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Savona: ecco i dati. Desertificazione dei negozi (in 10 anni 297 chiusure) e bar (da 231 a 163). Controtendenza per ristoranti: da 181 a 203. Il futuro: progetti & promesse


Savona, verso la desertificazione dei negozi e il calo dei servizi d’alloggio e bar. Un commercio senza ricambio destinato a perdersi nel futuro.

di Sergio Ravera

Savona, piccola città “a misura d’uomo”, distratto quanto discusso capoluogo di una provincia, che conta qualche decina di migliaia di abitanti. Gestita da amministratori del bene pubblico radicati nel passato, troppo piccola per contare su una classe imprenditoriale dinamica. Per un nonnulla strozzata dal traffico, il lamento dei suoi cittadini per una nettezza che in centro trova pochi eguali nonostante di riflesso sbarchino migliaia di gitanti. Nondimeno,  luogo di adattamento per pensionati residenti, di acclimatizzazione per i visitatori d’oltre Appennino.

Nell’arco degli ultimi sessant’anni ha assunto il passo del gambero. Il contesto  sociale deteriorato, gli indicatori economici dal quadro contrastante seppure dominato da numeri fragili, cagionevoli. Una strada angusta, stretta verso un ignoto cammino.

Qualche lavoricchio sperduto nel tempo, spazi liberi d’intervento pressochè svaniti nel nulla, identificabile nonchè riferito il tutto  ad edifici privati, mentre la priorità del PNRR non si smentisce in Savona laddove si stanno addobbando palazzi storici. Nell’ottica di una città che si candiderà nei prossimi anni a Capitale d’Italia della Cultura. Non foss’altro nel ricorso di rappresentare una città che, ancora a metà del secolo scorso, primeggiava con l’Alta Valle Bormida in industria, mentre nelle città della provincia si distinguevano turismo e agricoltura. Settori erosi nelle loro naturali potenzialità da un torpore ben lontano dall’intuito, dalla perspicacia che ne distingueva nel tempo la rappresentanza industriale e politica.

Savona che al censimento del 1971 sfiorò di poche unità gli 80mila abitanti. Ciò nonostante non è sufficiente guardare al passato per confidare nel futuro. Gli indicatori statistici stanno peggiorando, talchè la città, oggi, non rappresenta per il giovane, stante una società stanca, la piattaforma ideale per spiccare il volo. Pur limitando il percorso agli ultimi dieci anni, a novembre 2023 la cittadina contava 58.500 residenti con la perdita di 2.250 unità rispetto al 2012: in percentuale il meno 3,7 per cento.

Scelta non casuale del movimento della popolazione per un periodo di cui  disponiamo di dati elaborati dal Centro Studi della Confcommercio Nazionale in collaborazione con il Centro Studi Tagliacarne.

Dati riguardanti le imprese di vendita al dettaglio, ambulantato nonché attività di alloggio e di ristorazione. Attività che unitamente ai laboratori dell’artigianato di produzione e di servizio costituiscono oggi l’ossatura portante della demografia delle imprese in provincia, contribuendo in modo essenziale – quanto indispensabile – nel conteggio degli occupati.

Di seguito parleremo di consistenza: della rete commerciale e di presenze in alloggi e nella ristorazione che scontano non solo il calo demografico e l’invecchiamento stesso della popolazione stanziale, ma altresì il costo della vita, la precarietà del lavoro, l’insufficienza dei livelli retributivi. Aprire un negozio è diventato un traguardo se non impossibile quanto meno non facilmente raggiungibile.  Oltre al rallentamento dei consumi causa il caro vita, la concorrenza della grande distribuzione è lo stesso contesto italiano a denunciare quadri di prospettiva altalenanti a tinte pallide sicché, soprattutto nel commercio al dettaglio siamo dinanzi a una crisi di denatalità che nel corso dell’ultimo decennio  – tra il 2012 e metà anno 2023 –  ha portato alla chiusura in Italia di 111mila negozi e 24mila attività di commercio ambulante, mentre si sono salvate le attività di alloggio e di ristorazione.

Di qui l’invito del presidente nazionale di Confcommercio sulla necessità di predisporre progetti di riqualificazione urbana per mantenere servizi, vivibilità, sicurezza ed attrattività delle città ad iniziare dai centri storici. Cui fa eco la Confesercenti rilevando come il processo di desertificazione commerciale stia  privando i cittadini di servizi ed i territori di ricchezza e lavoro. In sostanza, maggiore incisività sul versante della rigenerazione urbana di piccole e grandi città, di centri e di periferie per contrastare l’attuale processo di  desertificazione e degrado. Una situazione che a fine Anni ‘50 di questo secolo potrebbe determinare soprattutto per il commercio una crisi ingestibile. Ad iniziare demograficamente dalle medie e piccole città.

Piccole città come la stessa Savona, di cui non si intravedono oggi nel mondo delle imprese traguardi importanti di crescita raggiungibili nel medio periodo.

Tra il 2012 e il giugno 2023 – poco più di una decina di anni – si sono persi 297 negozi,  di cui 169 nei primi sette anni e 128 negli ulteriori 3 anni e mezzo (teoricamente questi ultimi raffigurabili in oltre 250 unità): a riscontro che la china intrapresa segue rapida e scoscesa. Una moria di attività che penalizza maggiormente il centro storico che qualche anno fa poteva  contare sul 65 per cento delle imprese commerciali e di servizi di alloggio presenti in città, mentre oggi non raggiunge il 61% a seguito dell’abbassarsi continuo di saracinesche. Raggiungendo, in tal guisa, la perdita di  241 unità contro le 56 dell’area periferica.

Di qui, la ricerca di nuove attività di fronte ad operatori penalizzati da affitti in crescita, oltre che dall’aumento dei costi energetici e da tasse ritenute esorbitanti.

D’altronde, nel commercio al dettaglio emerge come, complessivamente, tra centro e periferia si siano perduti 245 esercizi nel corso dei dieci anni e sei mesi presi in considerazione mentre dall’esame di una decina delle voci merceologiche di maggior consistenza numerica ci troviamo di fronte ad un crollo, con casi davvero preoccupanti in “Altri prodotti in esercizi specializzati” (-91),  in “Prodotti alimentari e bevande” (-42), in “Articoli culturali e ricreativi in esercizi specializzati” (-35); a seguire, “altri prodotti per uso domestico in esercizi specializzati”  (-25). In caduta lo stesso commercio al dettaglio ambulante (-32) in contrapposizione quest’ultimo al commercio al dettaglio al di fuori di negozi, banchi e mercati (+16).

Qualche riscontro positivo per alberghi, ristoranti e bar. In Savona, sempre tra il 2012 e giugno 2023,  si contavano 52 imprese in meno: erano 436 tra centro storico e zone periferiche per ritrovarci 10 anni e 6 mesi dopo a 384; in particolare, male i servizi di alloggio; peggio la consistenza di bar passati da 231 a 163 esercizi. In crescita i ristoranti da 181 a 203.

Mare e lungo mare lasciati terribilmente e irresponsabilmente soli a sollecitare il piacere di vivere e trascorrere giornate serene in città. Nel frattempo, cerchiamo di rincuoraci rattoppando oggi la A/6,  sollecitando l’Aurelia-bis, ridiscutendo del raddoppio della ferrovia costiera tra Andora e Finalmarina (l’idea risale al 1964) e riproponendo la superstrada  Carcare-Predosa e il potenziamento della ferrovia verso Alessandria. Giustappunto, poi, con le dovute attenzioni al nostro ponente, tentando l’en plein ricordandoci della Albenga-Garessio-Ceva e della Borghetto Santo Spirito-Carcare.

Sergio Ravera

Dati commercio a Savona


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