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Guerra in Medio Oriente: Sánchez rompe il silenzio dell’Europa. I governi europei restano nella scia di Trump


Guerra in Medio Oriente: Sánchez rompe il silenzio dell’Europa. Il premier spagnolo prende posizione. I governi europei restano nella scia di Washington.

di Vincenzo Bolia

Il discorso pronunciato il 4 marzo dal premier spagnolo Pedro Sánchez ha riportato al centro dell’attenzione europea una questione che da tempo attraversa la politica internazionale: quale debba essere oggi il ruolo dell’Europa nei grandi conflitti e fino a che punto il continente debba limitarsi a seguire la linea di Washington.

Le parole del capo del governo di Madrid sono arrivate in un momento di forte tensione diplomatica con gli Stati Uniti, dopo la decisione della Spagna di non partecipare direttamente a iniziative militari legate alla crisi con l’Iran. La scelta ha provocato reazioni critiche da parte dell’ex presidente americano Donald Trump, che ha minacciato possibili conseguenze economiche e commerciali nei confronti di Madrid.

Il discorso di Sánchez ha però avuto una portata più ampia della polemica contingente. Il premier spagnolo ha affermato che il suo Paese non intende contribuire a un’escalation militare e che la comunità internazionale dovrebbe puntare con decisione sulla diplomazia e sul rispetto del diritto internazionale.

Uno dei passaggi più significativi riguarda proprio questo principio: non si può rispondere a una violazione delle regole internazionali con un’altra violazione. Secondo Sánchez, l’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale, fondato su trattati e organismi multilaterali, resta uno strumento fondamentale per evitare che le crisi regionali degenerino in conflitti più vasti.

Nel suo intervento il premier spagnolo ha richiamato anche l’esperienza della guerra in Iraq del 2003, ricordando come quell’intervento militare fosse stato presentato come necessario per garantire sicurezza e stabilità ma abbia invece prodotto effetti opposti: instabilità politica, radicalizzazione e nuove tensioni in Medio Oriente.

Il riferimento non è soltanto storico. In Spagna il ricordo di quella stagione politica è ancora molto vivo. All’epoca il governo spagnolo sostenne l’intervento guidato dagli Stati Uniti, ma l’opinione pubblica reagì con grandi manifestazioni pacifiste. Il motto “No a la guerra”, tornato oggi nel discorso pubblico, richiama proprio quel momento della storia recente.

Il discorso di Sánchez ha colpito molti osservatori anche per il linguaggio utilizzato. Il premier ha parlato non solo di interessi strategici ma anche di valori: tutela dei civili, rispetto delle norme internazionali, responsabilità della comunità internazionale nel prevenire conflitti.

Giusta o sbagliata che la si giudichi, la posizione espressa dal premier spagnolo ha avuto almeno un effetto evidente: quello di porre con chiarezza una questione politica. In politica estera, dove spesso prevalgono prudenza e formule diplomatiche, una presa di posizione esplicita non è sempre frequente.

All’interno dell’Unione europea, tuttavia, le reazioni sono state più sfumate. Anche molti altri Paesi europei, tra i quali naturalmente l’Italia, sembrano aver scelto una linea di sostanziale allineamento alle posizioni prevalenti dell’alleanza occidentale, senza prese di posizione autonome particolarmente riconoscibili nel confronto politico aperto dal discorso di Madrid.

Le parole del premier spagnolo toccano quindi un tema più generale: la capacità dell’Europa di agire come soggetto politico autonomo. Negli ultimi anni diversi leader europei hanno sostenuto la necessità di rafforzare gli strumenti comuni di difesa e politica estera dell’Unione, non per sostituire l’alleanza con gli Stati Uniti ma per renderla più equilibrata.

La politica internazionale resta inevitabilmente il terreno del realismo e degli interessi strategici. Tuttavia esiste anche una dimensione fatta di trattati, regole e principi condivisi che dovrebbe contribuire a evitare escalation e conflitti su larga scala.

Il discorso di Madrid ha quindi riaperto una domanda che riguarda l’intera Europa: se il continente debba continuare a seguire quasi a occhi chiusi la linea della Casa Bianca oppure trovare una propria voce nelle grandi questioni della politica internazionale — non solo sul piano diplomatico e militare, ma anche su quello economico e commerciale, dai dazi ai nuovi equilibri dell’economia globale.

Vincenzo Bolia


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