L’investimento di 167 milioni, seppur significativo, sulla linea Savona-Genova, annunciato da Palazzo San Giorgio, non tiene in nessun conto degli annosi e crescenti problemi dei collegamenti verso Torino e Alessandria-Milano, ovvero delle filiere più importanti della logistica del Nord Italia e verso Centro e Nord Europa.
Il tutto mentre, in una totale inconsistenza degli enti preposti, Provincia e Camera di Commercio in particolare, si fa sentire la crisi economica- industriale e la mancanza di scelte per una nuova e moderna identità produttiva.
di Franco Astengo (“Il rosso non è il Nero”)
L’attualità ci costringe a tornare sul tema dell’isolamento infrastrutturale di Savona e della sua area comprensoriale inclusa la Val Bormida.

L’allarme questa volta è lanciato dal presidente dell’Autorità Portuale Matteo Paroli che denuncia la diminuzione del 14% della movimentazione su ferro del traffico portuale con conseguente aumento del trasporto su gomma.
In premessa di questo discorso deve essere ricordata (anche in questo caso ancora una volta) la brutta vicenda riguardante la Funivia Savona – San Giuseppe e la scelta della società del Terminal Rinfuse con il passaggio della maggioranza azionaria a FHP e l’acquisizione di un ramo d’azienda della Dotta Autotrasporti: una scelta che sa di una vera e propria “scelta di campo”.
Lasciati cadere gli avvertimenti costanti del sindaco di Quiliano Nico Isetta circa la viabilità della Strada del Colle di Cadibona sono i TIR in sostanza a farla da padroni nell’uscita delle merci dal vecchio porto di Savona, rimasto residuale rispetto alle Crociere. Da questo punto di vista però non sta neppure meglio Vado dove ogni tanto sulla vecchia linea ferroviaria che parte dell’antica stazione di Vado si intravede qualche treno merci targato Maersk (ma l’avvenimento è piuttosto rarefatto nel tempo).
Paroli però annuncia una operazione importante ma non decisiva, anzi per qualche verso anche sbagliata: quella di un investimento di 167 milioni sulla linea Savona – Genova.
Deve essere chiaro che il rafforzamento della linea Savona – Genova non fa uscire dall’isolamento Savona, il suo comprensorio e la Valle Bormida: anzi rischia di rendere i traffici in uscita (e/o in entrata) dai porti di Savona e Vado dipendenti dal passaggio genovese e dal completamento del cosiddetto terzo valico.
Questo giudizio è formulato in base ad una ragione che può ben essere giudicata come strategica: il flusso di traffico in partenza da Savona deve essere orientato a Nord in due direzioni, verso Torino e verso Alessandria – Milano cioè verso le filiere più importanti della logistica del nord Italia e di conseguenza del centro-europa (Francia, Germania, porti del nord, Mitteleuropa nel suo complesso).
Ad esempio: pensare alla Val Bormida (come sembrerebbe orientamento a livello regionale) come retroporto è un’idea profondamente sbagliata che rischia di accentuare il fenomeno di isolamento/intasamento. Praticamente si tratterebbe di confondere il retroporto con l’accosto portuale.
Esiste un progetto elaborato dagli esperti ferroviari Ajassa e Zucchelli e vagliato da anni da sindacati, istituzioni, varie autorità più o meno competenti (assente la Regione Liguria) che prevede e insiste su due fondamentali nodi ferroviari: quello Savona – Torino e quello Savona – Alessandria e relative diramazioni verso Nord-Nord Ovest.
Le istituzioni del savonese e della Val Bormida dovrebbero essere chiamate a trovare, prima di tutto, la strada per un loro collegamento anche formale considerato la scarsissima incidenza avuta sulla nostra situazione economico-produttiva dal decreto di area industriale complessa (emanato nel 2016 escludendo il capoluogo): decreto gestito dal carrozzone ministeriale Invitalia e la connessione stretta tra la crisi industriale e tema del tutto irrisolto dell’area dismesse, in particolare nella Val Bormida dove spiccano quelle ex-Acna (ferme da oltre 30 anni) e quelle di Ferrania.
Il recupero delle aree industriali dismesse e i mutamenti urbanistici (recupero contenitori storici, nuovo fronte mare,ecc) in atto a Savona debbono essere considerati quali elementi propedeutici per l’apertura di un nuovo ciclo economico fondato sull’innovazione, su forme moderne di lavoro, sull’accrescimento tecnologico per le attività più tradizionali compreso l’artigianato, su nuove forme di installazione stabile per sedi di ricerca e Università.
In particolare la città capoluogo deve uscire definitivamente dalla spirale perversa dello scambio deindustrializzazione/speculazione edilizia che ne ha segnato il destino attorno agli anni’90 e primo decennio del XXI secolo. Tutta la nostra zona deve affidarsi al tema della qualità del lavoro produttivo da considerare lo strumento fondamentale anche per uscire dall’inverno demografico nel quale ci troviamo da decenni.
Acclarata l’assoluta inconsistenza dell’amministrazione provinciale, accorpata la Camera di Commercio con Imperia e Spezia in una forma del tutto innaturale che genera oggettivamente immobilismo (oltre all’accorpamento dell’Autorità portuale con Genova e la sparizione di un sistema bancario locale ma non localistico), accentuata la divisione dell’area provinciale in zone di influenza economica ben diversa incidente anche sulle suddivisioni di orientamento politico sono almeno tre gli elementi di suddivisione strategica: l’area Savonese – Valbormida a vocazione traffico portuale e possibile soggetto di nuova produzione industriale; il Ponente a vocazione terziaria fortemente caratterizzata dal corporativismo delle categorie turistiche e balneari; la fascia agricola che interessa non soltanto l’albenganese ma anche porzioni rilevanti di entroterra.
Sulla citata suddivisione strategica incombe poi la spada di Damocle di un’altra scelta francamente sbagliata che riguarda il tracciato ferroviario riguardante il ventilato raddoppio Finale – Andora.
Questi punti riassunti frettolosamente rappresentano soltanto il sommario di una agenda che ha bisogno urgentemente di essere aperta e scritta: pena una ulteriore fase di declino, di divisione del territorio, di esaltazione di egoismi frutto di un provincialismo che fa molto sentire il suo peso in questa difficile situazione.
Si dovrebbe poi aprire un altro elemento di dibattito riguardante l’attualità della presenza industriale: con la proprietà turca di Piaggio avvenuta proprio nel momento di guerra, la situazione di Alstom dal punto di vista dell’effettiva capacità tecnologica, il ruolo di SANAC nell’insieme del complicato processo che riguarda l’intero ciclo siderurgico in Italia, le cessioni di Continental e Noberasco. Soltanto per fare qualche esempio.
Franco Astengo
