Riceviamo – Albenga, viale Pontelungo e il commercio che cambia: serve fermare il degrado prima che sia troppo tardi. 2/Vedi riflessione di Trucioli.it
di Eraldo Ciangherotti


Da tempo ricevo costantemente segnalazioni e istantanee da residenti e commercianti esasperati in diversi quartieri di Albenga, e soprattutto in viale Pontelungo.
Le immagini raccontano sempre la stessa scena: persone ubriache che, dopo aver acquistato birre e alcolici nelle ore serali da questi minimarket stranieri, si spostano sulle soglie degli esercizi commerciali italiani chiusi, bivaccano, urlano, sporcano e poi se ne vanno lasciando a terra bottiglie, lattine, cartacce e ogni sorta di rifiuto.
Una zona che fino al 2010 era tra le vie più commerciali e vive di Albenga oggi appare progressivamente trasformata, impoverita e lasciata scivolare nel degrado. Non è più solo una questione commerciale: è una questione di vivibilità, decoro urbano, sicurezza e rispetto per chi in quel quartiere abita, lavora, investe e paga le tasse.
Da qui parte una domanda che Albenga non può più evitare: che cosa sta diventando il nostro tessuto commerciale?
Ad Albenga il fenomeno è ormai sotto gli occhi di tutti. Sempre più attività gestite da cittadini del Bangladesh stanno prendendo piede: minimarket, negozi di alimentari, bazar, phone center, money transfer, piccoli esercizi aperti fino a tardi. Una presenza crescente che racconta una trasformazione profonda del tessuto commerciale cittadino.
Il punto non è criminalizzare chi lavora, apre una saracinesca e cerca legittimamente un futuro migliore. Il punto è chiedersi che cosa stia accadendo al commercio tradizionale albenganese, alle botteghe storiche, alle attività familiari che per decenni hanno dato identità, servizio e presidio sociale ai nostri quartieri.
Perché se da una parte queste nuove attività rispondono a una domanda reale, dall’altra pongono domande precise: quali controlli vengono effettuati? Le regole sono uguali per tutti? Orari, contratti, fiscalità, igiene, sicurezza, vendita di alcolici, occupazione del suolo pubblico e tracciabilità dei flussi economici vengono verificati con la stessa attenzione con cui vengono controllati i commercianti italiani?
E allora una prima misura concreta andrebbe valutata subito: la chiusura alle ore 20 degli esercizi che vendono alcolici da asporto in quelle zone più esposte al degrado. Non sarebbe la soluzione definitiva, ma rappresenterebbe un primo strumento utile per arginare il problema, ridurre gli assembramenti serali, tutelare i residenti e restituire un minimo di ordine a strade che oggi sembrano abbandonate a sé stesse.
Il fenomeno non riguarda solo Albenga. In molte città italiane una parte consistente dei guadagni prodotti dalle attività commerciali straniere viene trasferita nei Paesi d’origine attraverso canali di money transfer. È legittimo, se tutto avviene nel rispetto della legge. Ma è anche un dato politico ed economico: ricchezza prodotta sul territorio che spesso non viene reinvestita sul territorio.
Albenga deve interrogarsi su questo. Non per alzare muri, ma per difendere equilibrio, legalità e identità commerciale. Una città viva non si costruisce lasciando che intere vie cambino volto senza una visione, senza programmazione, senza controlli e senza una politica seria per sostenere i piccoli commercianti locali.
Serve un’amministrazione capace di governare il fenomeno, non di subirlo. Servono controlli regolari, regole chiare, pari condizioni per tutti e un piano vero per rilanciare il commercio albenganese. Perché integrazione non significa sostituzione silenziosa del tessuto economico locale. Integrazione significa rispetto delle regole, partecipazione alla vita della comunità e contributo reale alla crescita della città.
Albenga non può permettersi di diventare una città dove chi ha sempre investito, pagato tasse, creato lavoro e tenuto aperta una vetrina viene lasciato solo. Il commercio è identità, sicurezza, decoro e comunità. E quando cambia il commercio, cambia anche l’anima di una città.
dr. Eraldo Ciangherotti
NOTA DI TRUCIOLI.IT – Ci siamo già occupati, nel corso degli anni, e senza falsa modestia tra i primi, agli esordi del nostro blog, ad affrontare il tema “Albenga quale futuro commerciale”. In origine polemiche e proteste per i primi insediamenti di supermercati in una città, utile ricordarlo, che superava Savona capoluogo quanto a numero di banche presenti. Albenga che si cullava tra la risorsa agricoltura, gli albori del turismo dei campeggi e di seconde case, qualche struttura alberghiera (quasi un lusso il Cà di Berta a Salea, gioiello allora unico in Riviera vedi….) e via via l’esordio della rinascita e riqualificazione del centro storico che oggi ha raggiunto un traguardo da polo di attrazione per turisti italiani e stranieri e centro di aggregazione, soprattutto per giovani, nei fine settimana grazie alla presenza di attività di bar-ristoro. Albenga centro turistico (campeggi, case vacanza, B&B, residence), nonostante l’assenza di investimenti in strutture alberghiere tradizionali.
Nasce sotto i migliori auspici Casa Rossa, grazie all’imprenditore Trimboli, l’ex fortezza che guarda la Gallinara: resort, spa, piscina, ristorante e un affascinante spazio per aperitivi. Il sindaco Tomatis: “Scelta coraggiosa”. Non si può tuttavia ignorare la sorte del ‘vecchio ospedale’, in centro città, con aste deserte e vani annunci dell’arrivo di investitori stranieri (danesi). E forse l’unico che potrebbe fare un atto di coraggio per la sua città (dopo l’acquisto di un intero immobile in piazza San Michele) è Antonio Ricci autore televisivo nazionale e coraggioso imprenditore turistico in quel di Alassio (insieme alla moglie Silvia Arnaud e le figlie) dopo l’acquisto all’asta, nel 2006, della storica Villa Hambury, con il suo parco. Non solo, con l’acquisto di altre aree attigue per realizzare moderne strutture ricettive, didattiche e residenziali in serre bioclimatiche.
Albenga caratterizzata da uno sviluppo urbanistico che ha prodotto ricchezza ai proprietari delle aree edificabili, al comparto locale e non degli investimenti immobiliari da parte di imprenditori ingauni, di fuori provincia e di altre regioni. E in particolare, l’espansione di quella che è la maggiore e più estesa concentrazione commerciale e artigianale del ponente ligure, con robusti tentacoli a Villanova d’Albenga e Cisano sul Neva.
Una domanda forse da abc: Albenga si è impoverita o si è arricchita. Il benessere va di pari passo con il trend di altre realtà della Liguria? La classifica dei redditi denunciati nelle provincia di Savona pone Albenga (18.704 €) al 49° posto su 69 comuni, preceduta da Urbe e seguita da Massimino. In Liguria è al 143° posto. Ognuno può porsi interrogativi sull’affidabilità dei contribuenti che non sono a reddito fisso (dipendenti e pensionati).
C’è chi invece non ha dubbi nello ‘stato di salute’ (economico) della città. Il giornalista ingauno Daniele Strizioli che il 25 maggio scorso ha commentato: “L’Amministrazione comunale ha accompagnato e sostenuto questo sviluppo, mantenendo un dialogo costante con le realtà del territorio e favorendo, attraverso le proprie scelte amministrative, le condizioni per una crescita armonica e condivisa”. Confortato dalle parole del primo cittadino: ” “La nostra città ha molto da offrire: una storia millenaria, un patrimonio culturale di grande valore, la possibilità di vivere esperienze legate allo sport e alla natura, oltre a un’importante tradizione enogastronomica. Tutti elementi che rappresentano autentici punti di forza e che rendono Albenga una destinazione turistica completa, capace di attrarre visitatori durante tutto l’anno”. Manco a dirlo redattore e sindaco ignorano che turismo è anche sinonimo di decoro e poco importa se l’album di 80 aiuole – vedi Trucioli.it . in stato di abbandono, non da oggi, fanno belle mostra nei ‘salotti’ dei viali e del lungomare. Una mancanza di lucidità che dura da tempo, confortata dal fatto che gli albenganesi ormai si sono abituati. E il decoro, le aiuole in stato pietoso, non interessano più di tanto. Ai media locali il tema non è una priorità, non solo per i turisti, per l’immagine- biglietto da visita.
Un interrogativo assai più concreto che non si pone il dr. Ciangherotti tra i più appassionati e battaglieri personaggi della vita pubblica di ieri e di oggi. A chi appartengono i muri delle attività commerciali di cittadini del Bangladesh e di altri extracomunitari? Un commercialista a questa domanda ha risposta che per il 90-95 per cento sono proprietari residenti ad Albenga e in zone limitrofe. Trucioli.it ha già ricordato che sicuramente la città ingauna detiene il primato, in Riviera, di locali sfitti al piano strada e non solo nella prima periferia. Via Genova, a ridosso del centro storico, può essere la cartina di tornasole. Che dire di via Dalmazia? Proseguire nell’elenco annoierebbe il lettore. Che accadrebbe dei locali commerciali di viale Pontelungo? ormai ‘terra straniera‘, tormentata e chiacchierata per microcriminalità, tra sbandati ed emarginati, tra chi vive di espedienti, ma sarebbe assurdo mettere tutti nel mucchio. Tra l’altro, chi li ospita? Che accadrebbe di oltre un centinaio di attività -commercio, ristorazione, artigianato – fonte di affitto per i proprietari dei muri se rimassero vuoti? Abbiamo portato l’esempio, lo scorso anno, del proprietario di un locale – 4 vetrine- in una zona piuttosto centrale della città. Forse è l’unico, un’eccezione, ma si rifiuta di affittare ad extracomunitari, al punto che preferisce pagare Imu e tasse varie. Ma non riceve altre offerte che diano affidabilità.
Ciangherotti affronta, tra l’altro, un tema che tutti o quasi tacciono, da media alle forze politiche, alle stesse associazioni di categoria, almeno per quanto si è letto finora. Le ripetiamo condividendole: ….Quali controlli vengono effettuati? Le regole sono uguali per tutti? Orari, contratti, fiscalità, igiene, sicurezza, vendita di alcolici, occupazione del suolo pubblico e tracciabilità dei flussi economici vengono verificati con la stessa attenzione con cui vengono controllati i commercianti italiani?
Solo un’aggiunta. Dare atto che da parecchi mesi, viale Pontelungo, è praticamente presidiato da auto della Polizia locale. Unica città della provincia con pattuglie, una, a volte due, ‘dirottate’ solo sull’ordine pubblico. Ma Albenga è anche la città che ha quasi ignorato la richiesta di trasferimento del Commissariato di Alassio. Una ‘rinuncia’ che unisce maggioranza e minoranza (quale timore di rivendicare una causa giusta?), che vede il giovane consigliere regionale e comunale Jan Casella -sinistra- prodigarsi per nuovi rinforzi di uomini della polizia ad Alassio. E la caserma dei carabinieri di Albenga da tempo sotto organico? Qui non si tratta di fare delle preferenze ma di analizzare, guardare in faccia, la realtà e le priorità.
Eppure la stragrande maggioranza dei cittadini di Albenga ritiene che il Commissariato dovrebbe essere trasferito. Mentre il sindaco, anche di recente, si è lasciato andare ad un altro ragionamento assai poco suffragato. Sostiene che il trasferimento della stazione ferroviaria a Bastia d’Albenga non trovi d’accordo una parte della città, meglio sarebbe aggiungere “una gran parte della città”. E si sottre oltre cento ettari di terreni agricoli. Un delitto per madre natura e per ciò che resta dell’agricoltura e del mondo agricolo. Un ulteriore incentivo agli ettari di aree fertili della pianura già abbandonati, incolti, invasi dai roveti, in compenso meglio riempirsi la bocca osannando le primizie. Ma c’è qualcuno che può spiegare perchè nella stagione dei carciofi, la produzione locale, non si trova quasi mai sulle bancarelle dei mercati settimanali e fiore. Si parla dei preziosi e unici asparagio violetti. Qualcuno girerà l’Italia e l’Europa per rendersi conto che gli asparagi di nicchia sono quelli ‘bianchi’ che si aggirano tra 20-25-30 € al kg. Quanto si pagano i primi asparagi della pianura? Se va bene 18 euro, per assestarsi a 12-14. E non si parli a vanvera dei ‘pregiati’ cuor di bue ingauni di fatto ‘scomparsi’ dai supermercati, negozi e mercati settimanali. Si spiegherebbe allora perchè i contadini in stragrande maggioranza puntano su altre produzioni destinate soprattutto al centro e nord europa. (L.Cor.)
