Salita ai Frati, a Spotorno, conserva i resti imponenti di un edificio bisognoso di restauro, l’ex convento dei Cappuccini: ripercorriamo la sua storia.
di Ezio Marinoni


Il convento ha origine nel XVII secolo, per volontà della Comunità di Spotorno, che nel 1608 invia alcuni suoi rappresentanti al Capitolo dei Cappuccini di Genova per supplicare i Padri Cappuccini a fondare un monastero nel territorio spotornese. Accolta la supplica, l’avvio della costruzione ritarda di alcuni anni perchè i Cappuccini si stanno espandendo e sono già impegnati in altre fabbriche. Nel frattempo il patrizio genovese Genesio Sanguineti, venuto a conoscenza delle difficoltà, si offre di edificare il convento a sue spese a patto che la Comunità di Spotorno ceda il terreno e fornisca i materiali per la costruzione. Nel 1613 il benefattore e alcuni cappuccini si recano a Spotorno per scegliere il terreno e predisporre i lavori. Manca l’ acqua nel luogo prescelto, Sanguineti acquista a sue spese una sorgente “..elungi un miglio circa, e con canale fatto dal popolo, ne assicura alla fabbrica una provvista continua e abbondante.” (1).
I lavori di costruzione iniziano verso la metà del 1617. Il 6 giugno 1623 la chiesa è consacrata da Monsignor Agostino Mascardi, Vescovo di Noli, con il titolo di Santa Maria degli Angeli; una iscrizione nella sacrestia, in memoria del benefattore “D. Genesii Sanguineti Bernardi MDCXX..“, testimonia la generosità del patrizio genovese (2).
Nel secolo successivo i PP. Cappuccini hanno una vertenza con i Marchesi Serra (1717) proprietari della villa, degli orti e dei giardini sottostanti il convento: i Marchesi pretendono diritti sulla sorgente d’acqua, che alimenta anche la loro cisterna (3).
I Cappuccini verranno cacciati in seguito alla soppressione napoleonica, il convento confiscato per il ricovero di truppe, spogliato di ogni arredo e suppellettile. Dopo la Restaurazione (1814) la proprietà passa poi al Regno di Sardegna e i terreni al Regio Demanio.
Trascorrono molti anni, il convento e i terreni rimangono abbandonati. Nel 1818 la Comunità di Spotorno invia accorate suppliche al Re Vittorio Emanuele I, affinché il monastero sia restituito ai Cappuccini; il 16 gennaio 1823 venne accordata la cessione della proprietà.
Ai Padri Cappuccini è di fatto restituito il convento il 27 febbraio 1823. Per riparare i danni e le devastazioni prodotte dalle truppe francesi, nel 1825 risulta già spesa, per riparazioni indispensabili, la somma di 14.000 lire per le porte e le finestre, gli arredi della chiesa e del convento, poiché nel periodo di abbandono non erano rimasti che i muri (4). Possiamo dire che i cambiano i tempi e non gli usi e costumi della sopraffazione umana?
Ai lavori di muratura attendono i frati Callisto da Genova e Giovanni da Valle Sturla; in dieci mesi sono riattati i muri dell’orto, l’acquedotto, i tetti della chiesa del convento, sotto la sovrintendenza di Padre Pasquale da Marola, famoso chirurgo dell’epoca.
Questo luogo sembra non trovare pace. Il 14 aprile 1867 la proprietà passa all’Amministrazione del Fondo per il Culto al Comune di Spotorno, nel 1871 i frati abbandonano per sempre il convento, sostituiti dall’ospedale e, in seguito, all’asilo infantile. Non è chiarito se in questo nuovo abbandono abbia un ruolo la Legge delle Guarentigie (n. 214 del 13 maggio 1871), che si ispira a un principio anticlericale e arriva dopo le Leggi Rattazzi: lo Stato Pontificio è considerato estinto per debellatio; il Regno d’Italia, conquistatore, ne ha assorbito popolazione e territorio, gli elementi sostanziali costitutivi dell’ex Stato della Chiesa, e si è sostituito alla sovranità del Papa. Scopo della norma è garantire rendite, immunità e privilegi al Santo Padre, ma avrà altre ricadute negative sulla vita ecclesiastica nei territori lontani da Roma.
Nel 1887 l’edificio risulta danneggiato dal terremoto che colpisce la Liguria, in particolare alcune stanze al piano superiore e altri danni sono riscontrati nella cisterna e nel canale che l’alimenta (5).
Nel 1913 il convento è venduto dal Comune (atto notaio Pendola del 5/6/1913) al Regio Convitto Nazionale Longone per la somma di 40.000 lire; verso la fine dello stesso anno sia l’edificio che la chiesa sono ristrutturati per renderli conformi alle nuove esigenze (6). Il complesso viene sopraelevato di un piano, mentre nella chiesa si ricavano, in altezza, due piani e viene sostituita 1’originaria copertura a falde con una a terrazzo, come si riscontra in alcune foto di inizio ‘900 (7).
Sull’abbandono francescano del luogo, così scrive Padre Francesco Saverio Molfino, storico cappuccino, nel libro I Cappuccini Genovesi – I Conventi, 1914, all’inizio del capitolo XIII dedicato all’ex Convento di S. Maria degli Angeli di Spotorno:
« Sino a ieri era rimasto intatto, come lo avevano lasciato i frati, alcune decine d’anni addietro; solo nell’interno ebbe alcune trasformazioni per accogliere l’asilo infantile. Passando sulla via ferrata, lo si notava subito il bel chiostro, cappuccino, adagiato sul ridente poggio, all’ombra di pochi cipressi, ritti come vecchie sentinelle fedeli, dinanzi alla chiesa. Partiti i religiosi, vi presero stanza alcune suore della Misericordia, quali direttrici delle scuole, ed uno sciame di bimbi, che ogni giorno correvano fra quelle mura già sacre alla preghiera.
Sul finire del 1913 il chiostro francescano cedette il posto a un caseggiato, senza che una voce si levasse a dargli un addio o ad invocarne la conservazione. Era così bello a vedersi e portava seco tante care memorie! Ma a nulla badò il piccone, demolendo ciò che il popolo tre secoli addietro con concorde volere aveva innalzato. O vecchie memorie, sorgete e dite voi se dalle pietre del pio luogo, frantumate, non sale una parola amara.»
E aggiunge: « Sette alti cipressi, un chiostro, una cappella, un altare in legno, due iscrizioni in ardesia, [a prima, sopra il coro, cita l’anno di fondazione, la seconda, posta nella sacrestia, ricorda la consacrazione della Chiesa, due tele ad olio, è tutto quanto rimane oggi dell’Antica dimora dei Frati le cui mura ospitano la “Colonia Albese Maria Ausiliatrice”.
Nel 1996, quando il complesso è ancora di proprietà del Convitto Longone, viene stesa una “relazione storico artistica“, a cura dei Beni Culturali. « La stradina, che si diparte dalla via Berninzoni, congiungendosi a monte con l’antico viottolo “della Posa“, sale costretta fra due alti muri di pietra che in più punti sono sostenuti da speroni di contrafforte. Fanno parte del paesaggio gli ulivi e i cipressi e il canale, che dalla sorgente per circa mezzo miglio, porta 1’acqua alle cisterne.
(…) Intorno al chiostro si affacciano su tre lati i corridoi coperti con volte a botte, che immettono in quelle che erano le celle dei frati; sul lato nord-est si accede direttamente all’ex-coro e alla chiesa mentre a nord, attraversando un ampio locale che immette all’esterno (forse il refettorio), si può accedere agli orti e ai frutteti: la villa del Convento е a tutta una serie di locali per uso agricolo, alla cisterna e al piano seminterrato; di particolare interesse quest’ultimo, poichè tutti i locali, sono coperti con volte a botte e volte a crociera, realizzate in pietra a scapoli e tocchetti e privi di intonaco.
(…) La chiesa, ad unica navata con abside rettangolare, era aperta direttamente su una piazzetta dove vi sono ancora i cipressi pluricentenari; il viottolino sottostante, pavimentato con laterizi, era l’accesso per i carri agli orti.
A nord-est una piccola sacrestia con una volta a botte lunettata, le pareti nude all’interno e la scelta di materiali semplici quali il mattone e il legno, l’esclusione di vetrate, mosaici o pavimenti policromi rivelano quella “funzionalità” tipica dell’arte Cappuccina.
(…) Al piano superiore erano le celle dei frati, collocate su un unico lato e collegate fra loro da uno stretto corridoio, sullo stesso piano vi era la biblioteca, una stanza e cappella per gli infermi, i servizi e una saletta riscaldata per gli ospiti.
Le coperture originarie sorrette da travi lignee, erano a doppia falda con manto in abbadini di ardesia (12). Lungo il perimetro interno una copertura indipendente, ad unico spiovente (per analogia con altri manufatti), riparava il chiostro; indipendente anche la copertura a capanna della chiesa e dell’abside, che sovrastavano quelle del convento.»
Pur nella semplicità delle costruzioni francescane e cappuccine, vi sono particolari di pregio, che la relazione non manca di evidenziare.
« Due iscrizioni su lastra di ardesia (pietra ?), testimoniano le origini del monastero; una é posta sopra alla porta che dal chiostro immette nell’attuale cappella ex-coro:
ANNO D.NI MDCXXIII DIE.VII.IVNIJ.ILL
REV.D.D. ANGELVS.MASCARDVS.EPISCOPVS NAVLENSIS.AC.PATRITIVS.SARZANENSIS HANC.CONSECRAVIT.ECCLESIAM.F.F.MINOR S.FRAN.CAPVCCINORV.SPVTVRNI.SVB.TITVLO
S.TA MARIAE ANGELORVM.ET.CONCESSIT.EAM
VISITANTIBVS.IN EIVS.ANNIVERSARII
INDVLGENTIAM.QVADRIGINTA
DIERVM
Altra iscrizione, di cui si riporta il testo, si trova nell’ex-sacrestia (attualmente non leggibile per alcuni strati di tinta).
“PP. Sacerdotes coeterisq. F.res recordentur in sacrifi- ciis ac onoribus devotam D. Genesii Sanguinatei Bernardi filii suorum omnium memoriam agere qui propriis elemosi- nis fundum totumque monasterium ecclesiam ac suppelecti- bus fieri ac aedificari fecit MDCXX.”
La lastra é sormontata da una icona in marmo e porta scolpito in rilievo, un piccolo Cristo in croce, cui manca il braccio sinistro.»
Altri elementi di pregio sono due quadri, restaurati a cura e spese della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici della Liguria, che si possono ammirare presso l’Ospizio Vecchio, al Santuario di Misericordia di Savona, rappresentanti San Francesco esguito da G. Palmieri (artista cappuccino 1674-1774) e San Francesco in preghiera con la Vergine e il Cristo attribuito al Fiasella (1589-1669). « Un altro manufatto di pregio é l’altare ligneo, che si trova nella cappella; nella parte centrale è collocata una statua in marmo dell’Immacolata con il Bambino, coronata da due colonne e da una trabeazione lignea. Due dipinti più piccoli sono inseriti nell’altare a sovrastare due porticine, rispettivamente: il frate cappuccino in preghiera e un gruppo di figure. » L’altare ligneo ha avuto una successiva vicenda, tesa alla sua salvaguardia, che merita una trattazione a parte.
Il complesso oggi langue nel silenzio e nell’abbandono, stretto fra altre costruzioni, ma non ha perso il suo fascino. Sarebbe auspicabile un intervento di restauro, per destinazione ad altri usi, magari con il concorso pubblico e privato che ha già dato molto eccellenti prove e riuscite.
Ezio Marinoni
Note
(1) P. F. Saverio Molfino, I Cappuccini Genovesi, vol. II-I Conventi 1914. La sorgente citata si trova a mezzo miglio dal convento, verso monte; per gran parte del tracciato, il canale è ancora visibile, fatto con mattoni e lastra di ardesia soprastante; l’acqua scorreva in una tubazione di terracotta oggi visibile in alcuni tratti del canale che hanno ceduto al tempo.
(2) P. F. Saverio Molfino, op. cit. Il testo dell’iscrizione è stato tratto dall’opera citata, poichè oggi la lastra è stata ricoperta da alcuni strati di tinta.
(3) A.S.G. Jurisdictionalium, f. 12, 48, 122 Palazzo Serra, oggi Villa Canesi. Sul retro della villa, sotto il giardino pensile, vi è la cisterna.
(4) P. F. Saverio Molfino, op. cit.
(5) A.S.S. Finanza Spotorno (1882), il convento è riportato al mappale 2, fra le proprietà comunali, con: sette vani in piano terra e 23 vani piano primo. Una annotazione successiva (1888) “inagibile per il terremoto”.
(6) Descrizione tratta dalla perizia tecnica allegata all’atto notarile del 1913.
(7) Le foto citate si trovano nel volume Spotorno fogli d’album, Astengo – Cerutti, 1994.
