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Savona, un Papa prigioniero: come trascorreva le giornate. L’inganno del prefetto Chabrol. Il ruolo dei fratelli Martinengo, Lazzaristi


Dall’11 al 29 maggio nell’Archivio Storico e Biblioteca della Diocesi di Savona-Noli, in piazza Vescovado 9R, sarà visitabile la mostra “Il papa in prigione a Savona”, una mostra di testi, documenti e oggetti di Pio VII, di cui è in corso la causa di beatificazione.

di Tiziano Franzi

L’arresto del Papa Pio VII-

Papa Pio VII in un quadro dell’epoca di Gaspare D. Rastellino

La vicenda che vede papa Pio VII segregato come prigioniero tra l’agosto 1809 e il giugno 1812
negli appartamenti messi a sua disposizione nel palazzo del Vescovado di Savona, in una sorta di “residenza coatta“, vede inizialmente il pontefice ribellarsi agli ordini di Napoleone Bonaparte: egli infatti oppose una ferma resistenza morale al tentativo di Napoleone di sopprimere il potere temporale della Chiesa, rifiutando di cedere, definita dalla celebre espressione che usò nel 1809 per rispondere a Napoleone Bonaparte, rifiutandosi di cedere i territori dello Stato Pontificio (“Non debemus, non possumus, non volumus” – Non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo). .

L’arresto, avvenuto a Roma il 6 luglio 1809, fu la conseguenza della scomunica lanciata da Pio VII contro Napoleone dopo l’annessione dello Stato Pontificio all’Impero Francese.

L’arresto di papa Pio VII in una stampa dell’epoca

La prigionia a Savona- La prigionia passò da una fase inizialmente meno opprimente a una decisamente dura, con restrizioni severe (isolamento, divieto di incontrare cardinali) che non piegarono però la sua determinazione.

Le stanze dell’appartamento riservato a Pio VII si affacciavano sul chiostro interno, in modo che ogni contatto con l’esterno gli fosse proibito. Il pontefice aveva a sua disposizione poche camere, che furono sistemate in breve tempo, secondo la moda dell’epoca. In particolare c’erano la stanza del trono, quella da letto, una per le riunioni ufficiali, una della servitù e una multiuso dove mangiava, celebrava la Messa e trascorreva la maggior parte della giornata.

La camera da letto

Gli era stato sottratto l’anello piscatorio (simbolo stesso del papato) e gli era concesso assistere alle funzioni religiose che si tenevano nel vicino duomo soltanto attraverso una fitta grata, come se si trovasse in clausura.

Egli comunque riuscì ad essere sempre informato delle vicende della Chiesa tramite alcuni “pizzini” che riceveva e spediva grazie alla compiacenza di alcuni addetti alla sorveglianza e alla cura dell’appartamento, nascosti nella biancheria personale; attraverso questi biglietti riuscì a fare giungere proprie notizie all’esterno del palazzo vescovile.

Le notizie che abbiamo della sua prigionia sono state raccolte nel testo Pio VII in Savona” dai fratelli Martinengo, sacerdoti della Missione (o Lazzaristi, l’istituto religioso fondato da San Vincenzo de’ Paoli).

Essi riferiscono che in vescovado le giornate passano monotone. Il Papa si alza alle cinque e mezza, celebra la Messa assistito da due canonici e ascolta poi quella di mons. Doria. A pochi è permesso entrare; i più occupano l’ampia sala d’ingresso, da dove, come possono, cercano di vedere il Papa. Quindi, alla presenza delle guardie, Pio VII ammette al bacio del piede i pellegrini, che nei primi mesi affluiscono in Savona a migliaia. Accorrono cittadini e forestieri.

Dopo una frugale colazione e due passi in giardino, verso le nove, dalla loggia che dà sulla piazza del Duomo, benedice i fedeli. All’una il Papa pranza con latticini, legumi e frutta. Il pomeriggio è consacrato alla preghiera, alla lettura di opere di teologia e di storia e a sbrigare le domande di dispense inviate dalle autorità ecclesiastiche. Queste pratiche, controllate dalla polizia, passano per le mani di mons. Maggioli, il vescovo di Savona. Nel periodo in cui gli è concesso, il Papa ne sbriga circa cinquemila.

La sera altra benedizione al popolo e verso le dieci il Papa si ritira in camera.

Lo scrittoio dove il Papa teneva la corrispondenza

Nessuno poteva entrare nel palazzo del Papa senza biglietto della Prefettura; nessuno presentarglisi, fuorché alla presenza del Prefetto o del colonnello Thouvenot. Molti pellegrini presentavano al Papa memoriali e suppliche, ma colonnello e gendarmi vegliavano oculatamente, perché non fosse dato al Papa alcun plico che prima non fosse passato alla censura. Chi avesse presentata al Papa una supplica senza il visto del commissario, veniva arrestato appena uscito dalla sala, condotto al corpo di guardia, alla Prefettura, interrogato, esaminato, perquisito e spesso cacciato in prigione. Durante i 18 mesi, che fu permesso l’accesso al Papa, si contarono più di cento persone che ebbero a subire questo trattamento.

Il Papa fece avvertire il Prefetto e suoi impiegati, ed egli stesso gli ripeté più volte, che le lettere e i plichi che gli si davano aperti gli erano indirizzati come a Capo della Chiesa, circa affari spirituali e di coscienza; pertanto per nessuna ragione al mondo poteva permettere ad alcuno di aprirli e di leggerli, senza incorrere nella pena di scomunica. Di questi ammonimenti non si tenne conto alcuno, e i plichi continuarono ad arrivargli senza sigilli, come prima.

La sala del trono pontificio
La stanza dove il Papa riceveva i pochi che erano ammessi in visita.

Ogni notte, all’una, un drappello di soldati circondava il palazzo, la cattedrale e il giardino, e vi stava tutta la notte, intimando ogni tanto il “chi va là?” e allontanando la gente. Inoltre, per misura di sicurezza, si tenevano sempre nel porto due brigantini armati e una nave da guerra.

Alcuni degli oggetti personali del Papa, esposti durante la mostra

E’ Napoleone stesso che, negli ordini inviati al prefetto Chabrol, capo del Dipartimento di Montenotte di cui Savona faceva parte, scrive: “Si persuada il prefetto della malafede di un Papa che sotto il pretesto della carità suscita di soppiatto la discordia e fomenta la ribellione. Si assicuri del direttore delle poste e impedisca ogni commercio di lettere e per maggior sicurezza mi mandi il vescovo di Savona a Parigi. E’ inutile che il Papa scriva lettere; meno ne scriverà, meglio per lui. Smetta il prefetto le buone maniere e le dolci parole; non ne dica alcuna che possa far credere al Papa ch’io desideri una conciliazione; gli dica che dopo la bolla di scomunica e il suo modo di agire con me, prima a Roma e poi a Savona, io devo aspettarmi di tutto da lui e poco m’importa di quel ch’egli può fare contro di me”.

Per indurre il Papa a ritirare la scomunica, la vigilanza si fa di giorno in giorno sempre più stretta e oppressiva. Vengono rimossi tutti i simboli della dignità pontificia, viene disfatto il trono, tolti dal duomo tutti gli apparati predisposti per il Papa e tolto lo stemma papale dalla tribuna interna e dalla loggia che si affaccia sulla piazza. Il pontefice viene privato perfino della penna e dell’inchiostro, dei libri e dell’anello del pescatore (l’anello del Papa). Si susseguono in maniera sempre più frequente e invasiva operazioni vessatorie (perquisizioni e minacce) che restringono sempre più l’ambito di libertà di azione e di vita di Pio VII, mettendo a dura prova la sua serenità psicologica.

Il trasferimento coatto ä Francia– Il Papa restò circa tre anni all’interno della “prigione savonese”, fino alla notte tra 9 e il 10 giugno 1812, quando gli venne intimato di partire immediatamente per la Francia alla volta di Fontainebleau, dove rimase fino al 1814, anno nel quale fu liberato e rientrò a Roma

Quando Napoleone sta per intraprendere una delle campane militari più impegnative, la spedizione di Russia, ritiene che Savona non sia più un luogo sufficientemente sicuro per la prigionia del Papa: teme un colpo di sorpresa della flotta britannica che possa liberare il Pontefice. Inoltre vuole tentare di esercitare su di lui un’azione di maggiore efficacia, portandolo più vicino al centro dell’impero. Pertanto dà ordine di trasferire il Papa a Fontainebleau. Il trasferimento deve avvenire nel modo più segreto possibile.

Così, secondo quanto riferiscono i fratelli Martinengo nel loro libro. La notte tra il 9 ed il 10 giugno 1812, sul far della sera, il prefetto Chabrol e il comandante Lagorse si presentano a Sua Santità e gli intimano l’ordine di partire quella stessa notte per la Francia. Gli viene tolta la croce pettorale e la veste bianca e gli si fa indossare una veste nera preparata apposta. Alle scarpe e al cappello non si era pensato. Perciò si manda a prendere un cappello dal cappellaio Sambolino, imponendogli di aprire di notte la sua bottega. Quanto alle scarpe, non facili a trovarsi lì per lì adatte al piede del Papa, gli si tolgono le pantofole di raso bianco con la croce ricamata in oro; la croce è strappata via, il raso inzuppato d’inchiostro e, senza aspettare che asciughi, le si fanno indossare nuovamente al Papa. Il Papa, così travestito, viene fatto scendere in strada in gran silenzio per una porta secondaria. Lo attende una carrozza coi fari spenti, le ruote fasciate di stracci e i cavalli senza ferri agli zoccoli, per fare il minore rumore possibile. Alcune guardie sono appostate in strada. Il Papa è fatto salire in carrozza insieme al dottor Porta (da tempo, ormai, confidente dei francesi); il Lagorse chiude a chiave la carrozza che, a passo lento, esce per porta San Giovanni. Poi via di corsa lungo la via per il Piemonte.

Ma poiché il Papa era molto amato dai savonesi e Napoleone temeva possibili proteste, disordini o rivolte, il prefetto Chabrol è costretto a fingere che sua Santità sia ancora nei propri appartamenti.

Pertanto, allo scopo di nascondere al popolo il trasferimento del Pontefice, per alcuni giorni si continua il cambio della guardia al portone del vescovado e il prefetto Chabrol continua a recarsi ogni mattina a palazzo, in alta uniforme, come per fare la consueta visita al Papa. Si continua a fare le provviste per il palazzo, si prepara il pranzo come prima e si accendono persino le candele all’ora consueta della Messa. Completa la scena un valletto che ogni mattina, come era solito fare, va alla sacrestia del duomo per procurarsi le ostie, come se il Papa continuasse a celebrare e ascoltare la Messa. Dopo alcuni giorni la sceneggiata viene smascherata e la gente apprende che il Papa non è più a Savona: trascinato in Francia, a Fontainebleau, contro la sua volontà.

Durante la nuova prigionia il pontefice promise di incoronare la statua della Madonna nel Santuario savonese se fosse tornato in libertà. Infatti dopo la liberazione, Pio VII tornò a Savona nel maggio 1815 per sciogliere il voto e incoronare solennemente la patrona della città.

Tiziano Franzi


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