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Liguria e Basso Piemonte

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Gemma Nicolini, la figurinaia di Albisola che con i suoi macachi teneva acceso il Natale. Gli stampi – vero cuore del lavoro – acquistati con atto notarile dai coniugi Maria e Renato Piccone


Gemma Nicolini, la figurinaia di Albisola che con i suoi macachi teneva acceso il Natale. Macachi di terra e silenzio. Storia di un gesto povero e necessario tra presepe, memoria e continuità.

di Vincenzo Bolia

I re Magi di Gemma Nicolini (Collezione Antonella D’Ovidio)

I macachi: nascita di un presepe popolare-  Prima dei macachi, in Liguria esisteva una secolare tradizione presepiale colta, che risale almeno al Cinquecento. Il presepe era rappresentato attraverso statue di grandi dimensioni, soprattutto in legno, autentiche opere d’arte commissionate da nobili, clero, notabili e ricchi mercanti. Era un’arte destinata a palazzi e chiese, separata dalla vita quotidiana del popolo.

Nel corso del Settecento questa tradizione perse progressivamente importanza, anche per il mutato clima culturale e per l’affievolirsi della committenza religiosa. Con gli editti napoleonici, molte rappresentazioni sacre furono scoraggiate o addirittura messe al bando. Il presepe, tuttavia, non scomparve: cambiò forma e materia.
A Savona e soprattutto ad Albisola, accanto a un’attività ceramica che da secoli costituiva l’orgoglio cittadino, il presepe rinacque dal basso, dalla terracotta, materiale povero e quotidiano, utilizzato in decine di fabbriche di pignatte. Le grandi statue divennero statuine; l’arte colta lasciò spazio a un gesto popolare. A realizzarle furono soprattutto le donne del popolo — madri, mogli e figlie di pignattai e fornaciai — che utilizzavano gli scarti delle lavorazioni per modellare le figure della Natività.
Fu così che nacquero i macachi: statuine semplici, essenziali, lontane da ogni canone accademico, ma profondamente vive.

Pozzo Garitta – Albissola Marina

Le figurinaie, il gesto quotidiano- Le figurinaie erano donne senza bottega. Madri, mogli, figlie di pignattai e fornaciai. Lavoravano in casa, sui tavoli di cucina, nelle cantine, nei magazzini affacciati sulla strada. Modellavano con ciò che restava: terra avanzata, stampi consumati, colori semplici. Il loro gesto era inserito nella vita quotidiana, intrecciato alle faccende domestiche, ai tempi della famiglia, alla necessità di integrare un reddito fragile.
Il loro lavoro non era decorazione, ma necessità. Ogni statuina rappresentava un piccolo guadagno, una possibilità concreta di resistere. La vendita avveniva nelle fiere — soprattutto a Santa Lucia, a Savona — oppure per conoscenza diretta, per passaparola, per consuetudine. Nulla di organizzato, nulla di strutturato: solo una rete umana fatta di fiducia e prossimità.
Nel contesto sociale e produttivo dell’epoca, il lavoro delle figurinaie non veniva nemmeno percepito come un mestiere, ma come un’attività marginale, collocata ai margini della produzione riconosciuta. Anche da parte dei vasai e dei ceramisti, quelle statuine erano considerate un prodotto povero, estraneo alla ceramica colta e ai circuiti ufficiali del lavoro artigiano.
Eppure, proprio in questa collocazione laterale si è conservata una forma di autenticità profonda. Le figurinaie non cercavano uno stile né un riconoscimento. Ripetevano un gesto necessario. In quella ripetizione silenziosa si è custodita una memoria collettiva.
Pozzo Garitta, il cuore dei macachi- Pozzo Garitta, lo slargo raccolto alle spalle di via Repetto, fu il centro umano e simbolico del presepe popolare albisolese. Un luogo di case addossate, fornaci, magazzini, cortili, dove la produzione domestica si intrecciava alla vita quotidiana.

Gelindo e il Pescatore di Gemma Nicolini (Collezione Antonella D’Ovidio)

Alle spalle di Pozzo Garitta si estendevano le terre della facoltosa famiglia Forzano, custodite dai benvoluti manenti Angelo Besio e Maria Damonte. Un mondo agricolo stabile che conviveva con quello povero e creativo delle figurinaie. Due realtà diverse, ma non separate: la terra coltivata e la terra modellata, il lavoro dei campi e quello delle mani.
Pozzo Garitta non fu solo uno spazio urbano, ma un microcosmo sociale. Qui si concentrarono per decenni le storie delle figurinaie, dei fornaciai, dei vasai, dei bambini chiamati affettuosamente macachi, come le statuine che nascevano da quelle stesse mani.
Gemma Nicolini, continuità silenziosa-

Gemma Nicolini, nel 1961, con i nipoti Claudio e Tiziana Nicolini (foto g.c. da Tiziana Nicolini).

Gemma Nicolini (al secolo Geronima Nicolini) nacque ad Albissola Marina l’1 aprile 1907 e vi morì il 23 novembre 1988. Per oltre vent’anni fu una delle ultime figurinaie attive del territorio albisolese, legata a un lavoro povero e domestico che si trasmetteva per consuetudine più che per insegnamento. La sua esistenza si definisce nella continuità di un gesto antico, ripetuto senza clamore né rivendicazioni: modellare figure di terra destinate al presepe. Non una scelta di conservazione consapevole, ma una fedeltà naturale e ostinata a un sapere quotidiano, che resisteva al tempo proprio perché non cercava di opporvisi.
La sua produzione fu interamente domestica, svolta nella casa che si affacciava sul retro della fabbrica San Giorgio di Poggi e Salino, dove le statuine venivano cotte nei forni a legna. Gemma non proveniva da una famiglia di figurinaie. Era autodidatta, forte di un’esperienza di lavoro nelle fabbriche ceramiche, e iniziò a produrre macachi in età matura, quando altri avrebbero smesso.
Modellava centinaia di pezzi ogni anno, lavorando soprattutto d’estate affinché le statuine fossero pronte per il Natale. Vendeva in casa, affidandosi a una rete di relazioni semplici, fondate sulla fiducia e sulla consuetudine. Non cercava il mercato, né la notorietà. Custodiva una pratica.
La casa di Gemma Nicolini era anche il suo laboratorio. Non esisteva una separazione tra spazio domestico e spazio di lavoro: le statuine nascevano tra le stanze, nei cortili, occupando tavoli, ripiani, angoli della vita quotidiana. Per lunghi mesi dell’anno, la casa si trasformava in un presepe diffuso, fatto di figure in attesa, allineate, accatastate, pronte a essere cotte e poi vendute.
Alle spalle dell’abitazione si trovava il cortile che confinava con le Ceramiche San Giorgio di Poggi e Salino. Lì avveniva la cottura dell’intera produzione. Non si trattava di un rapporto commerciale vero e proprio, ma di una collaborazione fondata su consuetudini antiche: quando poteva, Gemma aiutava a caricare i forni, forte di una lunga esperienza maturata negli anni di lavoro nelle fabbriche ceramiche.
Come avrebbe ricordato in seguito Giovanni Poggi, non c’era spazio per il calcolo economico: le figurinaie non pagavano la cottura dei presepi. Era un aiuto reciproco, naturale, che apparteneva a un mondo artigiano dove il mestiere veniva riconosciuto prima ancora del prodotto.
Gemma lavorava tutto l’anno, ma soprattutto durante l’estate. Le statuine dovevano essere pronte per novembre, quando il Natale si avvicinava e la domanda cresceva. Non produceva per accumulo o per ambizione: seguiva il ritmo necessario delle stagioni. Una nipote avrebbe ricordato come, in certi periodi, ogni spazio della casa fosse occupato, tanto da dare l’impressione di abitare dentro un presepe permanente.
Dopo la sua morte, non essendoci un successore diretto in famiglia, gli stampi — vero cuore del lavoro — furono ceduti. Vennero acquistati ufficialmente, con atto notarile, da Renato Piccone e dalla moglie Maria. Un passaggio che segnò la fine concreta dell’attività, ma che permise alla memoria materiale di Gemma Nicolini di non disperdersi.
La sua figura rappresenta una continuità rara. Gemma non innova, non reinventa. Tiene acceso. Nei suoi macachi non c’è nostalgia, ma perseveranza. Il suo gesto non è artistico in senso moderno: è necessario, quotidiano, umano. Con i suoi macachi, Gemma Nicolini ha tenuto acceso il Natale.
Il nome macachi: tra scherno e affetto- Il termine macachi nasce come definizione spregiativa. Richiamava la scimmia, l’animale, e veniva usato per sottolineare l’aspetto rozzo, sproporzionato e quasi animalesco di quelle statuine modellate senza formazione artistica.
Col tempo, però, il termine cambiò senso. Nel dialetto locale, macachi divenne anche un appellativo affettuoso rivolto ai bambini piccoli di casa: irrequieti, goffi, vitali. Così accadde anche alle statuine. Da oggetto di scherno, il macaco divenne figura familiare, domestica, amata.
In questa doppia accezione — spregiativa e affettiva — è racchiusa tutta la storia dei macachi.
TRILOGIA POETICA DEI MACACHI DI GEMMA NICOLINI
del poeta e critico letterario ligure Zeno V. Bolciani

Gelindo

Terra nelle mani
si resta
Una luce breve
si ferma
Nel volto
un nome antico
respira

 

Il Pescatore
Si va
verso Lui
Mani vuote
reggono
Nel cesto
un peso
che tace

I Re Magi

Passi lenti
nella notte
Un lume guida
senza dire
Oro povero
si offre
in silenzio

 Commento critico- Gelindo”, “Il Pescatore” e “I Re Magi” compongono una trilogia fondata su tre gesti primari: restare, andare, offrire. Le figure non costruiscono una scena, ma abitano un punto di arresto, dove l’azione si riduce all’essenziale e la parola si fa trattenuta. In Gelindo la terra nelle mani è identità che si assume senza voce; ne Il Pescatore il cammino “verso Lui” avviene con mani vuote e un peso che tace; ne I Re Magi l’avanzare lento si affida a una luce che guida senza dire. La povertà formale diventa misura interiore: ciò che conta non è il dono, ma il gesto che lo regge. Il verso breve non spiega, accompagna; il silenzio completa ciò che la parola non nomina. La poesia non interpreta i macachi di Gemma Nicolini: li ascolta. In questo ascolto il gesto delle figurinaie si trasforma in memoria condivisa, e la materia povera si fa presenza che resta.
I macachi oggi- Oggi i macachi sopravvivono grazie a un’attenzione discreta che li sottrae all’oblio e li restituisce alla memoria collettiva. Salvare un macaco significa riconoscere un gesto: quello di mani anonime che hanno modellato terra per necessità, fede, continuità.

Nanni Basso giornalista 

È in questi contesti che oggi i macachi possono essere incontrati: non soltanto nei rari luoghi deputati alla conservazione, come gli spazi museali, ma soprattutto nelle case, su tavoli e in cassetti, accanto a oggetti che hanno accompagnato una vita. Accanto a questa dimensione privata opera anche una realtà benemerita come il Macachi Lab di Albissola Marina, presieduta dal giornalista Giovanni “Nanni” Basso, una associazione nata per salvaguardare l’antica tradizione del presepe popolare albisolese in terracotta e, al contempo, favorire una crescita e una più ampia diffusione dei macachi. Un luogo di studio e trasmissione, dove la memoria viene rimessa in circolo come gesto vivo.
Conclusioni- Finché qualcuno saprà riconoscerli, raccoglierli, guardarli senza compiacimento né nostalgia, i macachi continueranno a restituire ciò che sono sempre stati: presenze da custodire.
Non come testimonianze folkloristiche, né come oggetti da collezione fine a se stessa, ma come tracce vive di un gesto che ha attraversato generazioni. Nei macachi resta impressa una storia fatta di mani femminili, di lavoro domestico, di povertà dignitosa e di fede concreta. Una storia che non ha lasciato monumenti, ma che ha abitato le case.
Gemma Nicolini appartiene a questa continuità. La sua figura non chiude una tradizione: la tiene aperta fino all’ultimo, la consegna al tempo senza proclami. Con i suoi macachi ha attraversato il Novecento senza rumore, mantenendo acceso il Natale non come evento, ma come rito quotidiano.
E forse è proprio in questo silenzio che i macachi trovano ancora oggi la loro forza: nel non chiedere attenzione, nel non imporsi allo sguardo, nel restare. Come la terra da cui nascono, come le mani che li hanno modellati, come le storie che continuano a dire senza bisogno di parole. 

Vincenzo Bolia


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