Vestiti senza bambini, piazze senza silenzio: cinque chilometri di vestiti vuoti e una voce che riempie il Mondo.
di Alessandro Dighero
Sabato 24 ottobre 2026, a Savona, tra piazza Mameli e Zinola, cinque chilometri di abitini hanno disegnato sull’asfalto una fila di bambini che non c’è più. Più di settanta realtà del territorio, tra associazioni, sindacati, organizzazioni religiose e scout, hanno steso una maglietta dopo l’altra. Ognuna vale una vita. Secondo i dati UNICEF citati dai promotori, al 30 giugno 2026 erano almeno 21.700 i bambini uccisi nella Striscia dall’inizio dell’offensiva israeliana.
Per me è un genocidio e non lo è solo per me. Una commissione d’inchiesta ONU è arrivata nel 2025 alla stessa qualificazione. Israele la respinge con forza e il governo italiano non l’ha fatta propria. Ho scelto la mia parola e rispondo della mia scelta. Chi la contesta ha diritto di farlo, ma deve spiegare cosa sia, altrimenti, la distruzione sistematica di un popolo sotto gli occhi del mondo.
Il governo israeliano ha scelto una guerra che ha raso al suolo case, ospedali, scuole, e ha trasformato la fame in strumento. Ha portato avanti in Cisgiordania un’occupazione e una colonizzazione che calpestano da anni il diritto internazionale. Le sue azioni non possono essere spiegate come difesa. Criticarlo non significa odiare Israele né gli ebrei, e chi confonde le due cose lo fa per convenienza, non per rigore. Si può amare un popolo e condannare chi lo governa, come ogni democrazia dovrebbe saper fare.
Non è una piazza improvvisata. Da anni le mobilitazioni per la Palestina riempiono le strade: lo sciopero generale, i cortei, il presidio sotto la prefettura con un documento da inoltrare al ministero dell’Interno, la richiesta ripetuta di riconoscere lo Stato di Palestina, fermare i rapporti militari e commerciali con il governo israeliano, garantire corridoi umanitari.
E da anni a muoversi, ben prima di tanti consigli comunali, sono i portuali. Quelli del Calp e dell’USB di Genova hanno bloccato i varchi del porto nel 2024. A settembre 2025 hanno occupato il Terminal Spinelli e, secondo l’USB, hanno impedito alla nave Zim New Zealand di caricare materiale bellico diretto a Israele. Si sono imbarcati sulla Flotilla e hanno promesso di bloccare i porti se fosse stata attaccata. A febbraio 2026 hanno animato, insieme ai colleghi di altri porti europei e mediterranei, una giornata internazionale d’azione contro il traffico di armi e per l’embargo commerciale su Israele. Il Comune di Genova ha accolto la loro richiesta di un osservatorio permanente, “Genova porto di pace”. Lavoratori che non sono né parlamentari né diplomatici si sono presi una responsabilità che altri evitano. Il paese che scende in piazza è lo stesso che chiede di riconoscere uno Stato e di fermare un massacro.
C’è però un silenzio che pesa. Il governo italiano ha scelto la via della cautela, subordinando il riconoscimento a condizioni e parlando di equilibrio mentre i numeri crescevano. Alcuni pubblici amministratori vicini a questo governo preferiscono non parlarne, o parlarne con la prudenza di chi aspetta che passi la tempesta. Si cambia argomento, si ricorda che la politica estera non è materia comunale, si invoca la “complessità”. Sul piano formale hanno ragione: un consiglio comunale non fa la politica estera. Ma si scrive “formale” quando si vuole evitare “morale“.
Sabato il Comune di Savona ha patrocinato la manifestazione e ha preso la parola in piazza accanto ad Anpi e UNICEF. Un’amministrazione che sceglie di esserci è già una risposta a chi sceglie di non esserci.
È la domanda che si pone Laura Bertolino, ideatrice e una delle organizzatrici della giornata: perché ci si ostina a non voler riconoscere un genocidio, e uno Stato, quello palestinese?
La domanda resta aperta, e va rivolta a chi governa. Da quando il lutto ha competenze? Da quando la pietà ha bisogno di un protocollo? Chiamare “ideologico” chi si ferma davanti a ventunomila bambini morti è il modo più comodo di non fermarsi. Il silenzio non è neutrale: chi tace non resta fuori dalla storia, la firma con la mano ferma.
Savona suona ogni sera 21 rintocchi per i suoi caduti, dal 1927. Ieri ne ha suonati altri 21 per bambini che non avevano scelto nessuna guerra. Chi vuole chiamarlo ideologia lo faccia. Io lo chiamo memoria in tempo reale.
Alessandro Dighero
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