Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Imperia, i tre ragazzi che non volevano ammazzare o essere uccisi. Disertori e invano ricercati dai carabinieri

La storia è vera, vissuta in prima persona da mio nonno materno (Giacomo Ricca, di Civezza, classe 1904). Pubblicato dagli amici di Ousitanio Vivo in occitano (ma in italiano ancora inedito); giornale in lingua occitana delle valli del Piemonte gestito dallAssociazione Lou Soulestrei.  Istòria vera de tres fants que volien pas maçar (mas nimenc èsser maçats) scritto da Roberto Amoretti e tradotto in occitano da Rosella Pellerino

di Roberto Amoretti

TRE DISERTORI – Storia vera di tre ragazzi che non volevano ammazzare (ma neanche essere ammazzati).

Il piccolo Giacomo non riusciva a prendere sonno…

La casetta vicino al torrente (giàira), dove la famiglia, scendendo da Civezza, andava a passare i giorni più caldi dell’estate, era per lui l’Avventura.

Rane, anguille, la volpe, il tasso…, incontri straordinari, una scoperta continua. Di notte poi i rumori moltiplicavano, si amplificavano entrando dalla piccola finestra aperta, un quadro luminoso di stelle. Difficile addormentarsi…

Stava proprio guardando il quadro di stelle, sognando a occhi aperti, quando un’ombra veloce, apparendo nel quadro, scavalcò il parapetto e saltò dentro in un attimo. Giacumin, immobile, trattenne il fiato, sicuramente anche il cuore si fermò. L’ombra arrivò a un palmo dalla sua faccia e lui riconobbe Federico, un ragazzo del paese, poco più grande di lui, con il dito indice sulla bocca, per indicare “sittu!”. Il cuore riprese a battere. Federico tornò alla finestra e, con un gesto perentorio della mano, fece segno di salire alle altre due ombre che aspettavano giù, e che in un attimo furono dentro. Senza tante cerimonie, nel silenzio assoluto, i tre si buttarono sulle “pajàsse” e si addormentarono subito…

Il canto delle allodole annuncia l’alba, Giacumin apre gli occhi circospetto, avrà sognato? No, distesi sulle tre pajàsse ci sono Federico e gli altri due compaesani, nel sonno profondo.

I tre ragazzi, ventenni, qualche giorno prima erano stati alla stazione di San Lorenzo e avevano visto, per la prima volta, la guerra: dal treno era sceso un bel ragazzo in divisa, alto, bruno, con i baffi. Aveva tutta la testa fasciata, solo uno spazio tra le bende lasciava intravvedere l’occhio destro, che si illuminò appena vide una ragazza, minuta ma molto carina, che teneva per mano una bimba, laggiù in fondo alla stazione: sua moglie e sua figlia.

I tre lo riconobbero, nonostante la testa fasciata. Era Giuanò di Pietrabruna, formidabile cacciatore, che li salutò con un gesto affettuoso e, in risposta agli sguardi interrogativi e preoccupati dei tre ragazzi, li fissò per un istante, in silenzio, con l’unico occhio rimasto, grande e buono. Non parlava di tordi, anguille, balli, ragazze, canti all’osteria quell’occhio triste, un velo scuro si era posato, e sarebbe rimasto per tutta la vita… Poi Giuanò scosse la testa e proseguì.

Autore dell’articolo di storia vera Roberto Amoretti con Paolo Giordano: affascinati del colle  della Gardetta, nel vallone di Unerzio (val Maira),

I tre amici si incamminarono per Civezza a testa bassa, muti, tra di loro un silenzio pesante. Davanti alla chiesetta di san Moritzi, poco prima del paese, pur senza scambiare neanche una parola, i tre fecero la stessa identica riflessione: non sarebbero partiti, come ordinava la cartolina con tutti gli stemmi, e la firma di un re, che era arrivata loro pochi giorni prima. Non sarebbero andati ad ammazzare, o a farsi ammazzare… Del resto, come raccontava spesso il prete nelle sue prediche, proprio san Moritzi aveva fatto la stessa cosa, molti anni prima. Si era rifiutato di ammazzare, con un gesto talmente bello e generoso, che in un attimo si seppe in tutte le montagne, e tutte le genti della montagna costruirono chiese a lui dedicate, per ricordare e tramandare il suo nobile gesto alle generazioni future.

Anche loro tre, come san Moritzi, erano ben coscienti che rifiutarsi di dare la morte voleva dire ricevere la morte ma, al contrario del santo martire, non se la sentirono di interrompere così presto il loro viaggio terreno, e studiarono un piano per scansare i carabinieri che, nel giro di pochi giorni, sarebbero sicuramente venuti in paese a cercarli, per consegnare loro la sentenza senza appello del tribunale di guerra: DISERTORI.

Giacumin fa finta di dormire ma osserva attentamente i tre ragazzi che, nel frattempo, si sono svegliati e, dopo aver parlottato un po’ tra di loro, escono dalla stanza (questa volta passando dalla porta…) e, dopo aver salutato rispettosamente nonno Bertumé, il capofamiglia che stava già facendo colazione seduto al tavolo sotto il grande fico, ad un gesto del vecchio siedono anche loro, e iniziano ad ascoltare Bertumé, che spiega loro il lavoro da fare nella giornata.

Ecco il piano dei tre: dormire ogni notte in un posto diverso, senza dare tante spiegazioni (il paese era con loro certamente, ma non si sa mai, nel mucchio qualche spia può sempre celarsi…), e presentarsi il mattino dopo al proprietario del casone dove avevano dormito, barattando l’ospitalità (vitto e alloggio) con il proprio lavoro.

Alla sera salutavano educatamente, ma nessuno chiedeva loro dove sarebbero andati a dormire. In questo modo i carabinieri, pur essendo arrivati in forze nel paese per scovarli (prenderli per loro era importante, soprattutto per dare un segnale forte a tutti i coscritti, di Civezza e dei paesi vicini, che seguire “la strada di san Moritzi” sarebbe stato loro fatale!), non riuscirono nell’intento mortifero.

Anni dopo, nel paese di Villafranca, prima di Nissa, Giacumin incontrò Federico, che gli raccontò come, dopo qualche settimana passata in quel modo nelle campagne di Civezza, i tre, camminando “pè còlla”, arrivarono in Francia, dove piano piano si erano tutti sistemati, facendosi una famiglia. Gli presentò anche il bimbetto che teneva per mano: Moritzi l’aveva chiamato…

Roberto Amoretti

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