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Liguria e Basso Piemonte

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In coda sulle strade liguri… pensando alle vie antiche. I consigli di Teodora


In coda sulle strade liguri… pensando alle vie antiche

di Teodora

Siamo ormai in periodo di viaggi estivi per cercare refrigerio nella nostra Liguria o per attraversarla in direzione di altre mete; le code e i ritardi sono da tempo consuetudine e, si sa, disponiamo solo di due direttrici: la via Aurelia e l’autostrada, non ci sono alternative.

Teodora non può che volgere lo sguardo al passato, ripensare ai tempi antichi e ricordare che anche allora la Liguria era terra di passaggio… magari con meno traffico.

La viabilità romana ha costituito un elemento di collegamento e unificazione anche in Liguria, terra impervia e inospitale per eccellenza, poco accessibile perché difesa da una cortina montuosa, battuta dai venti e priva di porti, eccetto piccoli approdi, come recita la lapidaria ma efficace descrizione di Strabone: «battuta dai venti e priva di porti ad eccezione di piccoli ormeggi […] tremendi precipizi di monti che lasciano solo uno stretto passaggio lungo il mare» («προσεχής κὰι ἀλίμενος πλὴν βραχέων ὅρμων […] οἱ τῶν ὀρῶν ἐξαίσιοι κρημνοὶ στενήν ἀπολείποντες πρὸς θαλάττῃ πάροδον», Geogr., 4, 6, 2).

Costa scoscesa tra Andora ed Albenga (per gentile concessione del 15º Nucleo Elicotteri Carabinieri) con la viabilità moderna: quella romana non era costiera. Particolarmente disagevole doveva essere anche il tratto di costa da Genova a Vado Ligure.

Eppure, nonostante l’impervietà, in virtù della sua posizione la Liguria fu da sempre zona di transito, abitata da tribù disparate e divise tra loro contro le quali i Romani dovettero combattere aspramente e a lungo per assicurarsi il transito verso l’Iberia, come possiamo leggere ancora in Strabone: «i Romani […] dopo aver combattuto per molto tempo […] contro i Liguri, che avevano sbarrato i passaggi lungo la costa verso l’Iberia» («Ῥωμαῖοι […] πολὺν χρόνον πολεμήσαντες […] τοῖς Λίγυσιν, ἀποκεκεικλόσι τὰς εἰς τὴν Ἰβηρίαν παρόδους τὰς διὰ τῆς παραλίας», Geogr., 4, 6, 3).

Al di là del mito, riflesso in un frammento di Eschilo e in Igino, che lascia presupporre l’esistenza di un’antichissima litoranea –la “via Eraclea” o via Herculea– , fu proprio la presenza dei Romani (che, come detto, necessitavano di un transito verso l’Iberia) a cambiare l’assetto politico e sociale della nostra regione: anche e, forse, soprattutto grazie ai nuovi tracciati viari, la via Iulia Augusta e la via Aemilia Scauri, che la connettevano alla Gallia e alla pianura padana

Infatti, conseguenza del loro intervento militare fu una capillare ed efficace romanizzazione della regione, come attestato dal ricchissimo patrimonio archeologico che sopperisce alle scarse fonti documentarie e consente di ricostruire la storia della Liguria lungo la sua parabola dall’epoca della conquista romana all’età imperiale, che vide sorgere anche nella nostra terra ricche domus, terme, teatri, fino alla decadenza di fine impero sotto l’urto – tra le altre cause– delle «gentes nefandas»: così vengono definiti i barbari nell’Epigrafe di Costanzo, attribuita a Rutilio Namaziano e conservata nell’atrio del Palazzo vescovile ad Albenga (CIL 5, 7781, v. 9).

I ritrovamenti, come talvolta l’assenza, di testimonianze materiali, documentano lo sviluppo e poi la decadenza delle infrastrutture, la diffusa pratica del riuso (spesso a scopo sepolcrale o produttivo), la contrazione dei centri abitati, le sepolture entro le mura, il calo della produzione agricola conseguente al peggioramento climatico; ma documentano anche l’esito innovativo della crisi che seguì la fine dell’Impero romano: la graduale rinascita sotto l’impulso di nuove energie, di nuovi fermenti culturali: si pensi, in primis, al ruolo svolto dal Cristianesimo e dalla Chiesa con le sue diocesi, che sopperì alle carenze di uno Stato in crisi: il Codex Iustinianus nel 529 affida alla supervisione e al controllo dei vescovi le imposte per la manutenzione dei corsi d’acqua urbani e delle cloache massime, oltre a vari provvedimenti per il decoro urbano ad arginare fenomeni che oggi definiremmo “abusivismo edilizio”: edifici costruiti contro le mura e sotto i portici, macerie negli intercolumni; si può supporre che una simile disposizione sia stata osservata anche nella diocesi di Albenga, una delle più antiche, estesa da Finale Ligure a Sanremo all’alto corso del Tanaro.

Ma torniamo alla viabilità dell’antica Liguria.

Si tratta di un territorio senza vie d’acqua interne ma era ricco di mulattiere e percorsi antichi che si connettevano al litorale e quindi ai rari porti (nel nostro Ponente Albingaunum/Albenga e Vada Sabatia/Vado Ligure) e ai vari piccoli approdi, i βραχεῖς ὅρμοι della descrizione di Strabone sopra citata: il trasporto via mare era più veloce ed economico e consentiva per buona parte dell’anno di ovviare alla difficile percorribilità dovuta alle caratteristiche orografiche della regione.

Relativamente a questi sentieri, non più individuabili oggi perché, probabilmente, a poco a poco trascurati nel tempo a favore di altri più agevoli dal punto di vista economico e militare, troviamo traccia letteraria in Livio: strade ripide, strette, luoghi montuosi e scoscesi, ripe erte: «itinera ardua, angusta» in «loca montana et aspera», con «rupae deruptae» (39, 1-2): come non riconoscere le nostre mulattiere, le nostre valli!

Di queste vie che conducevano al mare sopravvive una testimonianza linguistica nell’aggettivo marenca; le vie marenche, rimaste in uso in tutto il territorio ligure accanto al sistema stradale romano e nelle epoche successive, connettevano la pianura padana occidentale al mar Ligure: una delle principali era l’antica via del commercio del sale detta “Roa (o Roà) marenca”, passava da Montaldo di Mondovì, sito dell’Età del Ferro sede dei Ligures Montani, e collegava l’attuale Mondovì ad Albenga, scendendo da Garessio verso Ormea e Caprauna, toccando con varie diramazioni Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli e Loano tramite Bardineto e Toirano.

Tracce di antichi percorsi vitali in età romana e successiva potrebbero essere per esempio: il toponimo “Romana” che designa una frazione del Comune di Bormida a poca distanza da Cairo Montenotte (quindi dalla via Aemilia Scauri) lungo il torrente Bormida di Pallare e l’attuale SP15; nonché l’odonimo “via Romana” presente a Bardineto, comune situato sulla SP490 che lo collega a Bormida, al Colle del Melogno e a Calizzano: indizi, forse, della fruizione romana di vie di comunicazione antiche nelle valli molto ramificate tra le province di Alessandria e di Savona.

Un’articolata rete di percorsi e di sentieri collegava Albenga con i centri della pianura ingauna e delle sue valli fino alla pianura padana: le devastanti alluvioni del Centa (non solo quelle recenti ma anche quelle antiche, come lasciano intendere i numerosi capitoli degli Statuti di Albenga dedicati alla cura dei corsi d’acqua) ne hanno obliterato le tracce materiali, ma i documenti d’archivio, le carte storiche e i ritrovamenti archeologici documentano una fitta rete stradale, costituita nell’entroterra da mulattiere, che afferiva ad Albenga, alla via Iulia Augusta e al porto–ora scomparso–, assicurando la distribuzione delle merci di produzione locale ma anche di importazione, come attestano le ceramiche galliche, ispaniche e dell’Italia centrale rinvenute in siti montani quali Castelvecchio di Rocca Barbena e Caprauna (centri attraverso cui passava una via Marenca, come sopra detto).

La via Iulia Augusta tra Albenga ed Alassio

È ora di tornare ai giorni nostri: Teodora vi saluta e vi suggerisce di fuggire la calura con una passaggiata sulla via Iulia Augusta, per esempio in Val Ponci (Vallis Pontium) per ammirare i ponti romani e visitare la cava da cui vennero estratti i materiali da costruzione.

Cava romana – Val Ponci, Finale Ligure

Teodora


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