Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Borghetto S.Spirito. In ricordo di Dino


Guardino MONTALDI, detto Dino, non c’è più. A 86 anni ha deciso di ritirarsi dalla scena della vita, con la discrezione e la modestia con cui ha sempre vissuto.

Elettricista di professione e poi pittore fantasioso, restauratore, inventore di presepi, burattinaio e teatrante, ha regalato momenti di gioia e divertimento a molte generazione di ragazzi borghettini.

Uomo profondamente buono e onesto ha lasciato, a chi lo ha conosciuto, un vuoto che non potrà essere colmato. Dino sarà insostituibile.

Voglio ricordarlo con un racconto che avevo scritto alcuni anni fa e che si basa sia sulla realtà dei fatti che sulla fantasia.

*****

DINO E LA CAMPANELLA DELL’ORATORIO

La piccola campana dell’oratorio di San Giuseppe squilla ogni giorno da lassù, per comunicare ai Borghettini che è mezzogiorno e le persone che transitano nella piazzetta sembra che adattino il loro passo al ritmo dei rintocchi, dando l’idea, a chi osserva, di essere in un gigantesco carillon.

L’autrice di questo avvenimento musicale è Natalina, che nella sacrestia dell’oratorio con una mano stringe la corda della campanella ed esegue il “su e giù” con la stessa serietà con cui Uto Ughi eseguirebbe un brano di Paganini. Due minuti di scampanellio e a risentirci domani.

Così è stato per molto tempo finché un giorno a Don Pietro non venne l’idea di applicare alla campanella dell’oratorio un marchingegno elettrico, simile a quello già in funzione nel ben più importante campanile della parrocchia, che avrebbe automatizzato i suoni di mezzogiorno e sostituito Natalina con un timer, esiliando così, anche lei, nel lunghissimo elenco delle vittime della tecnologia.

L’incarico di collocare l’apparecchiatura elettronica non poteva che essere affidato a Dinou Panadda” che, con l’aiuto del figlio Pierguido, avrebbe proiettato l’oratorio di San Giuseppe nell’era moderna: basta cordicelle e basta Natalina, che se arriva in ritardo siamo fritti.

Il pacco contenente l’orologio, il timer, il martelletto e tutto quant’altro occorre, arriva nell’oratorio la mattina di un’umida giornata di ottobre. Pierguido, agile come uno scoiattolo e grazie a una piattaforma aerea, in pochi minuti è già sul tetto: blocca la campanella e installa il martelletto che avrebbe prodotto, con la sua elettrica percussione, i suoni che prima erano generati dal batacchio. Ultimati i collegamenti dei cavi, raggiunge Dino che, in sacrestia, è alle prese con il timer e l’orologio.

  • “Ti l’ai culegâ a campanetta?”
  • “Si papà, è tutto a posto. Basta programmare il timer e far partire l’orologio”
  • “Va ben…Alua a mettu stu fî lì… e poi a strenzu sta vie…. e poi…”

Dino ha dei tempi che non sono umani. E’ una persona fortunata che è rimasta libera dalla frenesia dei nostri giorni, dalla continua mancanza di tempo, dall’ansia di arrivare in ritardo, dalla paura di perdere il treno, dalle troppe cose da fare nell’intervallo del lavoro, dai troppi impegni del dopocena. Dino ha dentro di sé il ritmo dei corpi celesti, il minuetto del sistema solare, l’andante con brio della Via Lattea, il maestoso dell’incedere delle comete. E chi lo osserva lavorare, uno di noi a caso, freme, si agita, si domanda cosa fa, quanto tempo ci vorrà ancora e si spazientisce perché, uno di noi a caso, non capisce.

Ma anche l’orbita di Plutone si compie e finalmente tutto è pronto, tutto è concluso. Il coperchio di plastica chiude con uno scatto la scatola dei collegamenti elettrici e l’ultima vite lo sigilla. L’orologio è impostato a qualche secondo dalle 12, per simulare mezzogiorno.

Tutti escono e si dirigono dietro l’abside dell’oratorio e rivolgono, ansiosi, lo sguardo all’insù verso il piccolo campanile. Anche Dino, con le mani dietro la schiena, guarda in alto.

Finalmente la campanella inizia a suonare, felice come sempre di spargere i suoi rintocchi nel cielo borghettino, anche se prodotti elettricamente.

E suona, e suona, e suona…

Passano quasi cinque minuti e la campanella continua a suonare, instancabile.

Le persone che compongono il piccolo gruppo di spettatori comprendono che la tecnologia sta regalando, ancora una volta, una delle sue bizzarre sorprese. Forse qualche contatto strano, qualche filo mal collegato, qualche altra diavoleria, non si sa: il risultato è una campana che pare non abbia alcuna voglia di smettere di suonare.

Dino lentamente abbassa la testa e volge lo sguardo al pubblico presente, che aspetta da lui più che una soluzione tecnica un miracolo.

Il tempo che trascorre tra quando Dino si è girato a quando apre bocca per parlare sembra interminabile, quasi che la vita, in quell’istante, scorresse al rallentatore.

Finalmente Dino parla: “U ghè quarcosa cu nu và” , dice con calma e, sempre con le mani dietro la schiena, lievemente curvo, ritorna verso la sacrestia dell’oratorio.

Silvestro Pampolini


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S.Pampolini

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