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‘Che vi ho fatto?’ A 26 anni dalla morte del ‘giudice ragazzino’


“Che vi ho fatto ?” Queste le ultime parole pronunciate da Rosario Livatino il 21 settembre 1990 sulla strada da Canicattì ad Agrigento, guardando in faccia quattro giovani armati dalla Stidda per eliminare un giudice che faceva semplicemente il suo dovere, senza protagonismo alcuno. Del delitto fu casualmente testimone oculare Pietro Nava, un commerciante del nord Italia le cui dichiarazioni furono fondamentali per individuare gli assassini.

(Da la rivista  www.giustiziainsieme.it) – Rosario Livatino si era occupato della Tangentopoli siciliana e aveva emesso numerosi provvedimenti per la confisca dei beni. Alla Procura di Agrigento aveva condotto le indagini sugli interessi economici della mafia, sulla guerra di mafia a Palma di Montechiaro, sull’intreccio tra mafia e affari, delineando il “sistema della corruzione”, che con la mafia condivide arroganza e vessazione.

Otto mesi dopo il Presidente Francesco Cossiga definì «giudici ragazzini» una serie di magistrati di prima nomina impegnati nella lotta alla mafia:

« Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta. »

Nacque così la definizione di giudici ragazzini.

Una parte dello Stato che doveva essere solidale con i magistrati indipendenti e coraggiosi come Livatino invece denigrava, umiliava, mortificava.

Ecco allora un passo di un discorso pronunciato da Rosario Livatino il 7 aprile 1984: “La magistratura, per restare ancora fedele al dovere costituzionale di fedeltà alla legge, altro non cerca, anche per evitare ondeggiamenti, incertezze ed ulteriori ingiusti rimproveri, che di poter disporre di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili, nonché di testi negoziali nei quali la posizione di diritto e di obbligo delle parti non sia offuscata da una trama tormentata di sottili e complicate espressioni verbali, che nascondono premesse politiche tutt’altro che chiare anziché una precisa volontà che sostenga il precetto. Fin quando tutto questo non sarà assicurato dal nostro legislatore e dalle parti sociali in sede di contrattazione, sarà ineliminabile che il giudice di Pordenone ed il giudice di Ragusa, con gli abissi di cultura e dei substrati territoriali, sociali ed economici nei quali si trovano ad operare, cerchino di districarsi nella perigliosa giungla di queste regolamentazioni adoperando dei machete interpretativi tra loro dissimili o addirittura contraddittori.”

Forse qualcuno ha dimenticato troppo presto queste parole.

Bruno Giordano

Magistrato presso la Corte di Cassazione


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