Don Nerino Marinangeli, mio docente al Liceo Scientifico, sosteneva che, allorquando ci fossimo occupati di letterarura straniera, avremmo adoperato termini stranieri, mentre, qualora non volessimo adoperare il volgare, avremmo sempre avuto a disposizione greco e latino. La lingua italiana è maltrattata. Quanti testi da matita blu non solo nelle scuole e sui giornali.
di Roberto Borri
Nell’ultimo numero del blog, Trucioli.it ha titolato: Regione Liguria: rincorsa ai termini inglesi. Arrivano temporary manager e temporary chief technology officer.
Il grande spirito d’imitazione, innato nell’Uomo, fa sì che vengano adottati termini propri di lingue diverse da quella in cui si svolge un discorso, parlato o scritto quale esso sia: l’odierno predominare, per non dire prevaricare, del mondo Anglosassone, nella sua declinazione, per essere gentili, meno elegante, quella Statunitense, comporta l’impiego indiscriminato di termini Inglesi, talora nell’errata ortografia Americana, nella lingua Italiana, in forza di un’imperante illusione di essere culturalmente elevato o, semplicemente, più al passo con i tempi, da parte di chi parla o scrive.
Analogamente succedeva sul fronte gallofilo a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Il mio Reverendo Professore di Letteratura Italiana e Latina, Don Nerino Marinangeli, di cui ascoltai le lezioni al terzo ed al quarto anno di Liceo Scientifico, dal 1982 al 1984, sosteneva che, allorquando ci fossimo occupati di Letteratura straniera, avremmo adoperato i termini stranieri, mentre, qualora non volessimo adoperare il volgare, avremmo sempre avuto a disposizione il Greco ed il Latino.
A quell’epoca, rimasi alquanto perplesso, tuttavia la ruminatio interiore avvenuta negli anni successivi mi ha portato a pensare che egli avesse pienamente ragione. Oltre tutto, simili bestialità si leggono anche nei documenti della Pubblica Amministrazione, financo nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, dove, tanto per fare un esempio, la legge che regolamenta il Diritto del Lavoro è stata promulgata sotto il titolo di Jobs Act e via spropositando.
Per quanto mi riguarda, cerco di seguire il più possibile la cortese quanto perentoria indicazione del mio Insegnante, il quale, all’ascoltare un termine né Italiano, né Greco, né Latino, domandava cosa significasse quella parola: un modo elegante e persuasivo.
Un tempo, i giornalisti erano istruiti in questo senso e quelli radiofonici o televisivi dovevano anche correggere la dizione, senza inflessioni dialettali, ma, soprattutto, distinguendo mediante la pronuncia gli accenti gravi da quelli acuti, affinché si capisse, ad esempio, la differenza tra l’attività della pésca e la pèsca, frutto del pèsco.
Purtroppo, la Pubblica Istruzione ha abdicato alla sua funzione educativa, tanto dal punto di vista dell’introduzione di termini estranei alla nostra lingua, quanto – gravissimo! – dal punto di vista della corretta sintassi, specie per iscritto, con svarioni come quello di far seguire la parola che, pronome relativo immediatamente dopo un punto fermo o non riferirla al caso logico (sostantivo con eventuali attributi e / o apposizioni) immediatamente precedente: errori che, per dirla con Gianni Rodari, sarebbero stati sepolti sotto una croce della matita blu del Maestro e, al posto di crisantemi e semprevivi, un bel mazzetto di punti esclamativi.
Roberto Borri
