un costo. Una sostituzione ha un costo. Un nuovo albero va comprato, piantato, bagnato, seguito. E spesso non sopravvive. Inoltre, se tolgo un grande albero adulto, perdo subito ombra, assorbimento dell’acqua, mitigazione della temperatura, biodiversità, valore paesaggistico. Un giovane albero piantato al suo posto non restituisce quei benefici per molti anni, ammesso che attecchisca”.
Lei sostiene che si pota troppo?
“Sì. La potatura è una delle voci di spesa più importanti nella gestione del verde, pubblica e privata. Ma spesso si pota troppo, male, in modo invasivo. La capitozzatura, cioè il taglio drastico della chioma, stressa l’albero, altera il suo equilibrio, riduce le difese, favorisce malattie e problemi fitosanitari, può rendere l’albero più fragile nel tempo. E intanto toglie subito i benefici della chioma: ombra, fresco, assorbimento degli inquinanti, rifugio per gli uccelli, regolazione dell’acqua”.
Molti pensano che un albero potato drasticamente sia più sicuro.
“È una percezione comprensibile, ma spesso sbagliata. Vedere una chioma ridotta può tranquillizzare, perché l’albero sembra meno esposto al vento. In realtà la chioma è anche il modo in cui l’albero dissipa l’energia del vento. L’albero deve potersi muovere. Reprimerlo, svuotarlo o dimezzarlo non significa necessariamente renderlo più sicuro. A volte significa creare un problema che prima non c’era”.
Quali sono i benefici concreti degli alberi in un centro abitato?
“Il primo è la temperatura. Sotto gli alberi ci possono essere diversi gradi in meno rispetto a una superficie esposta al sole. Io stesso vivo in un contesto condominiale con un patrimonio arboreo importante: quando fuori c’è afa, entrando in quell’area si percepisce chiaramente il fresco. Gli alberi regolano l’umidità, schermano la radiazione solare, riducono l’isola di calore. Poi ci sono l’assorbimento degli inquinanti, la gestione delle acque piovane, il consolidamento del suolo, il rallentamento del vento, la biodiversità. Se togliamo alberi e chiome, aumentiamo caldo, superfici impermeabili, insetti, disagio urbano”.
Anche gli uccelli contano in questo equilibrio?
“Certo. Se potiamo male o eliminiamo le chiome, togliamo luoghi di sosta e nidificazione all’avifauna. Meno uccelli significa anche meno equilibrio naturale rispetto agli insetti. L’albero non è un oggetto isolato: è un piccolo ecosistema. Tagliare una chioma o abbattere un albero significa intervenire su tutto quel sistema”.
Gli alberi sono anche paesaggio turistico.
“Sì. Gli alberi sono parte della percezione dei luoghi. Fanno parte dello skyline, del profilo visivo, della memoria dei residenti e dell’immagine turistica. Un pino, un cipresso, una grande chioma vicino a una villa o lungo una passeggiata non sono solo verde: sono identità del luogo. Questo vale ancora di più in contesti paesaggisticamente vincolati. Nei Comuni esistono regolamenti del verde, richieste di autorizzazione, perizie tecniche, vincoli paesaggistici. In alcuni casi sono previste anche fideiussioni o depositi cauzionali per garantire la sostituzione”.
Quando un albero va davvero abbattuto?
“Quando non ci sono alternative tecnicamente ragionevoli. Se l’albero è morto, se ha compromissioni strutturali gravi, se presenta un rischio non mitigabile, se interferisce in modo non risolvibile con opere o sicurezza, allora l’abbattimento può essere necessario. Ma bisogna arrivarci dopo una valutazione, non per paura, fastidio, estetica o comodità”.
E quando invece va curato?
“Molto più spesso di quanto si pensi. A volte basta monitorare. A volte serve una potatura minima, mirata, solo sui rami fragili o secchi. A volte bisogna migliorare il terreno, ridurre l’impermeabilizzazione, allargare lo spazio di crescita, pacciamare, decompattare il suolo, migliorare le condizioni radicali. Sono interventi meno appariscenti, ma molto più utili. Bisogna spostare risorse dalla potatura ripetitiva e dannosa alla vera cura colturale”.
Che cosa intende per cura colturale?
“Interventi che migliorano la vita dell’albero. Non tagliare per tagliare, ma creare condizioni migliori: suolo più sano, più aria alle radici, meno compattamento, più sostanza organica, più spazio, meno stress idrico, meno interferenze. L’albero vive soprattutto nel rapporto tra chioma e radici. Se lavoro solo tagliando sopra e ignoro il suolo, non sto curando davvero”.
2/Comunicato stampa-DA PINI MARITTIMI A RISCHIO CROLLO A SCULTURE CHE ABBELLISCONO LA PISTA

Andora – I tronchi di tre pini marittimi che il comune di Andora aveva dovuto tagliare perché a rischio crollo, sono stati trasformati in sculture grazie a un’iniziativa che ha unito sicurezza, valorizzazione del territorio e creatività.
