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Sentenza Olivero – La Stampa
Cause di lavoro, noi giornalisti testimoni
siamo (spesso) pessimi ‘cronisti’…

Una sentenza ben scritta: non poteva essere diversamente rispetto al contenuto delle deposizioni dei giornalisti-testimoni citati in giudizio. Lascia perplessi, mi lascia perplesso (nella legittimità di un giudice di decidere e giudicare e nell’altrettanto legittimo diritto di cronaca e di critica ad una sentenza), il ragionamento seguito nella definizione della figura giornalistica rispetto al contratto di lavoro vigente, sia per quanto concerne i giornalisti professionisti (chi svolge esclusivamente la professione) e pubblicisti (chi svolge una diversa principale attività e collabora anche con i media). Una teoria che non tiene conto di come la professione e il ruolo dei giornalisti si è evoluto dagli anni Novanta in poi e, soprattutto, con la multimedialità. Lo stesso discorso vale per l’accesso alla professione. Sono discorsi che meriterebbero molte pagine di spiegazione e chiarimento, ma trattandosi di un intervento destinato soprattutto a chi giornalista non è, preferisco puntare su un elemento cardine che non è solo o esclusivamente politico sindacale e deontologico.

Marcello Zinola, autore dell’articolo, è referente formazione Ordine Giornalisti della Liguria, ex segretario Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi

I giornalisti quando sono testimoni nelle cause di lavoro promosse da loro colleghi precari sono (siamo), spesso, pessimi “cronisti”. Ne dimentichiamo un pezzetto… Questa storia sia nel processo di fusione editoriale Gedi ovvero Repubblica – Stampa – Secolo XIX sia di altri gruppi editoriali, è destinata a non essere un caso unico perché i collaboratori saranno tagliati e depauperati economicamente.

Questa è la storia di Guglielmo Willy Olivero che dal 1991 al 2014 ha collaborato con La Stampa per lo sport e, non avendo vincoli di esclusiva, anche con un paio di altre piccole testate periodiche locali. In sintesi, nasce la prima fase della fusione Secampa (Stampa-Secolo via Itedi) e Willy salta, meglio come gli intima un collega (cfr: atti delle deposizioni del processo) con incarichi di responsabilità redazionale a Savona (La Stampa) deve “liberare la scrivania”.

Willy come un paio di altri colleghi nelle stesse condizioni non accetta i tagli unilaterali dei compensi o “il libera la scrivania“, dopo anni di lavoro, sperando in una definizione del contratto quantomeno da articolo 2, una forma di collaborazione da dipendente con una serie di tutele previdenziali e contrattuali nettamente migliori della (abusata) cococo o partita Iva. Willy fa causa, perde: non c’era rapporto di dipendenza. Lo dicono gli stessi giornalisti testimoni. Il lavoro giornalistico è molto particolare, la “dipendenza” per un collaboratore è il nodo con cui in generale gli editori strangolano i collaboratori. Se fai casino e causa non scrivi più e ti fanno terra bruciata attorno. Immaginiamo cosa può accadere in Liguria, dove l’attuale Gedi con Repubblica – La Stampa e Il Secolo XIX colonizza il 90% dell’informazione. Mentre il resto sono (le eccellenze sono davvero poche) testate o similari via web in cui la qualità è di basso profilo e quanto resta dell’emittenza locale che continua ad assorbire centinaia di migliaia di euro di contributi pubblici senza (in larga parte) realizzare o stabilizzare contratti seri di lavoro giornalistico.

Willy fa causa e che succede? Ci sono i testimoni, esterni e quelli interni ovvero altri giornalisti. Bene, il giudice avrà la descrizione vera e reale di come funziona un giornale e dell’uso e ruolo vero dei collaboratori. No, perché in sostanza emerge che Willy era un pazzerellone perditempo, nel senso che decideva lui cosa scrivere, lo proponeva, gli dicevano va bene-non va bene, gli davano le “misure” (le lunghezze dei pezzi) e via. Insomma in base alle deposizioni dei colleghi uno come Willy o simile a lui passava ogni giorno in redazione come se fosse al bar. I redattori professionisti? E stavano lì ad aspettare gli Olivero di turno per potere riempire le pagine? Nemmeno a Paperopoli sera….

Ora ai colleghi giornalisti chiamati a testimoniare nessuno, tantomeno il sindacato dei giornalisti o l’ordine professionale, chiede di dire il falso: guai. Ma di descrivere le situazioni sì. Ovvero spiegare a un giudice come funziona, perché non è solo il dato tecnico (usare o meno direttamente il sistema editoriale) a costruire il rapporto, ma come si lavora. È possibile che una redazione e una edizione importante come quella de La Stampa di Savona oggi di fatto fusa con quella de Il Secolo XIX, si sia retta e si regga su collaboratori che decidono loro cosa scrivere, lo propongono e ottenuto l’ok, procedono? Accade certo che un collaboratore proponga degli argomenti (gli viene richiesto da capi o redattori ordinari) ma non per venti e passa anni.

Il giudice fa dei ragionamenti di diritto sul contratto e sull’ordine professionale che non condivido proprio perché non riconoscono quella che è da anni la diversa realtà del lavoro e dei rapporti giornalistici. Ma il giudice decide anche sulla base delle testimonianze comprese quelle dei giornalisti che non hanno mentito in senso tecnico giudiziario contro Olivero, ma semplicemente si sono “attenuti” ad una – ripetuta – arida forma di deposizione che non ha fotografato la realtà del lavoro giornalistico redazionale e quello di Olivero. Di Olivero e di altri. Uno solo ha ammesso che Olivero era un “collaboratore molto importante”, ma per gli altri nulla, appunto “libera la scrivania” e avanti il prossimo.

E questo è grave. Dopo 40 anni di professione, molti anni da segretario sindacale, ruolo svolto sempre lavorando mai con il distacco dal posto di lavoro, mi chiedo quale sia il senso di appartenenza sindacale e ordinistico-solidaristica di questi colleghi. Ai quali, loro come altri, ripeto, non viene chiesto di dire il falso, ma di “non nascondere tutto quanto di mia conoscenza” come recita la formula pre-deposizione di un teste.

Domanda: i giornalisti testimoni citati nel verbale di sentenza (Baglietto, Fico, Pezzini, Corradino), tutti di lunga vaglia professionale (anche con anni di lavoro alle spalle nelle condizioni di Olivero), non avevano e non hanno idea di come funzionavano e funzionano davvero le cose, di come i collaboratori sono usati (sfruttati)?

Se un sistema redazionale si regge sulla maggioranza di collaboratori perché tutti gli altri redattori, o quasi, fanno desk cioè non mettono il naso fuori dalla redazione perché “passano” le pagine e i pezzi dei collaboratori, i collaboratori stessi come Willy (cronaca, politica, sport) cosa sono? Provate a scorrere le pagine di stampa, secolo, repubblica nelle edizioni locali liguri (e non solo): la netta prevalenza di firme è di collaboratori e partite iva (con diversi pensionati e prepensionati). Nella quotidianità tutti a dire bravo Willy o che ingiustizia che non ti abbiano ancora fatto un’assunzione. Però poi ci dimentichiamo di descrivere la realtà nella sua pienezza nei confronti di una persona che ha lavorato con e per noi per una vita. La sentenza di primo grado contraria ai diritti che ritengo Willy avesse e abbia, è frutto anche della realtà descritta in modo incompleto dai colleghi testimoni. Non vorrei crederci perché sono tutti giornalisti di ruolo, età e anzianità professionale.

Ma non è una novità perché era accaduto anche in passato contro i precari di allora (all’epoca definiti come abusivi, soprattutto le prime colleghe che rompevano il maschilismo di redazione). Con atteggiamenti anche peggiori. Poi, magari, domani ci sarà un titolo a tutta pagina su una sentenza che riconosce i diritti negati a dei lavoratori sfruttati o irregolarmente contrattualizzati. Il pezzo lo scriverà quasi sicuramente uno dei molti “Olivero” che non avrà mai un titolo (e colleghi testimoni) di quel genere.

Marcello Zinola

**referente formazione Ordine Giornalisti della Liguria
**ex segretario Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi

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