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Albenga in poesia. “Nel greto del Centa”. “Pecore e Prima dell’acqua”. Due liriche neo ermetiche di soglia di Vincenzo Bolia


Il Centa nasce nel territorio della frazione Leca d’Albenga, nel luogo storicamente indicato come Caput Centae, dall’unione dei torrenti Arroscia e Neva.

di Virginia Murru*

Sulle acque del fiume Centa (foto Sandro Grimaldi)

Il Centa nasce nel territorio della frazione Leca d’Albenga, nel luogo storicamente indicato come Caput Centae, dall’unione dei torrenti Arroscia e Neva. Una valida supposizione storica vuole che la loro unione sia avvenuta artificialmente nel XIII secolo. Da quel punto il fiume attraversa la Piana ingauna e raggiunge il mare dopo poco più di tre chilometri: una lunghezza che ne fa uno dei fiumi più corti d’Italia, profondamente legato alla storia, al paesaggio e alla vita di Albenga.

Il suo greto, largo e sassoso, muta con il trascorrere delle stagioni. Nei periodi asciutti l’acqua si ritira e lascia scoperti sassi, ghiaia e vegetazione; durante le piene il fiume torna invece a occupare con forza il proprio alveo. Le canne, radicate nel greto a ridosso della sponda, appartengono a questa alternanza: rimangono esposte nell’attesa dell’acqua e, quando la piena arriva, possono piegarsi, essere sommerse e forse risollevarsi.

È in questo luogo reale e riconoscibile che nascono Pecore e Prima dell’acqua, due brevi poesie di Vincenzo Bolia, giornalista, scrittore e poeta ligure di Albenga. Il greto del Centa non svolge la funzione di un semplice fondale paesaggistico: diventa il centro concreto e simbolico di un dittico. In Pecore è il luogo dell’acqua assente; in Prima dell’acqua è lo spazio che la piena sta per riprendersi.

La sua poesia lirica ha una duplice valenza, descrittiva e neo-ermetica, e si sviluppa attraverso una scrittura prevalentemente «di soglia», che si arresta prima di una conclusione definitiva, lasciando il senso deliberatamente sospeso e aperto all’interpretazione. In queste due liriche il possibile macello del gregge e l’arrivo della piena sulle canne rimangono oltre l’ultimo verso. Il testo consegna così al lettore la propria conclusione non pronunciata.

PECORE

Vincenzo Bolia

si sta nel greto

senz’acqua

tra i sassi

come schiuma

Pecore nel greto del fiume Centa (foto Liguria 2000 News)

Nota di lettura- Il titolo nomina le pecore, ma i versi le assorbono subito nell’impersonale «si sta». Non appare un singolo animale né viene compiuto un gesto volontario: il gregge permane dentro una condizione collettiva, in uno spazio al quale sembra essere stato condotto. Il greto conserva la forma del fiume, ma «senz’acqua», isolato nel secondo verso, ne dichiara la privazione. Fra i sassi, duri e scoperti, le pecore appaiono esposte e inconsapevoli. La chiusa «come schiuma» trasforma la loro massa chiara in un’immagine fragile e provvisoria. Nasce così un paradosso: la schiuma affiora proprio dove l’acqua non esiste. La poesia non dice dove andrà il gregge e non nomina il macello. Eppure la passività di «si sta», unita alla sorte comunemente riservata alle pecore, può proiettare quell’esito fuori dal testo. Il lettore riceve la scena un istante prima della conclusione e deve decidere se vedervi un gregge reale, una condizione umana o entrambe. La forza della poesia risiede nel non precisare quale destino si compia oltre quella schiuma immobile.

PRIMA DELL’ACQUA

Vincenzo Bolia

si sta davanti

alla piena

nel greto

come le canne

Canne nel fiume Centa (foto Liguria 2000 News)

Nota di lettura- Il titolo trattiene la scena nell’istante che precede il contatto con l’acqua. «Si sta davanti» introduce una condizione impersonale: qualcuno si trova di fronte a una forza che sta per manifestarsi. L’a capo rinvia al secondo verso la rivelazione della minaccia. «Alla piena» nomina infatti non un’acqua quieta, ma una corrente imminente, capace di sommergere, piegare o trascinare. «Nel greto» precisa il luogo: le canne crescono dentro l’alveo, vicinissime alla sponda, e occupano già lo spazio che l’acqua tornerà a riempire. Non assistono dunque alla piena da un margine esterno, ma ne attendono l’arrivo nel suo stesso passaggio. Soltanto alla fine la similitudine le rende visibili. Flessibili e fragili, possono cedere alla corrente senza necessariamente spezzarsi; possono essere sommerse, risollevarsi oppure scomparire alla vista. La poesia non sceglie uno di questi esiti. Si arresta prima che l’acqua invada il greto e affida la conclusione al lettore. La soglia non è soltanto spaziale, ma temporale: le canne sono già nel luogo della piena, un istante prima che la piena vi ritorni.

Confronto tra le due poesie- Le due poesie formano un dittico costruito intorno all’acqua e allo stesso spazio fluviale. In Pecore il greto è asciutto; in Prima dell’acqua la piena sta per riprenderne possesso. La relazione non riguarda soltanto il paesaggio: fa emergere due diverse condizioni esistenziali, entrambe collocate nel luogo dell’acqua assente o imminente.

Una stessa apertura- Entrambi i testi cominciano con «si sta», ma completano diversamente la formula. In Pecore l’espressione viene subito unita al luogo — «si sta nel greto» — e produce una sensazione di permanenza. In Prima dell’acqua si apre invece verso un confronto — «si sta davanti» — mentre l’a capo rinvia al verso successivo il nome della forza incombente. Il greto compare soltanto dopo: non più semplice condizione, ma punto esatto in cui l’evento si compirà. La radice comune rende le poesie affini, mentre la diversa progressione sintattica dà a ciascuna una voce autonoma.

Acqua assente e acqua imminente- La relazione più evidente si stabilisce fra «senz’acqua» e «alla piena». Nel greto delle pecore domina la mancanza: il fiume ha lasciato sassi e aridità. Nel greto delle canne incombe invece l’eccesso: l’acqua sta arrivando con una forza superiore alla misura ordinaria. Le due liriche occupano così lo stesso luogo nei due estremi dell’elemento, l’assenza e la sovrabbondanza.

Due soggetti e due destini- Le pecore sono animali condotti. La loro fragilità nasce soprattutto dall’inconsapevolezza e dall’assenza di scelta; per questo il lettore può immaginare, oltre il greto, la destinazione del macello. Le canne sono invece radicate nel greto, a ridosso della sponda. Non possono fuggire, ma possiedono la flessibilità con cui affrontare la piena. Il loro destino non è necessariamente la distruzione: potrebbero piegarsi, essere sommerse e poi rialzarsi.

Le immagini conclusive– «Come schiuma» produce un’impossibilità visiva: la schiuma compare dove manca l’acqua. «Come le canne» è un’immagine più naturale e immediata, ma acquista tensione attraverso la progressione «davanti / alla piena / nel greto». Nella prima poesia la chiusa introduce un paradosso; nella seconda conduce al limite una scena concreta. Pecore procede per straniamento, Prima dell’acqua per imminenza.

Il finale affidato al lettore- Nessuna delle due poesie pronuncia la parola decisiva. Pecore non dice «macello»; Prima dell’acqua non racconta l’arrivo della corrente sulle canne. Entrambe interrompono il movimento prima dell’esito. Il lettore può completare la sorte del gregge e quella delle canne, oppure lasciarle entrambe sospese. Questa sottrazione impedisce al testo di trasformarsi in spiegazione o in morale e costituisce il carattere essenziale della poesia «di soglia».

Un dittico del Centa- Le due liriche si completano senza sovrapporsi. Pecore lega il greto senz’acqua a un’immagine inattesa e sospesa; Prima dell’acqua colloca invece le canne dentro il futuro passaggio della piena. Insieme trasformano il greto del Centa nel centro del dittico: luogo dell’assenza nella prima poesia e dell’imminenza nella seconda. Lo stesso paesaggio ingauno genera così due diverse condizioni umane e lascia che sia il lettore, oltre l’ultimo verso, a immaginarne il compimento.

Virginia Murru, giornalista e critico letterario


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