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Liguria e Basso Piemonte

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I boschi dell’Appennino ligure e savonese: da risorsa per molte generazioni a dissesto idrogeologico


La presentazione in lingua locale (dialetto) parla di pratiche agro-silvo-pastorali nell’Appennino Ligure.

La Liguria è una regione sorprendente: nonostante l’immaginario comune sia legato al mare, è la regione più boscosa d’Italia, con oltre il 74% del suo territorio coperto da foreste. Il paesaggio ligure è caratterizzato da un forte contrasto tra la costa e l’entroterra montuoso, dove boschi di faggio, castagno e pino marittimo si estendono fino a ridosso del litorale

E prende spunto da studi effettuati da Massimo Viola durante alcune campagne di archeologia ambientale effettuate in val Vobbia (valle Scrivia), organizzate dall’Università di Genova in ambito di discipline attinenti alla Geografia Storica, alla Storia dell’agricoltura ed alla Storia della cultura materiale. Tali ricerche sono poi proseguite, a cura del relatore, anche con l’individuazione di siti di interesse nei boschi savonesi.

L’approccio scientifico multidisciplinare ha consentito di correlare i rilievi dell’ambiente con l’apporto di botanici, le ricognizioni e gli scavi archeologici, la sperimentazione sul campo (attivazione di una carbonaia a cura di pratici della lavorazione e relative osservazioni e misurazioni dei parametri chimico-fisici effettuate da tecnici) con la ricerca e registrazione di fonti orali per mezzo di interviste, spesso realizzate nei dialetti locali. In sostanza si è concretizzato un ‘incontro’ tra storia, archeologia, tecnologia e scienze naturali e ambientali.

Le analisi dei rilievi eseguiti sul campo e dei racconti degli anziani pratici, pur con uno scarso apporto di fonti documentali scritte, hanno prodotto risultanze interessanti. Emerge come la gestione della risorsa boschiva, almeno fino ai primi decenni del secolo scorso, oltre ad avere garantito sostentamento a molte generazioni, consentiva il controllo di un territorio notevolmente antropizzato, attraverso le attività proto-industriali come la produzione di carbone vegetale e di calcina, ma anche mediante le lavorazioni prettamente agricole e pastorali.

La memoria di tali pratiche insieme alla geografia, alle caratteristiche dei luoghi e delle risorse utilizzate, ci vengono descritte dagli ultimi protagonisti anche utilizzando lo strumento delle parlate locali, costituendo così una straordinaria testimonianza nell’ambito della cultura materiale.

L’abbandono di queste pratiche agro-silvo-pastorali, che costituivano anche un vero e proprio “sistema” di tenuta del territorio lo ha trasformato in ambiente storico producendo quello che oggi noi vediamo: seri degradi e, in molti casi, innestando anche il problema del dissesto idrogeologico dell’Appennino.

La conferenza di Massimo Viola, in lingua locale (dialetto), si è tenuta martedì 5 maggio 2026, nel Salone di Storia Patria.


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