🎶🎵Cucù, cucù… L’aprile non c’è più. E maggio è ritornato al canto del cucù 🎶🎵🎶. Ma un tempo era il mese in cui scacciare i fantasmi… con le fave!
di Teodora

A
Proprio così: nella Roma antica a Maggio si celebravano i Lemuria, le feste in onore degli avi defunti e si praticava un rito per allontanare i Lemures, gli spettri girovaghi dei defunti che periodicamente tornavano: la vista terribile di un loro fantasma, una larva, poteva condurre alla pazzia.
Il rito magico
Così, chi voleva liberare la casa, di solito il pater familias, si alzava nel cuore della notte, si purificava le mani e, aggirandosi scalzo tra le stanze, tenendo il pollice di una mano serrato tra le dita, gettandosi alle spalle con l’altra mano fave nere –i fantasmi ne erano golosi e perciò lo seguivano per raccoglierle– ripeteva per nove volte la
formula magica: « Haec ego mitto, his redimo me meosque fabis. Vi lancio queste, con queste fave redimo me e i miei cari»; scuoteva degli oggetti di bronzo, forse cembali, e, giunto alla porta di casa, invitava i fantasmi ad uscire:
«Manes, exite paterni!
Uscite, ombre dei miei padri!».
Leggiamo il suggestivo racconto di Ovidio nella traduzione di Luca Canali:
[il 9, l’11 e il 13 maggio; n.d.r.]
sarà tempo dell’antico rito per celebrare i notturni Lemuri:
e si daranno votive offerte ai silenziosi Mani.
[…] Quando è mezzanotte, e il silenzio invita al sonno,
e voi avete taciuto, cani e uccelli variopinti,
chi è memore dell’antico rito e ha timore degli dei
si alza –entrambi i piedi sono privi di calzari–
e fa segnali serrando le dita con il pollice in mezzo,
affinché un’impalpabile ombra non si faccia incontro a lui silenzioso.
E dopo aver deterso in acqua di fonte le mani, purificandole,
si volta, e prima raccoglie nere fave,
e le getta dietro le spalle, e mentre le getta, dice:
«Queste io lancio, e con esse redimo me e i miei congiunti».
Ripete questa formula nove volte senza guardarsi alle spalle:
si crede che l’ombra le raccolga e, non vista, lo segua.
Di nuovo egli tocca l’acqua e fa risuonare i bronzi
di Temesa, e prega che l’ombra esca dalla sua casa.
Pronunziata nove volte la formula: «Uscite, ombre dei miei padri!»,
si guarda alle spalle e giudica il rito compiuto con purezza.
(Ovidio, Fasti, V, 421-422; 429-444 ).

La danza della morte– affresco in S. Stefano di Massaro, Albenga (foto di Teodora)
A proposito di fave… squisite per noi con pecorino e salame ma per i seguaci di Pitagora proibite, tabù, ponte tra l’Ade e il mondo dei vivi, associate agli spiriti dei morti! Ce lo racconta Plinio il Vecchio:
«Secondo l’antico rito la farinata di fave ha un carattere sacro nel sacrificio agli dei […] si ritiene che stordisca i sensi, provochi insonnia: per questo è condannata dai Pitagorici […] quoniam mortorum animae sint in ea perché in essa vi sarebbero le anime dei morti» (Plinio, Naturalis historia, XVIII, 118).

Maggio insomma era funesto, tanto che durante i Lemuria e per tutto il mese era proibito sposarsi: altrimenti la sposa sarebbe stata sfortunata!
Ovidio ricorda che nell’antica Roma venivano chiusi i templi in segno di lutto e aggiunge:
«quei giorni non si confanno a fiaccole nuziali di vedove né di fanciulle:
colei che si sposò allora non ebbe lunga vita» (Ovidio, Fasti, V, 487-488).
È interessante che tale proibizione fosse ancora viva anche in Liguria e in altre zone d’Italia e d’Europa all’inizio del secolo scorso, come lasciano intendere diversi proverbi: sposa maggiolina presto vedovina; chi si sposa di maggio malum signum; maggio, ci vuole coraggio; la sposa majulina non si godi la curtina.
… ma Teodora non è superstiziosa e augura a tutte le spose di questo bel mese fiorito un sereno futuro.
