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Liguria e Basso Piemonte

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L’Eden Carlo Levi era Alassio: “È il mio paradiso in terra”. Per tutta la vita lottò in nome della giustizia e della libertà. L’antifascismo nelle battaglie politiche


Carlo Levi ha avuto un legame profondo e duraturo con Alassio dove ha trascorso le sue estati e alcuni periodi di riposo dal 1924  fino al 1974 nella villa di famiglia. 

di Gianfranco Barcella

Carlo Levi scrittore ed il pittore torinese, dipinge nel giardino della casa dei genitori sulla collina di Alassio. Tra gli ulivi, il mare e le colline che incorniciano la città. Alassio ha dedicato la Pinacoteca Carlo Levi, situata all’interno del seicentesco Palazzo Morteo nel centro storico. 22 tele concesse in comodato d’uso dalla Fondazione Carlo Levi (con dipinti di paesaggi, carrubi e il celebre ritratto di Italo Calvino)
Carlo Levi: il celebre ritratto di Italo Calvino custodito nella Pinacoteca di Alassio

Per lo scrittore ed il pittore torinese, la collina e il giardino della casa dei genitori rappresentava un <vero e proprio paradiso in terra>. Tra gli ulivi, il mare e le colline che incorniciano Alassio in un magico incanto di natura l’artista ha trovato la quiete per dipingere e scrivere. Sono celebri i suoi dipinti dedicati ai carrubi alassini, spesso realizzati con più tele sovrapposte a grandezza naturale, oltre a ritratti di personaggi illustri come Italo Calvino e scorci del paesaggio ligure.

La sua natura incanta, la luce tersa nella quale parevano sospesi i gesti quotidiani ed il tempo che sembrava essersi fermato hanno ammaliato gli occhi prima e poi lo spirito dell’artista. In una lettera scritta alla madre del 1935 del 1935 spiega la realtà da lui percepita con il senso del colore: “Capisco adesso la straordinaria libertà e ricchezza del colore di Alassio, dove l’azzurro più intenso fa parer rosati gli ulivi, i bianchi ed i violetti delle pietre ed i gialli ed i rossi delle rocce sono rilevati dal verde bluastro dei carrubi, e le palme si alzano tra i fiori come allegri pennacchi” .

Ad Alassio, Carlo Levi si riposava delle battaglie politiche e culturali che lo videro in trincea per tutta la vita, in nome della giustizia e della libertà. Il confino in Basilicata del 1935-36, inflitto dal regime per l’attività antifascista, venne trasformato in occasione di scoperta del Meridione d’Italia, nonché la creazione letteraria con “Cristo si è fermato ad Eboli”. Seguirono i romanzi, sempre di impegno civile: “Le parole sono pietre”, “L’orologio” e ”Il futuro ha cuore antico”.

E poi, tra una seduta in Senato e un’altra (fu eletto  durante gli Anni Sessanta nelle liste del P.C.I.), ritornò alla pittura, suo primo amore a cui ricorse già negli anni in cui a Torino, studiava Medicina. Levì si laureò e non praticò mai. Alla fine prevalse il primato della pittura nella ricreazione  di Madre Natura così amorevole nel <giardino> di Alassio: “Quello che è difficile qui è scrivere, occuparsi di cose letterarie e per i ragazzi studiare. Troppo intensa e vicina è la Natura con i colori e le sensazioni e la drammatica grazia vegetale, e le rocce, e il cielo, perché la si possa esprimere altrimenti che in pittura. Così per me è stato sempre; anche qui avevo scritto, ancor quasi ragazzo, una pagina illuminata su una foglia d’albero che ho perduto e che nel ricordo mi pare l’antico anticipo del libro che sto scrivendo e del grande quadro, che farò un giorno, del Paradiso”.

L’ambientazione ligure, tuttavia non è affatto esclusa dalla produzione letteraria di Levi, ma emerge più di frequente nella dimensione privata della scrittura epistolare e di alcuni appunti, vergati sulla sua agenda personale e negli scritti pubblici di natura giornalistica. Pubblica infatti alcuni articoli su “La Stampa”, scritti tra la fine degli anni Cinquanta ed i primi Anni Sessanta. Ma il suo linguaggio poetico riesce ad esplicitarsi al meglio, nella pittura, la sua passione primigenia.

Mentre frequenta lo studio di Felice Casorati per appenderne i rudimenti, si avvicina nel contempo al movimento antifascista: “Giustizia e Libertà”. Levi fece anche parte dei <Sei di Torino>, gruppo creato nel 1928  con l’appoggio teorico di Edoardo Persico. Espose per la prima volta all’età di 21 anni alla Quadriennale Torinese del 1923, e proseguendo la sua carriera arrivò a patecipare alla Biennale di Venezia e ad esporre anche all’estero: Parigi, Londra, New York e Buenos Aires.

Come già accennato in precedenza, l’artista frequentò Alassio soggiornando presso la villa acquistata dal padre Ercole e trascorrendovi le vacanze con la sua famiglia. Fu un dolce ritiro, un approdo ameno dove rifugiarsi per trovare pace dai drammi dell’esistenza. La sua vita non fu serena perché fu un attivo oppositore del regime fascista. Appoggiava le idee del socialismo liberale e per giunta era anche ebreo.

Eseguì il suo autoritratto nel 1941 quando si rifugiò in Francia, braccato dalla Polizia. Nonostante la posa informale, come dimostra la pipa in bocca, nei suoi occhi cupi in cui iride e pupilla sono un tutt’uno oscuro come la notte. Si legge in quello sguardo il tormento dell’artista e  sembra rispecchiare il baratro e l’orrore della guerra che stava vivendo. Tuttavia Levì dimostrò sempre coraggio e determinazione, nonostante avesse già subito  nel 1935 il confino in Lucania.

Nel 1940, una volta riparato in Francia, egli non usufruì del salvacondotto offerto da Roosevelt agli intellettuali europei, perseguitati per fuggire negli Stati Uniti, anzi, qualche anno dopo, tornò in Italia per unirsi al Partito d’Azione militando nella Resistenza. E il pittore torinese rimase sempre fedele alle sue posizioni politiche ed artistiche.

La casa delle vacanze del pittore si trovava su un pendio che scendeva verso Alassio  e che si proiettava sul mare. “E’ mia madre!”, scrisse Levi descrivendo quel luogo magico tanto fosse ammaliato dal suo incanto e tanto vi si sentisse radicato. Egli dipinse i giardini della casetta, la campagna e la pineta che circondano la villa. I quadri prodotti denunciano palesemente un riferimento a Roul Dufy, Henri Matisse, André Derain, dunque la cromia e al ductus pittorico tipici dell’esperienza fauve. Il soggiorno parigino di Levi nel 1925 fu fondamentale per la sua formazione artistica.

A partire dal 1925 ha per un lungo periodo e ripetutamente soggiornato in Francia, soprattutto per motivi politici, legati all’attività antifascista a partire dal 1939. I contatti con l’ambiente artistico e culturale parigino hanno profondamente influenzato la sua sensibilità artistica.

Carlo Levi non è soltanto lo scrittore del famoso libro : “Cristo di è fermato ad Eboli” o l’intellettuale antifascista al quale Sartre e Beauvoit rendevano sempre visita durante i loro numerosi viaggi in Italia.  Sin dall’inizio Carlo Levi si è soprattutto pensato e vissuto come un pittore in dialogo, in particolare con i migliori artisti francesi. L’eco fauve lo si ravvisa in particolare ne “il Giardino della villa” del 1932, in cui vediamo una panchina, un personaggio seduto ad un tavolino ed alla sinistra dei candidi pilastri  che sostengono un pergolato di glicine: elementi che ci parlano dunque di un locus amoenus ove riposare, incontrarsi lontano dalla mondanità e dove trovare protezione e piacere per delizie di natura intorno.

Come  suggerisce il pergolato di fiori. La valletta raffigurata nel quadro <La pineta> del 1960 era il luogo nel quali Levi dipingeva all’aria aperta come un’impressionista, persino durante la notte. E così scriveva: “La luna rende misterioso  e immenso quel mio spazio di pochi metri nella pineta, dove dipingo ogni ramo e ogni tronco mi sono amici e conosciuti”.  Sono diverse le fasi stilistiche della ricerca di Levi: da tocchi sinuosi ed ondosi  passò a pennellate  ancora più <tormentate> in cui è manifesto il riferimento all’Espressionismo, come si nota nella serie dei carrubi presentata su una parete semicircolare, in modo scenografico come a comporre un polittico. L’aver antropizzato i tronchi degli alberi si basa sull’idea che la natura è intimamente connessa all’essenza dell’uomo e che essa si presta all’immaginazione dell’artista come una musa primordiale: una natura che evoca l’umanità, una cassa di risonanza della sua bellezza, uno specchio dell’uomo che sembra indurci ad amarla perché proprio in essa vi è qualcosa di noi.

L’audace pennellata crea talora esiti singolari. Alcuni tronchi , se considerati maniera decontestualizzata e senza riferimenti didascalici , sembrano quasi immagini astratte, soprattutto se osserviamo l’opera Carrubo donna del 1972.  Sebbene la pennellata sia sinuosa ed espressionista si riconoscono bene i licheni, le foglie ed i baccelli marroni dei carrubi, in una sintesi che sa rendere la complessità, il senso materico e le forme della natura, la sua vita misteriosa, regolata da proprie leggi, una natura fonte di fascino ed ispirazione per l’uomo e l’artista, come scrive in un pregevole articolo Alessio Santiago Policarpo in “Arte Oggi”, blog di critica e divulgazione dell’arte contemporanea. Il pitore torinese scrisse anche un saggio dal titolo:”Paura della pittura”, in cui confessò appunto la propria poetica e l’idea che l’arte dovesse compiere una fondamentale missione all’indomani della fine della guerra, uscendo definitivamente dal tunnel che l’aveva portata nelle tenebre: “Il domani non si prepara con i pennelli, ma nel cuore degli uomini e gli uomini anelano di tornare alla luce, e di germogliare come un seme sotterrato (…) La guerra dell’uomo con se stesso è finita, se davvero l’arte ci indica il futuro, e se possiamo leggerlo sul viso e sui gesti degli uomini”.

Ma non dimentichiamo la preziosa produzione poetica di Levi. I primi segni della località ligure hanno radici antiche e si rintracciano negli esercizi poetici giovanili che orientano lo sguardo tra il paesaggio marino (”Ascolto l’onde risciacquanti il vento/selvaggio soffia sulle sponde e il mare/grigio nel tremolar dell’ombre chiare/mi avvolge  nel suo strano incantamento(….)18 settembre 1921) e la prospettiva collinare (“….Ma io sto lontano, in alto dove l’aria è silenziosa e dolce…; 25 luglio 1922) sia nelle prove pittoriche.

Tra queste spicca, nel 1924, la rappresentazione di una scena di Vendemmia su una parete della casa. Nella riproduzione di soggetti en plein air, la panchina ed il pergolato della villa si alternano con le scene balneari, la veduta delle case e della natura ed ancora il lungomare, il torrione, le palme, il golfo e le vele delle barche. Nel tempo lo stile si evolve dalla rarefazione atemporale delle <immagini casoriane dei primi Anni Venti> a un linguaggio che reinterpreta in modo originale la <lezione impressionista> della pittura francese; poi conclusa l’esclusione dei <Sei di Torino> anche nelle opere a soggetto ligure, la  pittura inizia a distinguersi per una pennellata materica, espressiva <ed ondosa>, tesa a descrivere sulla tela un’esistenza in <continuo divenire>.

Anche negli anni di confino, il paesaggio alassino resta una cifra costante dell’universo pittorico leviano. Anzi i colori della collina diventano il termine di paragone su cui regolare una tavolozza ancora incapace di ricreare i cromatismi< bianco-giallastri> delle argille lucane e l’ocra dei calanchi al tramonto. I colori del giardino ligure riemergono allora in absentia, e nelle lettere indirizzate alla madre dalla terra lucana si palesano con nostalgia: “Capisco adesso la straordinaria libertà e ricchezza del colore di Alassio, dove l’azzurro più intenso fa parer rosati gli ulivi e o bianchi ed i violetti delle pietre ed i gialli ed i rossi delle rocce son rilevati dal verde bluastro dei carrubi e le palme di alzano tra i fiori come allegri pennacchi”

Colori simili, nelle infinite variazioni della gamma tonale, ritornano  anche negli inserti descrittivi che si leggono in molte lettere a Linuccia Saba, come in queste brevi note dell’estate del 1954; “Il cielo è grigio di piombo, il mare violetto e verde, e arriva dalla finestra il fresco odore della terra bagnata e dell’erba(24 agosto 1954). Ed ancora: “Qui il tempo è venuto finalmente da ieri, all’estate calda e calma, e tutto pare cambiato, con questo lungo tramonto dal cielo trasparente e rosato. L’aria è tornata azzurra in mezzo alle cose (30 agosto 1954) . E infine: “Ti scrivo dal molo mentre barche passano silenziose nell’acqua immobile, rossa al tramonto e dalla pietra esce un tepore che pareva ormai impossibile e dimenticato. E’ tornata, l’estate, serena,calda; l’aria è di nuovo azzurra e potrò tornare a dipingere”.

Carlo Levi è stato dunque un pittore, uno scrittore ma soprattutto un uomo sempre molto interessato alla vita politica del proprio Paese che servì come parlamentare nelle file della Sinistra Indipendente dal 1968 al 1972. Fu sempre in prima linea nelle battaglie civili e politiche e lo si poteva incontrare a manifesazioni per la pace o a quelle in solidarietà alla Grecia dopo il golpe dei colonnelli nel 1973. Basterebbe già questo per ricordarlo come personaggio di grande attualità.

Gianfranco Barcella

Il dipinto di Carlo Levi: l’Eden di Alassio

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G.F. Barcella

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