Cherasco, nella memoria di un vecchio liceale, è un armistizio. Sì, un armistizio – direi – tra un vincitore, Napoleone, e un vinto, Vittorio Amedeo III di Sardegna. E siamo nel 1796.
di Paolo Geraci
Ma frugando nella memoria – e qui non basta più il liceo – si scopre che sempre Cherasco, un secolo e mezzo prima, 1631 per essere pedanti, era stata la sede di un’altra firma importante. Quella del trattato di pace che chiudeva una guerra di successione relativa a Mantova e Monferrato.
Insomma, oggi sarebbe bello se Cherasco offrisse il proprio nome evocativo proponendosi come sede di qualche nuovo trattato per chiudere guerre vicine, apparentemente senza fine, che ci stanno non poco preoccupando.
Ma purtroppo oggi, per noi viandanti di pace gravidi ciascuno dei propri conflitti viscerali, Cherasco si offre soltanto come sede di un armistizio individuale – e neppure definitivo – tra la gola prepotente, victix invicta, e i buoni propositi soccombenti. Tra la vita e il girovita, strana coppia di cui lo scrivente si sente un po’ maestro e un po’ discepolo, indisciplinato.
Così, in un mezzogiorno grigio ma luminoso – a passo di lumaca (il nesso si svelerà tra poco!) – la compagnia di cui il maestro-discepolo fa parte, si dirige al desco prenotato in via dell’Ospedale, in pieno centro. La “dritta” era di quelle sicure. Si chiama Osteria ma è un gran ristorante. Prende il nome dalla quattrocentesca Torre Civica che svetta poco lontano: dunque Osteria La Torre. L’alchimia di questo posto sta nella sobria eleganza, quasi austera. Direi che è l’apoteosi dell’Assenza. Niente di più di quel che serve. Nell’ambiente, alle pareti, sui tavoli, ma anche nelle parole. Nessun chiacchiericcio sui piatti che arriveranno, nessuna esaltazione di materie prime, di metodi di cucina… nessuna storia fuori luogo, niente di niente. Non si è quasi più abituali a simili assenze e… ci si accorge che qui non manca nulla, proprio nulla. Le tovaglie bianche ospitano le posate e tre sobri pendagli colorati che ricordano il Tannenbaum di casa, per la gioia dei bambini. Anche la tavolata in fondo alla sala, pranzo aziendale di sicuro, appare garbata e silenziosa. Belle persone, serene, quiete, sorridenti. Magìa.
Due giovani cameriere, sveglie, carine, simpatiche, ironiche, solerti. A mezzogiorno il personale è ridotto, immagino. Portiamo a Marco, il cuoco patron, i saluti della nostra “dritta” e lui si commuove quasi nel ricordo di lei che veniva, anni orsono, talvolta in taxi, dalla vicina Pollenzo, a godersi la sua cucina, anche in beata solitudine. Chissà perché, pur conoscendo la “dritta” e sapendone l’età ancor giovane, e la stirpe non toscana, le parole di Marco carezzano la mia fragilità e mi svegliano il ricordo infantile di quei versi dimenticati del Carducci e della sua nonna Lucia, “la signora Lucia, da la cui bocca, tra l’ondeggiar de i candidi capelli, la favella toscana… nel cuor mi sta, come da un sirventese del trecento, piena di forza e di soavità. O nonna, o nonna! deh com’era bella quand’ero bimbo! ditemela ancor, ditela a quest’uom savio la novella di lei che cerca il suo perduto amor! — Sette paia di scarpe ho consumate di tutto ferro per te ritrovare”. E mi commuovo, ahimè, sommosso da memorie di medioevo, di Ildegarda, e di Ortensio. E di cipressetti di Bolgheri, “alti e stretti” che mi dicono: “Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’. Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse che rapisce de gli uomini i sospir, come dentro al tuo petto eterne risse ardon che tu né sai né puoi lenir.”
Basta così, non dico altro. Anzi no, dico dei tajarin al ragù di Cherasco, del vitello tonnato, degli agnolotti del plin, offerti in onore della Dritta, sul tovagliolo, indimenticabili. E poi delle chiocciole al pomodoro. Ecco – ci siamo – svelato il “passo di lumaca”. Le chiocciole sono la caratteristica di Cherasco, tradizione quasi inventata, risalente a una cinquantina di anni fa, quando iniziò proprio qui il cosiddetto “metodo Cherasco” per allevare le simpatiche lepri della bava. E oggi la cittadina è anche detta “la città delle lumache”.
Insomma Marco, la Torre, la compagnia mi hanno regalato momenti di serenità impagabili. Pleonastico sottolineare che Marco e il figlio sono bravissimi a cucinare e impeccabili nelle presentazioni, ma il solo accennarlo mi disturba perché intacca la magia del silenzio e della riservatezza di questo posto di vera, sana eleganza di spirito.
Ma… non è finita. Sarà stato l’effetto “beatitudine” sortito dalla permanenza alla Torre, sarà stato il tempo guadagnato alla giornata per un appuntamento saltato nel tardo pomeriggio, sarà… sarà perché le cose belle a volte accadono senza previsione e inattese, la compagnia segue il ricordo di Sam (il chimico) e, come “lagotto da trifola”, si dirige d’istinto verso una sorprendente tartufaia. Al civico 24 di via Marconi, un centinaio di passi dal ristorante, due lampioni accesi invitano a varcare la porticina aperta. Stordimento e confusione. Un cortiletto minuscolo stipato di verde tropicale con anche una fontanella e una statua gigante sommersa dalle foglie rappresentante chi sa quale figura orientale o… sentore di Caraibi brumosi o di Mesoamerica dipinta di grigio.

sono le idee”
La voce del Mauro Riccardi saluta cordialmente dal ballatoietto nascosto e il titolare – di voce e bottega – si materializza in un attimo e invita a seguirlo nel suo antro di cioccolato. Qui regna il dono di Quetzalcoatl agli umani. Nei pochi metri quadri di superficie calpestabile tra le bacheche zeppe di cioccolatini di ogni sorta, tutti diversi, ci si accavalla e – se più di tre – non ci si muove. Mauro imperterrito racconta con ironia i suoi cioccolati e i suoi cacao. È folle, completamente folle, ma – evidentemente – concreto e pragmatico. Il suo sogno di trenta e passa anni fa se lo è coltivato e anche realizzato. Il business sta in piedi e gli consente di fare a mano cioccolati freschi da settembre a dicembre, non avere scorte, vendere praticamente solo su prenotazione (whatsapp!), e poi svanire verso il Brasile e le terre del Cacao, ovviamente i migliori del mondo (Perù, Ecuador, Venezuaela, Caraibi, Madagascar, Sao Thomè, Ghana, Congo, Brasile, Costa d’Avorio, Tanzania, Indonesia) a fare quel che più gli piace, a suo dire, le esperienze botaniche.
Mauro Riccardi nasce a Cherasco, una sessantina di anni fa, uno degli ultimi nati ancora in paese. Di fare il radiotecnico, neanche parlarne, un’altra essendo la sua passione. Bazzica in pasticceria a Bra, poi si cimenta in futuristici azzardi con le vaniglie in purezza e poi con le monoprovenienze del cacao. A inizio Millennio apre nel suo paese la bottega di cui stiamo parlando. E impara, oltre che l’arte di fare il cioccolato ai massimi livelli, l’arte ancora più impervia di comunicare, di far partecipare la gente ai suoi folli esperimenti. Metodo, tenacia, testardaggine, coraggio. Altroché folle! Piemontese concreto. Si definisce un coltivatore diretto (“dal fiore al prodotto finito”) e saluta tutti gli ospiti seducendoli con i suoi artifici di cioccolato. Non ha mai fatto pubblicità – sostiene Mauro – ma si è sempre affidato al passa-parola. Il chimico Sam chiede i boeri al rhum: ma siamo matti? Solo su prenotazione… E io, goloso fino in fondo, mi riempio di sacchetti con i suoi fondenti pronto-uso.
E via sulla strada del ritorno. Ma qui a Cherasco sento che ci torneremo presto.
Paolo Geraci
Osteria La Torre, Via dell’Ospedale 22, 12062 Cherasco (Cn), Tel. 0172 488458
https://www.osterialatorrecherasco.it/
Riccardi il Cioccolato d’Autore, Via G. Marconi 24, 12062 Cherasco (Cn), Tel. 0172 488536 – Cel. 338.9074021 (whatsapp)
https://riccardicioccolato.it/
