Merita la consacrazione tra i poeti italiani contemporanei. Di recente è venuto a mancare il poeta Nanni Cagnone, carcarese di origine.
di Gianfranco Barcella

Dopo una lunga malattia ha lasciato un vuoto nel panorama della letteratura contemporanea per la sua vena creativa originale ed innovativa; era una delle voci più visionarie della poesia degli ultimi decenni. Intendeva il poetare come il prendere una pausa tra l’io ed il mondo. Ci ha lasciati sette giorni prima del suo ottantesimo compleanno.
Era nato infatti a Carcare, paese che disdegna un po’ il mare, il 10 Aprile 1939 e la sua opera, così composita da apparire sempre incompleta resta ancora non in perfetta sintonia con i suoi tempi e con tutti i tempi. La notizia della scomparsa, come riporta l’Adnkronos, è stata data dal comune di Bomarzo (Viterbo).
Cagnone è stato un jazz drummer, crititico d’arte, traduttore, romanziere, saggista, responsabile di una rivista di industrial design, direttore creativo di agenzie pubblicitarie, editore, docente di estetica. Nella sua opera si alternano libri di versi, romanzi, saggi, memoirs, aforismi classici contemporanei e arcadici da lui tradotti e ripensati: il lettore incontra, leggendo Cagnone, il suo giudizio più sprezzante che spietato, sulle mode e i modi del <nostro tempo>.
Questa visione del mondo forse è dovuta al fatto che la sua vita è stata un arabesco di esperienze, dissidenze ed incontri militari che lo hanno reso un poeta ed un uomo straordinario e sempre disallineato: un’eresiarca senza seguaci, insomma. Nanni, in effetti era stato fin da ragazzo un dissidente, uno che al liceo si appassiona ad Eschilo e anni dopo, lo traduce poiché trova insipienti ed insipide le traduzioni esistenti. Nanni, in giovinezza, finisce addirittura per subire un ricovero psichiatrico a causa della sua personalità trascinante ed indomabile, ma lo ha sempre raccontato con amarezza e gli si spezzava un poco la voce, mentre narrava quell’episodio sofferto già arrochita.
E la voce già sfilacciata dal tabacco pareva sgorgata dalla tenebra. La moglie Sandra Holt ancora ricorda: “E’ proprio la sua personalità magmatica a trascinarlo per anni in un vortice di passioni e depressioni; il poeta, infatti, prima di scoprirsi tale, si dedica a studi eterogenei (la medicina, la filologia, la filosofia), senza mai portarli a termine s’innamora del jazz che pratica come batterista e mentre vagabonda per il mondo, fra incontri artistici ed esotici, intraprende una sequela di lavori disperati:mpiegato comunale, facchino, direttore creativo per agenzie pubblicitarie, dicente universitario etc. Frequenta altri vagabondi celebri come Emilio Villa, Carmelo Bene, Giuseppe Pontiggia, Fernanda Pivano, Elio Pagliarini e l’amata Amelia Rosselli che elegge ad apogeo della poesia novecentesca ed alla quale dedica, nel 2017, una stanza del poema Ingenuitas (La Finestra Editrice, 2017).”
Mi disse che tra i suoi anni più belli, annovera quelli trascorsi in un villa a Stresa sul mio lago Maggiore, del quale, scopro quel pomeriggio, abbiamo amato entrambi l’austera eleganza ed il silenzio severo ma misericordioso; scambiamo anche qualche battuta sullo storico Gigi Bar, dove un tempo ci si incontrava e ci si innamorava al ritmo della musica degli anni Sessanta. Dopo tutto, Nanni per un lungo periodo, alla poesia ha preferito donne e balere notturne. Ma è proprio a partire proprio dagli Anni Sessanta che Cagnone, dopo svariate metamorfosi professionali giunge ad inverare i suoi talenti.
Approdando al mondo editoriale; fra i diversi ruoli ricoperti, svolge il ruolo di redattore presso l’editore Lerici, collabora con la rivista d’avanguardia Marcatrè, si dedica al giornalismo per testate come Chersea Review, Incognita, anche quando Giornale, il Messaggero, Panorama e altri, e sul declinare degli Anni Ottanta, fonda Coliseum, piccola casa editrice che edita libri insoliti, proteiformi in cui si intrecciano il pensiero ellenistico, quello persiano, il protoromanticismo europeo, la mistica ebraica, la filosofia, avanguardie varie ed altre rarità-“.
Il poeta ha sempre ammesso che sposare Sandra, donna di rara generosità e vigore lapideo con due occhi di diaspro nero e di appartarsi con lei in un borgo a perpendicolo su un declivo boscoso gli sia stato di grande giovamento. Il borgo abbarbicato su di un dirupo e avvolto sovente da una benda di nebbia che pareva inviolabile è stato certamente il suo buen retiro anche quando sulle scabre dimore in pietra e sui boschi si abbatteva un’apocalisse di pioggia. Le pareti del suo rifugio erano rivestite da un florilegio di libri di ogni genere, preda di un ‘umifità esiziale. La casa era davvero grande come una valigia e la sua scrivania ne era il cardine sulla quale campeggiava lo schermo giganteggiante del suo computer.
Non si è mai pentito di essersi estraniato da un sistema editoriale intorpidito,arreso allo smercio di favori ed alla produzione incontrollata di opere per lo più pedestri, e soprattutto di aver ripudiato le conventicole dei poeti dalle quali con dolcezza paterna invitava a stare lontani. Fino all’ultimo aveva conservato l’inquietudine creativa, il desiderio della scrittura, l’inesausta, ricerca della parola accurata, capace di osteggiare la sciatteria del linguaggio che altro non è che lo specchio della volgarità dell’epoca contemporanea. E’ proprio l’aspetto del linguaggio, la sua portata metastorica che fa amare questo poeta più di altri, un poeta più di altri, un poeta che per oltre cinquanr’anni, con pertinacia e coraggio ha mantenuto alta l’intonazione dei suoi versi, disprezzando apertamente la truffaldina e insopportabile atrofizzazione della nostra lingua, la sua crudele disincarnazione, ipocritamente spacciata per modernizzazione. E’ Nanni stesso a confessarlo in una poesia: “La mia lingua è imperterrita, e prima per pochi: affronto volentieri l’accusa d’essere aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporane. Abbassare la propria lingua per renderla gradita e comprensibile agli ignari, è agire da vili, da ruffiani: equivale a cedere al presente, epoca involgarita e stupida…“
Cagnone non ha mai amato i compromessi, il tacere per tornaconto; al contrario è spietato censore non soltanto dell’ultima generazione poetica, ma anche dei grandi autori novecenteschi quali Zanzotto, Montale, Merini per citarne solo alcuni, per questo è stato tacciato spesso di alterigia, da chi evidentemente, non ha mai compreso la sua sapienza e nitore intellettuale.
Cagnone combatte il declino del presente per contrasto, mantenendo il passato vibrante, soprattutto quello classico, le cui ombre circondano la sua lingua, la innalzano, ma senza mai renderla vanamente indecifrabile; passato e presente, nella sua poesia, si amalgamamo, la tradizione non è una formulazione di lessico, ma àncora che il poeta getta e leva, inducendo così un costante rinnovamento della memoria. Ed ecco ancora le sue parole: “La poesia non dovrebbe dipendere dalle circostanze, ma essere in certo modo metastorica. Poiché tiene care le possibilità e la memoria della lingua e non la sua condizione momentanea; la lingua della poesia facilmente si sottrae alla linguistica sincronica. In poesia non ci sono né arcaismi né neologismi, la sua lingua non appartiene del tutto al presente d’una lingua. In poesia ogni lingua particolare non è che un pratico sogno. Ed è in certo modo lingua morta”.
Oltre al lessico coltissimo, classicheggiante,inarrivabile, Nanni possiede una raffinata sensibilità musicale, la quale imprime ai suoi versi (per lo più, senari, settenari e novenari) effetti ritmici e fonetici del tutto originali, conferendo loro una cadenza onirica, ondivaga, a tratti persino psichedelica. Leggere i suoi testi è come ascoltare certi ariosi, voluttosi fraseggi del jazz, significa pencolare fra sogno, sonniloquio e improvvisi risvegli, questi ultimi cagionati dalle chiuse spiazzanti. Sono versi i suoi, che hanno una grazia sospesa, dalla quale si ha sempre l’impressione che tralucano frammenti di ignoto. La poesia del Nostro s’invola sempre sopra la mediocrità comune, poiché in essa predomina non già la postura del poeta, ma lo sguardo dell’uomo.
Nanni ne è sempre stato convinto; non può prodursi grandezza artistica in animi meschini. E il suo animo, nonostante la franchezza ferina di certe esternazioni, ha una delicatezza rara, espressa nella celeste indulgenza dei suoi versi. In sintesi per Cagnone, la poesia, non è rimpasto di conoscenze letterarie, spesso maldigerite, né d’altro canto; è il rigurgito di un’emotività estemporanea e d’impatto di un ego che sviscera se stesso. Nasce invece, per utilizzare una delle sue folgoranti definizioni come <una difficoltà di pensiero>.
Del resto basta leggere le sue opere che spaziano dalla lirica al prosa, dalla saggistica alla drammaturgia sino alla traduzione per sperimentare l’originalità della sua scrittura. Nei testi poetici, in particolare, si percepisce rettamente l’arretrare dell’autore dinanzi all’epifanie delle cose, soprattutto le più intime, quelle minuzie con aurea d’eterno che egli abita con grazia e dimestichezza, ma soprattutto con amore.
Il poeta stesso confessa (in geniali speculazioni su poesia ed estetica, raccolte nell’opera <Discorde>, una specie di Zibaldone in origine pubblicato dalla Casa Editrice Coliseum) che per compiere questo percorso a ritroso bisogna farsi indifesi contro la verità e contro le verità del mondo e persino contro il vuoto, senza mai arrendersi ad una riduzione nichilista. La poesia di Nanni dunque si genera da un costante oscillare fra il richiamo della metafisica e quello della realtà con una sollecitudine che orienta verso ciò che è essenziale, umano e perciò vulnerabile.
L’armonia dei suoi versi è di una purezza strabiliante e come il jazz si può comparare <all’arte del quasi non detto> in quanto non svela il mistero dell’esistenza, ma vi allude soltanto, con quel senso di malinconia e disincanto che deriva dalla consapevolezza della sua inafferrabilità. “Per render degna la propria poesia, sosteneva il Nostro, si deve trovare in sé un altro poeta” Non a caso Rimbaud scriveva <L’Io è un Altro>>. E così si può aspirare <d’arriver à l’inconnu par le dérèglement de bon sens>. Così ogni giorno si dedicava ad una sorta di rigenerazione interiore. Questa pratica è ottima per il poeta; sociologicamente è una malattia che resiste alle terapie d’urto dei mass media e dei social network. E’ una delicata attività asintotica che richiede solitudine ma invece è praticata da troppi pur essendo cosa da pochi.
Gianfranco Barcella
