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L’Ungheria non ha bocciato la destra. Non ha vinto un progressista da salotto. La lezione ci riguarda. A chi serve la corte dei fedelissimi?


Ungheria, addio Orbán: quando anche il sovranismo perde il pelo.

di Eraldo Ciangherotti

Orban sconfitto, Magyar vincitore

Per sedici anni Viktor Orbán ha governato l’Ungheria come se fosse cosa sua. Uomo forte, leader carismatico, simbolo di una destra barricadera che per anni ha fatto impazzire mezza Europa e innamorare l’altra metà. Poi però arriva il momento in cui anche i re scoprono di essere nudi.

E così Orbán cade. Non per un complotto, non per un golpe, non per colpa di Bruxelles cattiva. Cade perché gli ungheresi si sono stancati. Stancati delle solite facce, dei soliti fedelissimi, dei soliti scandali, delle accuse di corruzione, delle guerre personali combattute contro chiunque: Unione Europea, Ucraina, NATO, perfino i vicini di casa.
Gli elettori hanno scelto Péter Magyar, che non è un rivoluzionario rosso né un progressista da salotto. Anzi. È un uomo di centrodestra, conservatore quanto basta, ma con una differenza fondamentale: ha capito che non si governa un Paese facendo il broncio all’Europa ogni mattina.
Il suo partito, Tisza, ha vinto perché ha promesso cose semplici e comprensibili: meno corruzione, meno isolamento, più fondi europei, più credibilità internazionale. Tradotto: meno propaganda e più pane.
E qui viene il bello: qualcuno lo spieghi alla sinistra italiana, che già brinda immaginando il crollo delle destre in Europa. In Ungheria non ha vinto la sinistra. Non ha vinto il socialismo. Non hanno vinto i girotondi. Ha vinto un altro uomo di centrodestra, soltanto più moderno, più pragmatico e meno litigioso di Orbán. Insomma: gli ungheresi non hanno bocciato la destra, hanno bocciato una destra che si era trasformata in un monumento a se stessa.
La lezione è chiara anche per noi italiani. La destra non perde quando difende i confini, quando parla di sicurezza o quando rivendica identità e orgoglio nazionale. La destra perde quando si chiude in un fortino, quando si trasforma in una corte di fedelissimi, quando pensa che basti gridare contro Bruxelles per risolvere i problemi della gente.
Il centrodestra serio, quello che ha un futuro, è quello che tiene insieme fermezza e pragmatismo. È quello che non rinnega l’Europa ma la usa. È quello che non strizza l’occhio a Vladimir Putin mentre il mondo cambia. È quello che sostiene le imprese, le famiglie, il ceto medio, senza trasformare ogni discussione in una guerra ideologica.
Gli ungheresi non hanno scelto la sinistra. Hanno scelto di mandare a casa un potere diventato stanco, autoreferenziale, arrogante e corrotto. Succede sempre così: chi resta troppo a lungo al comando finisce per credere di essere indispensabile. E invece non lo è nessuno.
Nemmeno Orbán.
Eraldo Ciangherotti
NOTA DI TRUCIOLI.IT – Ormai il libero giornalismo in Italia è rilegato in netta minoranza. La RAI si è trasformata in tele Meloni dove sono piazzati, ai vertici del telegiornali, direttori e giornalisti ‘fidati’. Rai 3 è storicamente la rete dedicata all’approfondimento. E’ rimasto Report condotto da Sigfrido Ranucci, programma di inchiesta principale della rete, noto per le sue indagini su economia, politica e società. Oltre 250 querele e richieste di risarcimento danni nel corso della sua carriera, con un incremento significativo negli ultimi anni con i governi della destra. Mai una condanna. Nessun paragone, neppure lontano, ma ne sappiamo qualcosa anche noi, soprattutto querele ‘temerarie’ e diffide legali.
Ciangherotti non ha mai rinnegato la sua fede a destra, inizialmente persino da ‘talebano’ di Berlusconi. L’area nel cielo della riviera con striscione pro Berlusconi. Oggi la disamina che ha scritto per la sua pagina facebook sul risultato elettorale in Ungheria è una lucida riflessione, un’analisi disincantata: evidenzia la capacità di guardare oltre la retorica politica e soprattutto guardarsi cosa accade entro i nostri ‘confini’.
Con Orban l’Ungheria ha rinnegato la libertà di stampa, il giornalismo indipendente e non asservito al potere. La televisione, in Ungheria, è caratterizzata da una forte presenza pubblica, che controlla i canali principali, e da un settore privato che negli ultimi anni ha visto un consolidamento nelle mani di proprietari vicini al governo di Viktor Orbán. (in Italia vedi le tv berlusconiane). La stampa è in gran parte controllata, direttamente o indirettamente, da persone vicine a Viktor Orbán e al suo partito, Fidesz. Attraverso una rete di alleati imprenditoriali e la creazione della KESMA (Fondazione Centro-europea per la Stampa e i Media), fondata nel 2018, il governo ha accentrato la proprietà di centinaia di testate (quotidiani, siti web, radio e TV). In Italia oltre l’80% è ‘pro destra’. Con alcuni casi clamorosi, vedi l’on. Antonio Angelucci, deputato leghista da 4 legislature, assente ai lavori  della Camera al 99 per cento, proprietario di Libero, Il Giornale, Il Tempo e quotidiani locali in mezza Italia, oltre a possedere, nel centro-sud Italia e accreditate con il Sistema Sanitario Nazionale, 26 strutture private.
L’Italia, il suo governo, il primo ministro Meloni, il vice Salvini non hanno mai preso le distanze dalla ‘democratura’ di Orban. Il rischio Orban in Italia non è propaganda. L’alleanza di Orban con Trump e Putin è corroborata dai fatti. Il trattamento riservato al libero giornalismo dai due presidenti (uno dittatore a vita?) ai giornalisti e agli editori indipendenti sono a prova del nove.
Tra i nostri politici e pubblici amministratori nessuno, almeno pubblicamente, si è sentito in dovere, con la libertà di coscienza, di dichiararsi un anti Orban. E ora lo rinnegheranno ? O restano fedeli ai suoi ideali verso il libero giornalismo a suo modello? (L.Cor.)

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