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Riflessioni / La memoria non assolve. Per gli antichi romani: “dei morti non si dica altro che il bene”. Ma una società civile deve saper accompagnare il dolore senza rinunciare alla verità


Ci sono momenti nei quali una comunità sembra cambiare improvvisamente linguaggio. La morte è uno di questi.

di  Fabio Lucchini

Accade quasi sempre allo stesso modo. Una persona scompare e, nel volgere di poche ore, il giudizio su di lei sembra trasformarsi. Le critiche si attenuano, i difetti sfumano, gli errori perdono consistenza. Le parole diventano più indulgenti, i ricordi più benevoli, i racconti più generosi. Persino chi, fino al giorno precedente, aveva espresso riserve sul carattere, sulle scelte o sul comportamento del defunto, sembra avvertire il bisogno di ricomporre ogni contrasto in un’unica narrazione positiva.

È un fenomeno antico quanto l’uomo. Non nasce dall’ipocrisia, almeno non sempre. Nasce da qualcosa di molto più profondo: dal modo in cui gli esseri umani convivono con la morte e con la memoria.

Gli antichi Romani lo avevano condensato in una formula destinata ad attraversare i secoli: “De mortuis nil nisi bonum” ovverodei morti non si dica altro che il bene”. Era una regola di civiltà. Il defunto non può più difendersi, il dolore dei familiari merita rispetto e la morte dovrebbe segnare la fine delle ostilità.

Quel principio conserva ancora oggi un valore umano indiscutibile. Ma, come spesso accade, una regola nata per favorire la convivenza può trasformarsi, se applicata senza discernimento, nel suo contrario. Il rispetto rischia di diventare indulgenza; l’indulgenza, retorica; la retorica, infine, una silenziosa riscrittura della realtà.

È qui che nasce una domanda scomoda: la morte modifica davvero il valore di una vita oppure modifica soltanto il nostro modo di guardarla?

La psicologia suggerisce una risposta tanto semplice quanto convincente.

Di fronte alla morte prevale l’empatia. Per qualche istante non vediamo più la persona con le sue virtù e i suoi limiti, ma la fragilità che accomuna ogni essere umano. L’emozione prende il posto del giudizio. A questo si aggiunge un sentimento meno evidente ma altrettanto potente: il timore di apparire crudeli. Criticare chi non può più replicare sembra, istintivamente, un gesto privo di nobiltà. Così il nostro sguardo si addolcisce e la memoria seleziona con maggiore facilità ciò che consola, lasciando sullo sfondo ciò che disturba.

Fin qui, tutto appartiene alla sfera individuale. Ma il fenomeno acquista una forza ben diversa quando diventa collettivo.

Ogni comunità tende infatti a costruire un racconto condiviso. E i racconti condivisi prediligono la semplicità, non la complessità. Le sfumature dividono; le immagini limpide uniscono. Così il cittadino discusso diventa un uomo esemplare, l’amministratore controverso un servitore della comunità, il professionista mediocre un maestro stimato da tutti. Le ombre si dissolvono lentamente, quasi fossero un’inopportuna presenza nel rito dell’ultimo saluto.

In questo processo interviene anche un meccanismo ben noto alla psicologia sociale: il conformismo. Quando le prime voci descrivono il defunto in termini entusiastici, pochi trovano il coraggio di esprimere un giudizio diverso. Non perché abbiano cambiato realmente opinione, ma perché nessuno desidera apparire l’unica voce dissonante in un coro di commemorazioni. La memoria individuale finisce così per adattarsi alla memoria collettiva.

I “social” network, in particolare provinciali e regionali, hanno amplificato enormemente questa dinamica. Nel giro di pochi minuti sui web fotografie, messaggi e testimonianze si moltiplicano. Molti nascono da un sentimento sincero; altri rispondono al bisogno di partecipare al dolore comune. Il risultato, tuttavia, è spesso identico: il ritratto del defunto si arricchisce di qualità che pochi gli avevano attribuito quando era in vita.

Eppure il punto non è questo. Il rispetto non coincide con l’adulazione.

Una società civile deve saper accompagnare il dolore senza rinunciare alla verità. Comprendere la sofferenza dei familiari non significa trasformare ogni esistenza in un modello esemplare. Ogni uomo porta con sé qualità e difetti, gesti generosi ed errori, intuizioni felici e occasioni mancate. È questa complessità a renderlo autentico.

La morte non cancella ciò che siamo stati. Non aggiunge meriti a chi non li ha conquistati, né sottrae responsabilità a chi le ha avute. Chiude semplicemente una storia.

In fondo, non cambia il defunto. Cambiamo noi.

Cambiano le nostre emozioni, il bisogno di pacificazione, il desiderio di ricomporre i conflitti davanti all’inevitabilità della fine. È un sentimento profondamente umano e, per molti aspetti, persino necessario. Ma quando l’emozione prende definitivamente il posto della verità, la memoria smette di essere testimonianza e diventa rappresentazione.

Forse dovremmo imparare a essere più sinceri quando le persone sono ancora tra noi. Riconoscere i loro meriti senza trasformarli in idoli, criticarne gli errori senza trasformarli in nemici. Il confronto ha senso soltanto finché è possibile. Dopo, rimangono soltanto le parole.

E le parole non cambiano la realtà. Per questo il funerale chiude una vita, ma non ne riscrive la biografia.

Il giudizio più autentico non appartiene al giorno delle esequie. Quel giorno appartiene al silenzio, alla pietà e al raccoglimento. Il giudizio appartiene al tempo. Solo il tempo separa l’emozione dalla riflessione, la retorica dalla memoria, il consenso dalla verità.

La grandezza di una persona non si misura dalla quantità di elogi pronunciati davanti alla sua bara, né dal numero dei messaggi di cordoglio affidati ai “social”. Si misura da ciò che lascia dietro di sé: dalle opere compiute, dagli esempi offerti, dal bene concretamente fatto agli altri, dai valori trasmessi e dall’eredità morale che continua a vivere quando il clamore delle commemorazioni si è ormai spento.

Le parole possono nascere dall’emozione, dalla convenienza o dal conformismo.

Le opere, invece, rimangono.

Si dice spesso che la morte renda tutti uguali. È vero soltanto in parte. Uguale è il destino finale di ogni essere umano; non uguale è la qualità della vita che ciascuno ha scelto di vivere. Due uomini possono ricevere funerali altrettanto solenni e suscitare identica commozione, ma lasciare alla comunità un’eredità profondamente diversa.

Quando il silenzio torna a occupare il posto delle commemorazioni, resta una sola domanda. Una domanda semplice, forse perfino severa, ma inevitabile:

“Che cosa ha lasciato questa persona di realmente utile, giusto e duraturo, faro educativo agli altri?” Ai giovani, alle nuove leve chiamate ad amministrare il bene pubblico, a ricoprire cariche politiche come spirito di servizio e non già poltrone per se stessi e gli amici, arricchimenti facili. 

Se la risposta è limpida, nessuna retorica sarà necessaria per conservarne il ricordo. Se invece è incerta, nessuna quantità di elogi riuscirà a mutare ciò che una vita è stata.

Perché la morte mette il punto finale a un’esistenza, ma non corregge le pagine che la precedono.

La memoria non dovrebbe essere né un Tribunale implacabile né un Ufficio di canonizzazione. Dovrebbe essere il luogo nel quale il rispetto incontra la verità.

Perché la morte merita rispetto. Ma anche la verità lo merita.

E soltanto quando rispetto e verità riescono a camminare insieme, la memoria diventa davvero Giustizia.

“La vera eredità di un uomo non è ciò che gli altri dicono di lui dopo la sua morte, ma ciò che la sua vita rende ancora possibile quando lui non c’è più …”

Fabio Lucchini


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