Successo per lo spettacolo ispirato alla vita del grande compositore franco-basco e alle sue composizioni per il balletto. Magnetica la presenza della celebre étoile e di Sergio Bernal.
di Angelo Magnano

In principio c’era la stata la sostituzione, da parte del nuovo sovrintendente Michele Galli, di Der ferne Klang e del Rinaldo, voluti dal suo predecessore Orazi, con Don Giovanni e Il Campiello. Poi, a causa della distruzione dell’allestimento scenico in un grave incendio, il balletto Coppélia è stato rimpiazzato in tempi celeri con lo spettacolo di danza Boléro-Ravel. E nell’imminenza del Natale, è arrivata la notizia che la prevista rappresentazione de Il nome della rosa di Francesco Filidei, dopo un’approfondita analisi dei costi di produzione da parte del Consiglio d’indirizzo della Fondazione Teatro Carlo Felice, cederà il posto alla Tosca di Puccini, nell’allestimento dell’Opera di Roma che ricostruisce la produzione del debutto nel 1900.
Insomma, non mancano i colpi di scena nella stagione 2025/26 del teatro genovese, con il cambiamento di quattro titoli sui nove complessivi. Per i melomani più inquieti e curiosi rimane l’amaro in bocca di non vedere in scena l’opera di Franz Schreker, merce rara nei teatri italici, il capolavoro di Haendel, mai sufficientemente proposto (come vale in genere per il repertorio barocco), e il nuovissimo Nome della rosa di Filidei, che ha esordito alla Scala nel maggio scorso con grande successo. Gli amanti del balletto hanno dovuto invece rinunciare a godersi il titolo più famoso di Léo Delibes, Coppélia, che stranamente manca da molti anni sul palcoscenico del Carlo Felice.
In quest’ultimo caso, la direzione del teatro ha tirato fuori il coniglio dal cilindro proponendo, in tempi da record, lo spettacolo ideato da Daniele Cipriani ed ispirato alla vita di Maurice Ravel nel 150° della nascita. Tutt’altro linguaggio musicale rispetto a Delibes, certamente, ma restiamo pur sempre in terra di Francia. Lo spettacolo, su testo di Vittorio Sabadin e con la regia di Anna Maria Bruzzese, ripercorreva la storia del compositore franco-basco attraverso alcune delle sue pagine più celebri scritte per la danza che conducevano verso il Boléro, commissionato a Ravel dalla leggendaria ballerina e attrice Ida Rubinstejn. Non una semplice antologia di note pagine raveliane per il balletto, quindi, ma un percorso che aveva l’ambizione di indagare, con uno sguardo al contempo rigoroso ed ironico, l’originale rapporto tra musica e corpo che si sprigiona dal genio di Ravel.

A condurre lo spettatore in questa esplorazione erano i siparietti, affidati a due immaginari strilloni francesi del primo Novecento interpretati da Alessandro Ambrosi e Marco Guglielmi, che saldavano tra loro i quattro numeri contestualizzando la nascita delle pagine musicali entro il percorso artistico dell’autore e la temperie culturale della sua epoca. Una maggiore concisione dei testi e qualche scivolata in meno nel didascalico avrebbero giovato alla pur volenterosa performance degli strilloni d’antan.
Va da sé che l’attesa principale del pubblico si concentrava sulla straordinaria partecipazione della “mitica” étoile Luciana Savignano, una vera leggenda della danza italiana che a suo tempo fu magistrale interprete del Bolèro nella celebre coreografia di Maurice Béjart. Fisico sempre asciutto e presenza carismatica, la Savignano ha offerto un saggio di essenzialità ed eleganza gestuali danzando insieme a Luca Curreli e Jacopo Giarda nella Pavane pour une infante défunte, coreografata da Simone Repele e Sasha Riva, e vestendo idealmente i panni di Ida Rubinstejn – anche come voce narrante – nelle prime battute del Bolèro. Poche pennellate di danza, ma quelle che sono bastate alla grande artista per emozionare il numeroso pubblico. Rendendo invece pleonastici gli spezzoni (piuttosto incomprensibili, peraltro) di sue interviste appiccicati come introduzione alla Pavane.
L’altra presenza magnetica era quella del ballerino e coreografo Sergio Bernal, che si è esibito come solista nella Rapsodie espagnole, da lui stesso tradotta in movimenti evocativi di grande espressività danzati in una cornice astratta che depura da ogni facile concessione al folklore la Spagna raveliana, e ha poi coinvolto la propria compagnia in una lettura molto coinvolgente del Bolèro (coreografia di Rafael Aguilar), esaltandone al contempo l’ossessivo ingranaggio ritmico-musicale e lo sfrenato – verrebbe da dire anarchico – potenziale di libertà.

Eccellente il livello qualitativo raggiunto dai ballerini della Sergio Bernal Dance Company. Meritano infine un plauso anche Anbeta Toromani e Alessandro Macario, protagonisti della coreografia, in prima assoluta, di Francesco Nappa su La Valse e capaci di restituire la natura ambigua e corrosiva della partitura raveliana, rifiutata a suo tempo dal leggendario Djagilev per la sua carica “eversiva” e la sua vertiginosa messa in discussione dell’ordinato valzer viennese.
A completare il quadro va segnalata la presenza dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice diretta da Paolo Paroni che ha restituito, pur con qualche imprecisione nelle parti soliste (ci riferiamo alla rappresentazione pomeridiana del 20 dicembre), l’inesauribile tavolozza timbrica dei quattro celebri brani Ravel in programma. Merita una segnalazione, infine, l’esposizione permanente, nella Sala Paganini, della mostra fotografica I grandi del balletto classico, donata al Teatro Carlo Felice da Francesca Camponero: tutte rigorosamente in bianco e nero, le 25 fotografie ritraggono celebri danzatori, tra cui Rudolf Nureyev, Margot Fonteyn, Vladimir Vasiliev, Carla Fracci, Roland Petit, Natalia Makarova dal 1950 al 1982, anche non in scena. Molte immagini sono state scattate in occasione del Festival di Nervi.
Angelo Magnano
