Senza forse, dopo Antonio Ricci (Striscia la Notizia), il finanziare Gianmario Roveraro, con la sua caratura nazionale e non solo, è stato il cittadino di Albenga più illustre, di maggiore spicco. Nonostante le umili origini di una onesta famiglia di agricoltori. Una personalità riservata e che non ha inseguito il palcoscenico mediatico. Interviste e dichiarazioni con il contagocce. Unico savonese che apparteneva alla Prelatura dell’Opus Dei.
di Luciano Corrado

Roveraro non ha mai dato importanza al denaro, all’interesse personale. Ha avuto diecimila occasioni per fare soldi e non ha mai esercitato questo suo potere. Si era occupato anche di alcune aree della zona commerciale e artigianale di Albenga quando non mancarono le polemiche per lo sfruttamento edilizio in piccola parte a corredo del contesto produttivo.
Leggiamo nel sito dell’Opus Dei: Laureato in Economia nel 1960. Sposato e padre di tre figli. In gioventù fu primatista italiano nel salto in alto (per primo superò i 2 metri, record che mantenne dal 1956 al 1962). Una tesi sui fondi di investimento. Un’esperienza nella società finanziaria milanese Centrale, a cui segue un soggiorno di lavoro negli Stati Uniti. Rientra in Italia a fine degli anni ’60 per lavorare all’IMI, prima a Milano e poi a Roma. Nel 1974 torna a Milano, dove fino al 1986 dirige la SIGE, società finanziaria attiva nel settore mobiliare. Nel 1987 fonda la AKROS, finanziaria sul modello delle public company, di cui è amministratore delegato fino al 1997; in quell’anno, anche a motivo della crisi del settore immobiliare, rassegna le dimissioni e da quel momento prosegue l’attività in proprio, attraverso piccole società quali la Alter e la Yard.
Parallelamente a questo percorso professionale, Roveraro è stato sempre attivo nel settore del volontariato e dell’educazione: a metà degli anni ’70 fu tra i fondatori delle scuole FAES, che danno un’attenzione prioritaria al ruolo dei genitori nell’educazione primaria e secondaria dei giovani; dal 1974 al 1984 ne è stato presidente. Dalla fine degli anni ’90 si occupò più direttamente della formazione degli studenti universitari: riveste dal 1998 al 2004 la carica di presidente della Fondazione RUI, ente morale attivo in molte città d’Italia nella formazione degli studenti universitari.

Gianmario Roveraro e l’Opus Dei- Conobbe l’Opus Dei nel 1961 e chiese l’ammissione nel 1963. Lungo tutta la sua vita trovò negli insegnamenti di san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, un incoraggiamento ad approfondire la propria fede, in modo che si rispecchiasse in una condotta trasparente caratterizzata dal rispetto per gli altri e dallo spirito di servizio; queste due qualità sono spesso state riconosciute come le principali caratteristiche dello stile professionale di Roveraro. La sua partecipazione ad attività di volontariato è nata dalla sua coscienza cristiana e dallo spirito dell’Opus Dei: le ha svolte con professionalità anche se non sono attività di tipo finanziario.
Appartenne alla Prelatura dell’Opus Dei come “soprannumerario”. I soprannumerari sono la maggior parte dei fedeli della Prelatura: sono persone sposate, che cercano di vivere in pienezza la vocazione cristiana nel matrimonio, nel lavoro professionale e in tutti gli ambiti vita ordinaria.
Il rapporto dell’Opus Dei con i suoi fedeli ha una natura esclusivamente spirituale, e consiste nell’offrire a ciascuno di essi occasioni di approfondimento della fede cristiana: incontri settimanali di formazione cristiana, momenti di preghiera e di ritiro spirituale, possibilità di chiedere consigli personali circa la propria vita interiore. Non interviene minimamente nelle attività professionali dei suoi fedeli.
Alcuni quotidiani e settimanali a seguito delle vicende che hanno portato alla tragica fine di Gianmario Roveraro, hanno parlato di presunte ambiguità, ipotizzando il coinvolgimento di Roveraro e della Prelatura dell’Opus Dei in strane operazioni di natura finanziaria o economica. In realtà nessuna di queste voci ha mai trovato conferme oggettive, perché la figura di Roveraro è sempre stata caratterizzata da integrità e trasparenza e perché l’unica finalità della Prelatura dell’Opus Dei è di natura spirituale.
La sua tragica fine. I dati appurati in sede giudiziaria.
Cronologia
- il 5.7.2006 Gianmario Roveraro viene sequestrato a Milano da un ex socio in affari, Filippo Botteri, aiutato da due complici;
- l’8.7.2006 Gianmario Roveraro viene assassinato nei pressi di Parma;
- il 21.7.2006 viene ritrovato il corpo di Roveraro nelle campagne nei pressi di Parma;
- il 16.12.2008 la prima Corte d’assise di Milano condanna Filippo Botteri (ergastolo), Emilio Toscani (ergastolo) e Marco Baldi (30 anni) per il sequestro premeditato di Roveraro e il suo assassinio;
- il 4.3.2010 la prima Corte d’assise d’appello di Milano conferma la sentenza.
- il 4.2.2011 la seconda sezione penale della Cassazione a Roma conferma la sentenza. Nelle cronache dei media non si legge più nulla a proposito dei condannati e in un caso di possibili (sconti ?) di pena.
L’affare anglo-austriaco- Roveraro e Botteri erano stati soci in un’operazione finanziaria maturata tra il 2002 e il 2005, conclusasi senza successo. L’operazione è a volte definita “affare anglo-austriaco” perché le due società in questione erano una inglese (la EDS–Engineering Data Service) e l’altra austriaca (la AIC–Austria International Consulting).
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado si legge che “non è emerso in alcun modo che il rapporto che legava Roveraro a Botteri fosse di natura illecita. Anzi, non sussisteva alcun rapporto che potesse fondare una qualsiasi pretesa di Botteri nei confronti di Roveraro, che non era suo debitore. La vittima e l’assassino si trovavano in una posizione paritetica nella società EDS, che aveva concordato con la società AIC un’operazione di natura finanziaria non andata a buon fine”.
Il sequestro e l’assassinio- Sintesi dei fatti: Botteri organizza con due complici il sequestro di Roveraro, al fine di estorcergli una somma ingente di denaro con cui ripianare la propria situazione finanziaria; i tre rapiscono Roveraro a Milano e lo nascondono in un casello idraulico nei pressi di Albareto (Modena); i carabinieri perquisiscono la casa di Botteri a Parma e si mettono sulle sue tracce; Botteri, preso dal panico, uccide Roveraro.
- La sentenza di primo grado afferma che Botteri è “l’esecutore materiale dell’omicidio, come finisce per ammettere in quelle sue fumose e contorte dichiarazioni. Con lucida determinazione l’imputato, pressato dalle forze dell’ordine, costretto ad abbandonare in fretta il casello idraulico con l’ostaggio, frustrato per il mancato conseguimento dell’ingiusto profitto quale prezzo della sua liberazione, ha coscientemente e volutamente ucciso Roveraro”.
- Circa il movente del rapimento, nelle motivazioni della sentenza della Corte d’appello si dice che “Botteri ha architettato il sequestro di persona per ottenere importi rilevanti destinati a ripianare il suo ingente debito verso i creditori-finanziatori e a rimpinguare il suo patrimonio che aveva dissipato”.
- Circa il movente dell’omicidio, la stessa sentenza afferma che “tale condotta non era più diretta – a quel punto – a tornare in possesso delle somme investite nell’affare, ma a salvarsi dalla pesantissima accusa di un sequestro di persona, che egli vedeva avvicinarsi a seguito dell’accesso dei carabinieri alla sua casa di Parma”.
Il coinvolgimento di Roveraro nel processo Parmalat- Nel corso del maxi-processo per il crac del gruppo Parmalat, Roveraro e altre 8 persone sono state imputate e poi assolte a proposito dei fatti relativi alla quotazione in borsa della Parmalat (1990).
In particolare per Gianmario Roveraro, il verdetto della prima fase del processo Parmalat è stato definito “un’assoluzione postuma”.
Di seguito, la sintesi del “Corriere della Sera” del 26 luglio 2007, p. 8: “Ha un sapore amaro e tardivo il verdetto di ieri sul crac della Parmalat, perché nasconde un’assoluzione piena, che purtroppo è soltanto postuma, per Gianmario Roveraro, il banchiere cattolico che è stato sequestrato e ucciso nel luglio 2006. Roveraro era stato indagato esclusivamente come regista finanziario della quotazione in Borsa di Parmalat nel lontano 1990. Aveva sempre respinto l’accusa, protestando che quell’aumento di capitale non aveva impoverito l’azienda di Tanzi, ma al contrario aveva portato almeno 290 miliardi di lire nelle casse sociali. Ieri il giudice Domenico Truppa ha scagionato tutti gli imputati per questo capo d’accusa, motivando proprio che la quotazione del ’90 non rappresentò un ‘elemento causativo del dissesto del 2003’. Se fosse vivo, anche Roveraro avrebbe beneficiato della stessa assoluzione anticipata, senza neppure dover affrontare il processo”.
Alcuni giudizi su Gianmario Roveraro
- Piero Barucci (già Ministro del Tesoro): “E’ difficile scrivere anche poche righe in ricordo di Gianmario, e non solo perché, solo a farcelo tornare in mente per un istante, ci procura smarrimento e dolore. Il fatto è che Gianmario, almeno nelle molte occasioni in cui io l’ho conosciuto, sembrava voler rifuggire dall’idea di lasciare di se medesimo un’immagine forte, un’immagine destinata a durare. Sembrava quasi non volesse farsi notare, come se si preoccupasse di fare sempre capire che svolgeva un lavoro qualsiasi, con una professionalità normale, con un abilità comune. La sua tragica scomparsa che ancor oggi ci appare semplicemente ingiusta e tale da turbarci di continuo, sembra quasi essere un contrappasso estremo di tutto quanto era stato il suo credo esistenziale. Eppure noi sappiamo che Gianmario è stato un uomo di letture raffinate e selezionate; che disponeva di una conoscenza di prima mano delle Sacre Scritture; che seguiva con vigile intelligenza tutto quello che accadeva in Italia e all’estero. Ci è noto che non c’è luogo di lavoro in cui egli sia passato senza lasciare una traccia fatta di stima e di ammirazione; non di rado anche di affetto. Ben sappiamo che Gianmario è stato un finanziere innovativo e di successo, capace di attivare vasti consensi intorno alle sue iniziative. Ma, di qualunque cosa si potesse parlare, era difficile che si abbandonasse a giudizi ampi, articolati. Il rispetto per il prossimo e per le altrui opinioni lo portava a dire tutto sotto tono e sottovoce, rispettando l’uno e le altre”.
- Giancarlo Galli (noto giornalista e autore di best seller finanziari di successo): “Roveraro aveva un senso della solidarietà spinto fino al parossismo. La sua missione era far crescere i giovani, anche in senso imprenditoriale”.
- Carlo Salvatori (uomo dell’alta finanza, è stato ai vertici di importanti banche italiane): “Roveraro era un professionista di altissimo profilo, mi ha sempre colpito la sua preparazione. Aveva un ruolo importante nel sistema di quegli anni, tra gli ’80 e i ’90, un ruolo che ha sempre gestito con rigore. Non esiste, se questo è il tema, la distinzione fra finanza laica e finanza cattolica, esistono la finanza corretta e quella scorretta. Lo diceva lui e io concordo, da sempre. Ci sono semmai i buoni e i cattivi affari”.
- Francesco Cesarini (professore universitario alla Cattolica di Milano e presidente di varie banche): “Il nostro primo incontro risale al 1963, quando lui era alla Centrale e io all’ufficio studi di Mediobanca. Poi seguii le sue mosse quando andò in Banca IMI e poi alla SIGE, che è stato uno splendido esperimento in Italia. E’ stato un innovatore”.
Luciano Corrado
DA IL SOLE 24 ORE (AUTOREVOLE QUOTIDIANO DELLA CONFINDUSTRIA)
dossier/n.10 articoli Panama Papers
