In Alto Adige, unica provincia italiana dove il tabù delle aree protette chiuse alla caccia è già stato sfatato (come del resto è in gran parte del mondo!), si stanno apprestando a superarne altri, come la possibilità di cacciare lo stambecco, la marmotta e finanche il tasso e magari anche altre specie.
di Franco Zunino*

Ciò è dovuto alle competenze concesse all’autonomia regionale, più volte modificate, tra concessioni e veti a seconda delle interpretazioni costituzionali. Certamente dovremo presto sentire i soliti lai degli anticaccia. Eppure si tratta solo di ragionevolezza, quale sempre dovrebbe esistere nel praticare la gestione faunistica, dell’ambiente e del territorio. Perché i veti ideologici solo in situazioni particolari hanno ragione d’essere in quanto non sempre l’ideologia porta a sagge decisioni (spesso in politica, per ragioni ideologiche, si sono commessi finanche crimini e assassinii, torture e persecuzioni)!


E DOVE INVECE L’IDEOLOGIA VALE PIÙ DEGLI INTERESSI PERSONALI- È Noto come anche nel mondo ambientalista e della scienza in genere, gli interessi personali (emolumenti in primis), possibilità di editare libri o anche solo articoli e saggi – specie quando su riviste autorevoli –, ricerche, magari autoreferenziali e ben poco utili alle finalità che si dice di perseguire. Viaggi per studi e conferenze, ottenere fama e notorietà, spesso sono le sole VERE cose che interessano a tanti, pur sostenendo, essi, di farlo per perseguire ideali di protezione della natura e fauna e flora in genere.
Ignorando o fingendo di ignorare (il che è anche peggio!) che quasi sempre sono ben altre le cose che andrebbero fatte per dare un aiuto a raggiungere il fine ideale che si dice di voler sostenere e perseguire (spesso guardandosi anche bene dal mettere mano al portafogli per sostenere, almeno così, il vero scopo!).
Ebbene, fa piacere scoprire che anche la nota studiosa degli scimpanzé (animalista e pacifista delusa, traumatizzata quando dovette constatare che anche gli amati scimpanzé che lei credeva e aveva descritto come vegetariani e membri di una pacifica comunità animale, predavano altri animali per cibarsene e finanche si uccidevano violentemente tra loro!) di una zona della Tanzania, divenuta famosa nel mondo intero per questo, Jane Goodall, alla fine lo abbia compreso e abbia deciso di dire basta e di impegnarsi nelle vere cose da farsi per difendere gli scimpanzé (inteso nel senso di tante specie rare che sono a rischio estinzione), piuttosto che negli studi che la resero famosa; e che forse servirono poi anche a ben poco per il fine che inizialmente credeva di perseguire, ma piuttosto solamente o quasi, a renderla famosa.
Lo ha riportato il giornalista Alessandro Sala, del Corriere della Sera, in un pezzo commemorativo della stessa, quando, in un intervista rilasciata allo stesso Corriere anni fa, conclude con queste parole: «Studiare loro (gli scimpanzé) significa studiare e difendere noi stesi. Avrei continuato volentieri a vivere con i miei scimpanzé nella foresta. Ma mi sono resa conto che il mondo stava cambiando, che anche nella mia Africa l’intervento umano stava danneggiando l’ambiente e la biodiversità. E ho capito che dovevo tornare nella nostra società e raccontare i danni che la nostra specie stava facendo all’intero ecosistema».
Era il 2014. E fu solo da allora che si può dire che la Goodal abbia poi fatto qualcosa di veramente utile per difendere, non tanto da animalista, i suoi amati scimpanzé, ma, da conservazionista, il loro mondo, la loro terra, senza la quale i suoi stessi studi sarebbero serviti a ben poco! Parole che esprimono il pensiero di chi scrive, in merito da sempre conservazionista, che agli studi e alle ricerche, alle osservazioni e segnalazioni naturalistiche, al dedicarsi a fotografare o riprendere animali in libertà, che hanno sempre fatto e ancora fanno la felicità di tanti cosiddetti “ambientalisti” o “naturalisti” e “biologi” ed altri rami della “zoologia e botanica” o “amanti della natura” in genere, per non dire degli escursionisti e dei “camminatori”, ed anche dei cacciatori, ma che poi non muovono un passo o sprecano un momento dei loro impegni per battersi o almeno aiutare chi si occupa della difesa degli habitat e delle aree naturali dove tutti questi loro “trastulli” li impegnano.
Cosicché non si fanno mai dei nemici, mai delle rinunce (men che mai economiche!). Quanti famosi nomi si potrebbero fare solo per l’Italia di questi cosiddetti “Pieri Angela” (noti ambientalisti, che se hanno reso famose certe specie animali con i loro studi di biologia o etologia, non potranno mai dire di avere contribuito direttamente a salvare almeno un metro quadrato dei loro ambienti di vita, senza i quali anche le loro ricerche e scoperete scientifiche non avrebbero alcun valore, ma che intanto li hanno resi famosi!).
A questi personaggi un giorno non potremo dire neanche almeno un grazie per quello che hanno fatto, non avendo fatto nulla se non per loro mera egoistica soddisfazione; per il loro “io”! Cosicché, magari, finiranno come l‘animalista Jane Goodall, che solo quanto fu forse poi troppo tardi comprese che nulla aveva fatto per difendere non tanto i suoi amati scimpanzé, ma il mondo in cui potessero continuare a vivere per l’eternità! Mondo da difendere che avrebbe dovuto essere invece lo scopo primario dei suoi studi, impegni che altri hanno poi portato avanti, senza prendersi i meriti a lei dati!
Una linea, ma anche un monito, quello indicato dalla Goodall, che tanti dovrebbero fare proprio e portarli ad analizzare quanto comportamenti ignavi, quando non incoerenti, hanno tenuto in nome di una protezione a cui non hanno affatto contribuito o contribuito molto poco, accampando poi magari meriti che spettano ad altri!
ORSI E COLLARI PER MONITORARE- Quando si tratta di provvedere a contenere orsi e lupi che si rendono pericolosi per l’uomo, gli animalisti (non chiamateli zoologi e men che meno conservazionisti!), all’alternativa ipotizzata di intervenire con l’abbattimento (loro più scientificamente dicono “misure letali”) di quelli che così si rendono, subito strillano che no, non abbattimenti, ma con monitoraggi mediante i collari con radiolocalizzatori bisogna agire. Quando poi le autorità lo fanno, ecco che subito protestano che potrebbe servire per poterli poi abbattere.
Vero, nel secondo caso, ma anche ovvio se gli animali si rendono pericolosi da doverlo decidere (perché nessuno li ha mai voluti sterminare). È successo in Alto Adige dove le autorità hanno ritenuto di catturare e munire di radio colare due orsi sloveni del Trentino che battono l’alta Val di Sole e potenzialmente “problematici”, mentre cercavano di catturarne un terzo per le stesse ragioni (F89). Ed ecco che gli orsofili hanno subito scritto asserendo che: “Il radiocollare non può trasformarsi da strumento scientifico in un mirino elettronico utile a localizzare l’animale quando si decide di abbatterlo”.
E dove starebbe la scorrettezza? Anzi, menomale che esiste questo metodo che evita errori e facilita l’eventuale necessità di intervento. Il problema è che per gli orsofili, di orsi non se ne devono abbattere mai, a costo di dovervi convivere nelle nostre case (intendendo per “nostre” non già le loro, ma quelle dei pastori e cittadini del Trentino!) benché non sia affatto vero che la specie sia a rischio estinzione.
A rischio è, caso mai se proprio così la vogliamo considerare, la popolazione slovena liberata in Trentino; ma è anche una popolazione che la si può, se del caso, incrementare quanto si vuole con nuove introduzioni. Essi propongono sempre di valutare le solite “alternative non letali”. Quali? Catturali e liberarli altrove? Dove altrove? A casa loro? O in luoghi similari e senza il consenso dei cittadini locali? Perché sembrerebbe proprio questa la loro logica democratica! O intendono “privilegiare una prevenzione con dissuasione e protezione delle attività umane”? E torniamo alle solite. Quali? A spese di chi? E chi assicura che i fatti dolosi per cui le autorità dovessero decidere di abbattere un orso problematico non si verificheranno più? Non sarebbe male se in questi casi a queste persone si facessero sottoscrivere atti di autocertificazione di assunzione di responsabilità, nel caso che gli orsi così “protetti” dovessero nuovamente aggredire e uccidere animali domestici o anche ferire o uccidere persone! Perché qualcuno deve pur pagare, se si obbliga lo Stato o chi per esso di pubblica autorità, a NON intervenire per risolvere il problema mediante abbattimento.
UN ESEMPIO (NEGATIVO!) DALLA SICILIA- Che la biodiversità sia a rischio è ormai un tema affrontato in ogni argomento che tratti della difesa della natura; finanche, a volte, più ancora di quanto non meritino altri argomenti collaterali, forse anche più importanti in quanto ve lo comprendono, sia pure in modo indiretto (esempio, l’eccesso di strade e altre strutture che riducono sempre di più gli spazi di territorio e ambienti naturali unitari). Anzi, speso la spinta a voler riportare animali ovunque o a farli crescere sempre più in nome di uno sbagliato animalismo, per cui sono state introdotte ovunque specie la cui presenza di un tempo sarebbe da discutere non poco, così come il loro reale numero di sopportabilità ambientale. O, peggio, la effettiva introduzione volontarie o involontaria di specie aliene con le più disparate motivazioni.
Tutte cose in fondo basate sull’esasperato animalismo dominate in Italia, purtroppo anche nel mondo cosiddetto “ambientalista”, per cui questi animali finiscono per divenire dei tabù intoccabili, quando invece dovrebbero essere spesso finanche sterminati o ridotti di numero per riportarli ad un carico di sopportabilità ambientale non tanto basato sulla loro biologia, quanto su quello sociale ed urbano, come nel caso del lupo e del cinghiale in tutta Italia o dell’orso sloveno del Trentino nelle Alpi, del cervo in Abruzzo, per non dire di tante specie minori, uccelli compresi.
Ora dalla Sicilia ci giunge la notizia di quanto l’eccesso di daini e cinghiali danneggi la biodiversità dei Monti Nebrodi, mettendo a rischio specie uniche quali, hanno ripotato i media, «il Pleurotus nebrodensis, raro fungo basilisco, la farfalla Parnassius apollo siciliae e l’Abies nebrodensis, l’Abete delle Madonie». Eppure il tabù della caccia, nel senso di attività che si vuole far abolire ovunque e, possibilmente, in tutta Italia, è sempre vincente per mere ragioni di incompetenza facendo leva su stati emotivi urbani (ovvero, di persone che da generazioni hanno perso il contatto e il rapporto col mondo rurale, sui cui prodotti però essi vivono!) e conseguente condizionamento e influenza partitica (leggasi voti!). E poi sull’altro tabù similare della caccia nelle “aree protette”, che solo in Italia è tale, visto che in ogni altra parte del mondo esso è più saggiamente regolamentato, con interventi di controllo, riduzione o di sterminio anche nelle aree più rigidamente protette. Nel caso delle Madonie, Parco Regionale, non resta che consigliare alla Regione Siciliana, in quanto con autonomia particolare, di seguire l’esempio dell’Alto Adige, e di provvedere ad applicare una maggiore ragionevolezza nella gestione e delle loro aree protette e della caccia in generale. Perché è così che si salva e protegge la biodiversità, e con la biodiversità naturale anche le esigenze economiche del mondo rurale e, indirettamente, anche nostro.
BRASILE. HA VINTO LULA. VIVA LULA! – Non ci vogliamo illudere più di tanto, ma di una cosa siamo certi: Lula non sarà il Trump del Sud America! Cosa che sarebbe stato il nostro quasi compatriota (affatto un onore per noi!) Flavio Bolsonaro, figlio di cotanto padre. Non lo diciamo per ragioni politiche, lo diciamo perché se c’è una speranza di salvare un poco dell’Amazonia, la sua natura e i suoi popoli nativi, oggi solo Lula lo potrà assicurare (sebbene, in passato, non sempre anche lui si sia prestato più di tanto in questa campagna. Oggi magari utilizzata più per vincere le elezioni che non per lo scopo dichiarato). Ma certamente avremo almeno più speranze che non con i Bolsonaro che dell’Amazonia vogliono fare il loro Far West del Sud America, con tanto di assalto colonizzatore con sostegno senza remore ai grandi fazenderos che vedono nelle risorse dell’Amazonia solo un modo per arricchirsi sempre più sfruttando un territorio che appartiene a tutti, e soprattutto ai popoli che, al contrario dei Bolsonaro, là vi sono sempre stati e non vi sono giunti in cerca di ricchezza, né tanto meno intendono procurarsela a scapito della loro foresta e di tutto ciò che essa rappresenta per l’intero pianeta, e la cui protezione forse è più necessaria che non la realizzazione delle tante torri eoliche che lo stanno costellando ovunque, dicono, per “salvarlo”!
*Franco Zunino
segretario generale AIW
