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La mia gioventù ad Albenga.Gli anni della fornace Morandi, araldini al Santuario
di Pontelungo, studenti alle Orsoline e Salesiani. Vacanze a Ponti di Nava e Ponzone

After memory . E’ il titolo di una composizione musicale che, sintonizzata su Radio 3 , ascoltavo per la prima volta, ma da cui ricevo un immediato incitamento: il desiderio di liberarmi di pulsioni interiori sopite ma ancora tristemente vitali. Musica e Memoria: la prima mi costituisce una esperienza sensoriale che facilita la relazione tra il mondo dei suoni e quello dei ricordi a cui decido di lasciar libero il passo…

 

Una storica immagine della fornace Morandi di viale Pontelungo di Albenga

Chiara Bruzzone Burastero, un’esistenza dedicata all’insegnamento di materie economiche, ha scritto ricordi e testimonianze di vita, gioventù soprattutto

Intrepida, sospinta dalla assidua lettura del giornaletto che in quel tempo era di moda, (l’Intrepido per l’appunto), mi manifestavo pronta ad introdurmi in tutti i gruppi di coetanei ove si profilasse l’intento di realizzare una qualsiasi attività ludica o comunque ricreativa. Riuscivo ad impormi alla compagnia in quanto assistita da mio fratello che pur astenendosi da qualsiasi iniziativa personale, sapeva intervenire al momento opportuno se riteneva qualcuno in difficoltà. Mi cercavano tutti perché a tutti concedevo attenzione, sospinta dal temperamento aperto e dalla eccessiva, stimolante curiosità.

I miei Genitori, sempre troppo impegnati nel loro lavoro rivolto alle coltivazioni in serra che comportavano assunzione di personale stabile con esigenza di necessarie, continue direttive, si dedicavano a noi durante e dopo l’ora di cena. Ci obbligavano, però, a fornire il resoconto del pomeriggio per il quale ottenevamo sempre l’approvazione di Papà e rimbrotti da Mammà.

GIOCAVAMO ALLA FORNACE MORANDI- La opportuna stabilità dei dipendenti era assicurata dal fatto che due di loro, fratello e sorella provenienti da Molare per Orbicella, in provincia di Alessandria, vivevano a casa nostra ad Albenga consentendoci di sentire sempre la loro protezione ma soprattutto esimendoci da tutti gli impegni che in ogni famiglia vengono obbligatoriamente traslati alla cooperazione dei figli. Di conseguenza disponevamo di tempo in esubero rispetto all’impegno dei compiti e potevamo liberamente dedicarlo alla progettazione e alla esecuzione delle nostre imprese. Il campo di azione era costituito, per un primo accordo, dalla piazzola della fornace Morandi, situata in Viale Pontelungo, proprio davanti a casa nostra. Quivi ci riunivamo per accertare se sussisteva la possibilità di usufruire della compiacenza di qualche dipendente disposto a consentirci l’ingresso in quel mondo che noi giudicavamo irresistibile. Ci affascinava il fuoco utilizzato per la cottura dei laterizi, il lago da cui si traeva l’acqua per l’impasto di tutta la produzione, ma se qualche ostacolo ci impediva l’accesso, potevamo erigere sicuro rifugio nel vastissimo campo sportivo che trovavamo a disposizione, in quanto frequentatori, in qualità di “ araldini”, del Santuario di Pontelungo.

SOGGIORNO A BORGHETTO D’ARROSCIA – Ci dirigeva Padre Gabriele, nativo di Gavenola, frazione del comune di Borghetto d’ Arroscia, paesino che giudicò opportuno farci conoscere per i sentimenti affettivi che lo legavano al luogo, anche per la comodità della ristorazione che il paese era in grado di offrirci durante il nostro soggiorno. Non ci proponeva quindi solo incontri di preghiera, teatrali e sportivi, ma anche gite turistiche in bicicletta. A me, sempre in prima linea, affidava il compito di seguire il gruppo, quindi automaticamente mi collocava in posizione arretrata con funzione di retroguardia. Mi stava bene anche così dovendo occuparmi di mio fratello, più piccolo di me, e dei suoi compagni, affidati alla mia attenzione dalle loro mamme.

RAPPRESENTAZIONI TEATRALI A PONTELUNGO – Nelle rappresentazioni teatrali di Pontelungo assumevo indifferentemente ruoli diversi e quando i testi prevedevano nello stesso contesto atmosfera umoristica e drammatica insieme, la parte che li contemplava entrambi, veniva affidata a me perché ritenuta dotata di buona capacità di immedesimazione nel personaggio. Se non che , quando si riaccendevano le luci, si potevano scorgere occhi tristi dopo la mia interpretazione della parte allegra e occhi lucidi dal pianto da parte delle persone che si erano fino a quel momento sbellicate dalle risa per aver assistito alla rappresentazione della parte triste. Facevano eccezione Mamma e Papà in prima fila che riuscivo sempre a commuovere per le sorti virtuali che l’assunto del testo da me interpretato contemplava per loro. Spesso infatti mi capitava di ritrovarmi una povera orfanella a cui era vietato entrare dalla porta di casa ed era costretta ad introdursi dalla finestra. Per questa ultima parte ero giudicata inimitabile!

MARIA GRAZIA MASSONE E LA BELLA MIA MAESTRA – Frequentavo la scuola elementare pubblica con la Maestra Silvia Malco Molina a cui ho tributato, per tutta la vita, riconoscenza per i saldi insegnamenti impartitimi. Aveva un unico figlio, Luciano, della nostra stessa età che spesso veniva a prenderla al termine della lezione. Costituì la mia prima passione amorosa ma non ero in grado di contenderlo alle compagne perché nella mia classe era presente uno stuolo di bambine bellissime, tutte innamorate di Luciano. Che fossero garbate e di bella presenza, lo attesta una foto di gruppo un po’ sbiadita che mi passa spesso tra le mani ma mi lascia intristita perché alcune di loro sono prematuramente scomparse. Per Maria Grazia Massone, figlia del celeberrimo chirurgo ingauno cui i miei Genitori si rivolsero per ricucirmi un pezzo di labbro strappato da un cane, conservo tuttora un tenero ricordo che sempre mi riporta all’incidente occorsomi. Elegante e raffinata mi appare con la sua chioma bionda e in posa dignitosa, nella fotografia della classe quinta , in procinto di essere licenziata dalle scuole elementari.

Anche la mia Maestra era bella, forosetta, forse un po’ troppo truccata per l’uso di rossetti scarlatti. Nell’aula si muoveva con la grazia di una libellula nel suo impeccabile grembiule nero impreziosito da collettini bianchi ricamati ed apprettati. Sempre puntuale ed ordinata attirava su di sé la mia simpatia ma non riuscivo a perdonarle la passione per la cipolla di cui, consumata alla sera, si sentiva talvolta ancora l’odore al mattino.

IO ALLE ORSOLINE, MIO FRATELLO NEL COLLEGIO SALESIANI DI ALASSIO – Mio fratello, un po’ delicato e cagionevole di salute, non frequentò la scuola pubblica in quanto dovette, con una certa ricorrenza, assentarsi dalle lezioni. Fu opportuno iscriverlo all’Istituto Faà di Bruno dove ricevette dalle Suore un trattamento particolare fino al termine delle scuole elementari. In terza contrasse la nefrite e la dieta cui fu sottoposto mi impietosì al punto da annullare la mia ingenita autorità nei suoi confronti per dispormi alla accondiscendenza di tutte le sue richieste. Un giorno giustificò una malefatta attribuendo la colpa al canto di una civetta udito dal balcone della sua camera da letto. Spiegò che, in conseguenza dell’insolito evento, gli cessò l’appetito ed eliminò il consentito ma inaffrontabile riso in bianco gettandolo nel buco del camino ubicato vicino alla finestra. Promise di non ripetere la marachella ma da quel giorno mi ingiunse di eseguire in sua vece la malaccetta operazione. Venne il momento di accendere il caminetto e si scoprì subito il motivo per cui il tiraggio non funzionava. Si scoprì anche l’autore del misfatto: accettai il giusto castigo ma non riuscii per tutta la vita a perdonarmi l’incauta conseguente decisione di sottrargli il cibo senza altri provvedimenti compensativi. Povero Gianni, cercava anche di scagionarmi ma lo scotto riguardò entrambi. Per fortuna l’intervento di una terapia appropriata gli consentì di riprendersi presto. Frequentò le medie ad Alassio, nel collegio dei Salesiani e quivi rimase fino al conseguimento della maturità classica.

SOGGIORNO A PONTI DI NAVA – Io, invece, andai a San Fedele di Albenga, alunna esterna nel collegio delle Madri Orsoline di Gesù. Proseguii gli studi a Mondovì, in collegio dalle Suore Teresiane e, conseguito il diploma di ragioniera presso l’Istituto tecnico Commerciale Baruffi, mi iscrissi a Genova alla facoltà di Economia e Commercio. Mio fratello scelse Torino per iscriversi alla facoltà di Medicina seguendo il programma che già da bambino aveva tracciato per sé. Lo assistemmo psicologicamente durante la preparazione dell’esame di Anatomia, impauriti, più di lui, dalle migliaia di pagine del testo del Prof Chiarugi su cui doveva vertere l’esame. Rimanemmo tutta l’estate da soli perché nel frattempo la famiglia si era allargata ed era nato un fratellino che non avrebbe consentito di impegnarci a dovere. Scegliemmo Ponti di Nava dove l’unica nota suggestiva era il corso rumoroso del Tanaro che scorreva sotto la nostra casa e ci ricordava lo scampato pericolo che aveva corso da piccolo quando era stato travolto e trascinato dalla corrente del fiume.

GIACINTA RAVERA AMICA DI PONZONE D’ACQUI – Anch’io ebbi da ragazza qualche problema di salute causato dalla differenza tra il clima di Albenga e quello di Mondovì. Ne risentivano le tonsille che, infiammandosi, mi facevano salire la temperatura e quando mio Papà scopriva per telefono che avevo la febbre, caricava sulla macchina un paio di coperte e veniva a prendermi per riportarmi a casa. Durante il viaggio era tenerissimo nella sua apprensione continua che produceva in me effetti mirabolanti. Non mi distraeva la vista del paesaggio perché seguivo con attenzione la sua guida, i movimenti da autista provetto ed egli allora coglieva l’occasione per spiegarmi di essere stato richiamato alle armi a Dronero, nell’”autocentro” proprio a ragione di tali ravvisate virtù. Terminava rivolgendo qualche merito anche alla sua vettura di cui era particolarmente orgoglioso: appassionato di auto, possedeva una Fiat 1100 TV( turismo veloce) e…. bicolore! Particolare che scelse personalmente e voleva non fosse considerato ininfluente. Sarà forse difficile da credere ma quando arrivavamo ad Albenga i miei occhi non brillavano più per la febbre ma per il calore che mi era stato trasfuso dal mio Papà durante il viaggio. Per l’asportazione delle tonsille non mi fu possibile rivolgermi a mio fratello perché non aveva ancora iniziato la specializzazione; subii l’intervento all’ospedale di Albenga, mi rimase un residuo tonsillare settico che cominciò a darmi seri problemi quando ormai chi avrebbe potuto aiutarmi non c’era più. Mi operò proprio il suo successore e furono giorni tristissimi anche per mia Mamma che, durante la degenza, mi stava prestando assistenza. Per sostituirla dovetti rivolgermi alla mia amica Giacinta Ravera di Ponzone d’Acqui. Rimase fino al giorno in cui fui dimessa e, arrivate a casa, volle trattenersi ancora qualche tempo per sorreggermi.

MISS PONZONE E ‘CASA DI BAMBOLA’ – il nostro rapporto amichevole nacque durante la prima lezione di matematica nell’apposita aula della sede di Via Bertani. Spigliata, di intelligenza pronta che la disponeva all’indagine profonda dei contenuti, si mise in evidenza subito anche per la sua bella presenza. Così appurai che aveva seguito il mio stesso indirizzo di studi e quando timorosamente mi informò di essere stata eletta Miss Ponzone durante le tradizionali feste settembrine, non mi stupii affatto. Alla bellezza fisica univa una mente eccelsa ed io la scelsi come compagna ma soprattutto come amica. Ebbi talvolta bisogno del suo intervento nelle aule della facoltà per difendermi dagli assalti di un bel gruppo di detrattori che non gradivano il mio comportamento durante le lezioni. Ponevo domande ad integrazione dei concetti impartiti e fornivo risposte pronte quando l’interrogazione era rivolta a tutti. Così i miei colleghi iniziarono a farmi pervenire biglietti per distrarre la mia attenzione e per cogliermi impreparata. Rispondevo solo quando lo ritenevo opportuno, ma poiché seppi una volta scrivere il nome dell’autore di “casa di Bambola” e alla domanda su qualche particolare relativo alla Pietà di Michelangelo ebbi la fortuna di chiedere:”quale?”, ebbi, alla fine della lezione, la sorpresa di trovare qualcuno ancora disposto a rivolgermi un sorriso. Aveva un bel ciuffo prematuramente incanutito, gli occhi azzurri ed era proprio lui il latore dei famosi biglietti . Seguiva con interesse tutte le lezioni ma era particolarmente ferrato in matematica. Proveniva, infatti, dal prestigioso liceo scientifico Cassini. Si offerse di fornirmi aiuto nell’apprendimento delle nozioni connesse a limiti, derivate e integrali di cui non avevo mai sentito parlare, mentre a mia volta gli restituii il favore quando il programma riguardava la matematica finanziaria ed attuariale non comprese nei suoi piani liceali di studio. Riuscì a trovare lavoro prima del conseguimento della laurea e nelle aule di via Bertani non lo rividi più. Lo incontrai, invece, nella galleria che precede la piazza della Chiesa della Nunziata, in compagnia di una ragazza che era appena uscita da scuola. Ancor oggi, descrivendo l’evento per la prima volta, il mio cuore accelera i battiti. Transitammo, senza una parola né uno sguardo, sullo stesso marciapiede, quasi sfiorandoci. Ero arrivata improvvisamente a Genova per partecipare ad una gita organizzata sul lago d’Orta e dovevo recarmi in Piazza della Vittoria per occupare il mio posto sul pullman prenotato dalla segreteria di Facoltà. La sua adesione non era pervenuta, impedita da “motivi di lavoro” . Non trascorsi una triste giornata proprio per la compagnia che mi offersero tutti i suoi amici, intenzionati ad imbonirmi nei suoi confronti. La stessa cosa fece sua sorella di cui conoscevo solo la voce essendo centralinista alla Sip e intervenendo spesso nelle nostre conversazioni serali. Cercò invano di darmi spiegazioni, la ragazza sarebbe stata addirittura una sua cugina, ma non ero più disposta ad ascoltare interventi di sorta. Seppi che, per distrarsi, il “ fiorentino transfugo”, si imbarcò il 14 gennaio 1953 sull’Andrea Doria per partecipare al viaggio inaugurale del transatlantico. Sbarcato a terra senza aver trovato soluzione ai suoi problemi, decise di recarsi ad un ritiro spirituale nel santuario francescano della Verna , in provincia di Arezzo; anche quel soggiorno si rivelò infruttuoso. Venne ad Albenga e volle parlare con i miei genitori, ripartì amareggiato e deluso.

Conservai invece inalterato, fino al giorno del suo prematuro decesso, il rapporto con Giacinta, la mia compagna di corso. Insieme preparammo nel suo paese l’esame di Economia aziendale e sostenemmo la prova orale con il Prof. Aldo Amaduzzi, autorevole docente, famoso anche nel campo artistico della pittura. Come risultato ci arrise un trenta e lode di cui andammo particolarmente fiere e da cui ritraemmo beneficio anche per le prove successive.

La carriera di Giacinta si interruppe quando, ormai laureata e stimatissima insegnante di matematica ad Acqui Terme, fu colpita dal male che non perdona. Dalla primavera del 1988, con partenza quasi con lo stesso orario, dalla stazione piemontese per lei e da Loano per me,  ci trovavamo a Genova, alla stazione Brignole, per recarci insieme all’Ospedale Galliera dove doveva sottoporsi alla chemioterapia. La cura era allora durissima da affrontare e solo in serata era in grado di ritornare, accompagnata, in stazione per prendere il treno in partenza per Acqui . Io salivo sul mio per Loano, durante il viaggio ripensavo a lei con uno struggimento che si agganciava automaticamente ad altri: la perdita di mio papà nel 1979, di mio figlio nel 1980, di mio fratello nel 1984.

Il suo ricordo è tuttora vivo nel mio cuore: mattino e sera la congiungo con tutti gli altri, il cui numero è nel tempo notevolmente aumentato.

Non voleva essere dimenticata e perché ciò non avvenisse desiderava lasciarmi in eredità la “Colombera”, un terreno ubicato sulle alture vicine a Ponzone d’Acqui e a pochi metri da una chiesetta, allora gestita dagli stessi padri cappuccini di Albenga, il Santuario della Pieve. Attualmente è custodito dai Monaci benedettini ma conserva intatte le suggestioni che provavamo durante le nostre visite alla chiesa per implorare la protezione e l’ aiuto per l’esito degli esami che dovevamo sostenere. Qui ebbi un giorno la sorpresa di ritrovare Padre Arcangelo con cui la mia Famiglia, tanti anni prima, aveva stretto nel Santuario di Pontelungo, un rapporto di solidale amicizia, alimentato dalla frequenza settimanale alle funzioni religiose.

Giacinta aveva intuito il fascino che quel luogo mi ispirava ma non riuscì a realizzare il suo desiderio che aveva come intento specifico quello di farmi tornare spesso a Ponzone per deporre un fiore sulla sua tomba.

E’questo l’incarico che affido a tutte le persone che mi comunicano di doversi recare ad Acqui per cure termali. Così è capitato proprio con la coordinatrice del corso”Incontri per raccontare” attuato presso l’Università delle tre età di Loano, l’Insegnante Piera Ronzio dalla quale ho ricevuto un graditissimo dono: la foto del simulacro della mia amica da lei scattata al momento della sua sosta in preghiera.

Rosamaria, figlia della cara amica Francesca Cassanello, ha approfittato dell’occasione di condurre la Mamma alle terme di Acqui, per recarsi a visitare i luoghi a me cari. Così, grazie anche alla sua generosa comunicativa, ho ricevuto in dono la cartolina del Santuario della Pieve.

CURE TERMALI DI PAPA’ CON MALADRONE E SCORZA

Spesso penso che mio Papà mi porterebbe volentieri perché anch’egli si recava ogni anno ad Acqui per le cure termali. Andava con due amici di Albenga: Malandrone e Scorza. Soggiornavano all’albergo della stazione, gestito dalla famiglia Parisio, costituita da persone con cui riuscirono a stabilire un rapporto di vera amicizia. Dotate di mezzi espressivi notevoli, di buoni sentimenti, soprattutto di convincenti capacità professionali, riservavano ai tre arzilli vecchietti ingauni un particolare trattamento, gradito al punto da indurli a prenotare ogni anno per quello successivo. Fino a che l’anno successivo non arrivò più , secondo un turno prestabilito dall’alto. Per dovere di cronaca devo aggiungere che dopo ogni loro soggiorno ad Acqui Terme trovavano giovamento per sciatalgia e reumatismi, ma al loro rientro a casa erano costretti a sottoporsi a diete rigorose per rimediare alle malefatte inferte al loro povero fegato: il salame e il vino che con tanto gradimento andavano a gustare sulle colline acquesi avevano lasciato il segno!

Il programma musicale è giunto al termine ma, per i suoi effetti, nemmeno il “lendormin” riuscirà a garantirmi il sonno. Buon riposo, comunque, per chi è riuscito ad arrivare alla fine!

Chiara Bruzzone Burastero

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