Da qualche tempo l’identità, da concetto storico e culturale, sembra essersi trasformata in una parola d’ordine, buona per la politica, il turismo e persino lo spettacolo.
di Luciano Corrado

Si cercano radici, si celebrano antenati, si rispolverano glorie patrie: e il confine tra ricerca storica, divulgazione e promozione del territorio si fa sempre più sottile.

Ex responsabile del Dipartimento cultura di Forza Italia. E’ stato sposato con Luna Berlusconi nipote di Silvio Berlusconi e figlia di Paolo (detiene una quota nella proprietà de Il Giornale). Dal matrimonio è nata, nel 2012, la figlia Luce
Non è la prima tappa loanese del progetto: nell’agosto 2023 la città aveva ospitato il Festival delle Città Identitarie, dedicato alla «città degli ammiragli», con Sylos Labini nei panni di Gian Andrea Doria. Il 16 ottobre scorso Rai 3 ha trasmesso una puntata di «Radix» dedicata a Loano.
Attore, promotore culturale, presidente della fondazione, direttore della rivista, conduttore televisivo e autore: una concentrazione di ruoli che racconta bene l’intreccio contemporaneo fra spettacolo, divulgazione e costruzione di narrazioni identitarie.
Ma che cosa significa, davvero, parlare dell’identità di una città? Lo abbiamo chiesto al dott. Paolo Geraci che, pare opportuno e utile ai fini storici, ha dato alle stampa due volumi (2 mila pagine): Loano isola del Ponente- variazioni su un tema di Alford. Si tratta di una documentata enciclopedia– frutto di 30 anni di ricerche e testimonianze-. La prima e finora unica della storia della città, ma che si dirama e spazia in Liguria e oltre. Il sindaco Luca Lettieri l’aveva accompagnata ricordando che si tratta di un ‘contenitore’ vero e proprio, con caratteristiche uniche tutte da scoprire, o riscoprire, conoscere e capire.

2/L’INTERVISTA A PAOLO GERACI
Si parla molto di Loano come città identitaria. Lei, che ne ha raccontato la storia nelle oltre mille pagine di Loano isola del Ponente, che cosa ne pensa?
Sono contento che si parli della storia di Loano. Dopo trent’anni di letture e ricerche, però, ho imparato quanto sia difficile racchiuderla in una definizione. O in uno slogan.
Un’identità esiste, naturalmente: nei luoghi, nelle memorie, nelle consuetudini in cui una comunità si riconosce. Ma quando si cerca di stabilire una volta per tutte in che cosa consista, la storia comincia a sollevare obiezioni. C’è sempre qualcuno, qualche avvenimento, qualche trasformazione che non rientra nel ritratto. Generalmente è proprio lì che la storia comincia a farsi interessante.
Eppure proprio il titolo del suo libro suggerisce una precisa peculiarità della città.
L’«isola» richiama la singolarità climatica di Loano e soprattutto quella politica: un feudo dei Doria distinto dai territori circostanti della Repubblica di Genova, passato poi ai Savoia. Due condizioni che hanno contribuito alla sua particolare fisionomia.
Ma essere un’isola politica non significava essere isolati. La storia loanese è attraversata da relazioni, commerci, spostamenti e conflitti. Un’isola piuttosto frequentata, insomma.
Per una città di mare, accanto alle radici, mi piace ricordare le rotte: raccontano dove si è andati, chi si è incontrato e che cosa si è portato a casa. Anche questo diventa appartenenza.
Nel libro Le città identitarie si legge che Loano veniva chiamata «isola del Ponente» già nel Seicento. Eppure pensavo che l’espressione fosse una sua invenzione per il titolo del libro pubblicato nel 2000. Siamo di fronte ad una ‘copiatura’ non attribuita. Una dimenticanza, una negligenza, oppure…
E pensava bene. Non immaginavo che una mia invenzione potesse vantare quattro secoli di storia.
Ma i Doria, le chiese e le tradizioni non costituiscono comunque un patrimonio identitario?
Certamente. Conservare un’eredità richiede di conoscerne la storia, comprese le trasformazioni. Il rischio è interrogarla soltanto per trovare conferma dell’idea che abbiamo già di noi stessi.
Massimo Montanari riprende da Marc Bloch l’immagine della ghianda e della quercia: conoscere il seme da cui nasce un albero non basta a spiegare l’albero. Occorre conoscere il terreno, il clima, le condizioni che gli hanno permesso di crescere.
Le origini contano, ma da sole non spiegano ciò che siamo diventati. Anche le radici, seguendo fino in fondo la metafora, si allargano per cercare nutrimento. Non chiedono che provenga tutto dallo stesso posto.
Come scrive Montanari, «radici e identità sono parole pericolose, da maneggiare con cura». La raccomandazione vale anche quando quelle parole ci piacciono molto.
Può fare un esempio concreto di qualcosa che sentiamo profondamente loanese e che nasce da questi incontri?
Pensiamo alle confraternite, ai Bianchi e ai Turchini: è difficile immaginare la storia religiosa e civile di Loano senza di loro.
Eppure, per comprendere la nascita dei Bianchi, bisogna uscire da Loano e seguire la diffusione del movimento dei disciplinanti o flagellanti, che nel Duecento raggiunse anche la Liguria. Un impulso religioso venuto da fuori trovò qui una comunità che lo accolse e gli diede una propria storia.
Da quell’incontro si svilupparono forme di devozione, solidarietà e partecipazione alla vita cittadina. Qualcosa circola, viene accolto, si trasforma e diventa patrimonio locale. Non per questo lo sentiamo meno nostro. Anzi, oggi lo consideriamo tra le espressioni più riconoscibili della nostra appartenenza.
Le tradizioni hanno questa curiosa abitudine: con il tempo, ci dimentichiamo che sono state anche delle novità.
Perché allora essere diffidenti verso chi vuole valorizzare l’identità della città?
Non direi diffidenza, ma cautela. Restaurare un oratorio, studiare un archivio, raccontare la vita di una comunità — anche attraverso i personaggi che l’hanno popolata — sono modi concreti di valorizzarla. Il problema nasce quando si sceglie soltanto ciò che conferma un’immagine già decisa.
Ogni narrazione seleziona, anche la mia. Ma scegliere una parte è diverso dal presentarla come il ritratto completo della città e farne un simbolo identitario.
I Doria sono certamente più fotogenici dei capifamiglia costretti a ospitare nelle proprie case i soldati di passaggio e a cedere loro i raccolti o il mulo. Anche i contrabbandieri di sale meriterebbero una comparsa. Chissà che anche il loro senso degli affari non meriti un posto nell’identità cittadina? Per capire Loano servono dunque gli uni e gli altri.
E lo stesso Gianandrea Doria, al quale Loano deve una parte della propria bellezza, merita di essere raccontato anche come un signore intento a rappresentare il proprio potere. Possiamo essergli grati per il patrimonio che ci ha lasciato senza dovergli essere ancora sudditi.
E serve anche la storia meno celebrabile: le scelte edilizie, il consumo del paesaggio, le responsabilità pubbliche e private. Riconoscere queste vicende non significa assolverle, né proporle come valori da tramandare. Significa evitare che l’identità diventi un album di famiglia dal quale abbiamo tolto tutte le fotografie venute male.
Una città può raccontarsi con affetto e anche con orgoglio. Dovrebbe potersi riconoscere pure nelle pagine che le piacciono meno.
Alla fine, dunque, che cosa significa essere loanesi?
Oggi i loanesi da generazioni sono davvero pochi. Fieri di esserlo, come sembra naturale. Anche le antiche famiglie hanno un antenato che si è innestato a Loano in anni o secoli passati. Pensiamo per esempio ai Rocca, attestati a Loano dal 1300, ma giunti qui dalla Corsica; e ai Vignola, loanesissimi, arrivati nel borgo di fuori “soltanto” nel Settecento.
Proprio in questi giorni è scomparso un simbolo della loanesità, il notaio Matteo Lavagna, erede, tra l’altro, da parte materna, dell’antica tradizione loanese della cantieristica navale. Ebbene, il nome stesso della sua famiglia evoca ascendenze non loanesi.
Per non dire dei “foresti” che da secoli si sono mescolati con le genti del posto. Anche oggi pare che alcuni foresti (in primis il professor Antonio Arecco, cellasco di nascita) siano più interessati alla storia del Luogo di quanto lo siano molti autoctoni.
Alla domanda che cosa significhi essere loanesi, oggi non mi sento di rispondere. Del resto, più si sa, più si misura la propria ignoranza.
Per molti, credo, significa sentire propria questa storia, senza magari conoscerla, né pretendere che sia stata fatta soltanto da loro. E poi riconoscersi nei luoghi, nelle memorie e nelle consuetudini, sapendo che anche ciò che sembra più familiare è passato attraverso incontri e cambiamenti.
E avere cura della città di oggi: perché l’appartenenza si vede anche da come trattiamo ciò che diciamo di amare.
Ho impiegato trent’anni a cercare, da foresto curioso, le radici di Loano. Alla fine ho scoperto che molte venivano da lontano.
In fondo, noi siamo gli altri.
Luciano Corrado
