In età repubblicana per Italia si intendeva la Penisola vera e propria, dallo Stretto fino al fiume Rubicone ubicato nell’attuale Emilia Romagna; con la riforma Augustea entrò a far parte del territorio italiano anche tutto il settentrione, comprese gran parte delle Alpi.
di Tiziano Franzi
Lo storico e geografo greco Strabone (Geografia, IV, 6; V,1-4; VI,1) , infatti, descrive l’Italia come un grosso promontorio triangolare che ha come base le Alpi e lo scrittore latino Plinio il Vecchio (Naturale Historia, III, 6, 25) indica, con numero ordinale, le undici suddivisioni amministrative. La creazione delle Regiones serviva, più che altro, ad amministrare meglio il territorio e per facilitare i censimenti, infatti anche l’Urbe venne suddivisa in sezioni amministrative, non avevano una funzione politica e non ebbero lunga vita.
L’intero territorio peninsulare e insulare venne diviso in base alla geografia del territorio, all’etnia ed agli usi delle popolazioni locali, anche se durante l’età Augustea iniziò un forte periodo di romanizzazione dell’Impero che ebbe il suo apice proprio all’interno dell’Italia.
La configurazione regionale dell’Italia voluta da Augusto, se apparentemente non rispondeva a criteri univoci prevalendo, nella delimitazione, di volta in volta, l’elemento etnico in luogo di quello ambientale, piuttosto che lo strutturale, in realtà risulta ispirata a un saldo criterio funzionale, ossia la Le armature di città, consolidate e di nuova fondazione, con le loro prerogative e le loro dipendenze, costituiscono distribuzione dell’elemento urbano.
Il nerbo delle regioni riconosciute e definiscono l’assetto, a un tempo, compartimentato e unitario della Penisola. Un assetto non nominato e solo enumerato ma comunque nominabile, come in effetti il tempo si incaricherà di fare e come farà lo stesso Plinio il Vecchio. Un assetto che, per il criterio che lo ispira, si presta al suo governo e alla sua programmazione e che parimenti dà corpo alla sua descrizione ed è in grado di dare sostanza a processi di riconoscibilità identitaria
Poco prima (7 a.C.) Augusto aveva suddiviso anche Roma in 14 regiones, che oggi corrispondono ai rioni della capitale. Con l’estensione a tutta la penisola di questa nuova forma organizzativo-amministrativa, Augusto intendeva realizzare una sorta di equiparazione formale e sostanziale del territorio dell’Urbe a quello dell’Italia e viceversa, delle Tribù di Roma ai Popoli Italici e viceversa; una sorta di riconoscimento di unitarietà della nazione italiana, nella diversità delle sue componenti etnico-territoriali, così come Roma era una, pur a fronte delle diverse genti che l’avevano costituita e la costituivano.
Ecco, dunque, un’Italia estesa ai territori della Gallia Cisalpina inglobati all’Italia stessa subito dopo la morte di Cesare, articolata in unità regionali che tengono conto, come detto, di determinanti ambientali ma che traggono fondamento dalla componente antropica, nella sua dimensione etnico-culturale e nella sua proiezione insediativa, produttiva e di scambio.
Il potere rimaneva comunque centralizzato a Roma, ma a ogni regione – sebbene nessuna avesse autonomia decisionale politica o militare– era concessa una sorta di autogoverno amministrativo che, secondo le intenzioni dell’imperatore, voleva contemperare le esigenze locali – differenti di territorio in territorio- con quelle più generali che caratterizzavano la pax Augustea.
Augusto aveva diviso l’intera penisola in 14 regioni, cui si aggiungevano le provincie di Sicilia e di Sardegna e Corsica (Sardinia et Corsica), secondo un ordine etnico e politico. Usando come denominazione in alcuni casi il nome collettivo del popolo che abitava ogni territorio, in altri suoi elementi caratteristici ( come nel caso della Regio XI Transpadana) o della principale via che lo attraversava (come per la Regio VIII Aemilia) [Plinio, Nat. hist., III, 49].
Godendo di una certa autonomia giuridica (soltanto per i reati minori) e amministrativa, i magistrati di ogni regio erano i praesides e i rectores (o correctores).Ai primi era affidato il controllo sulla giustizia, ai secondi sull’amministrazione locali.
Così, sconfitte definitivamente le tribù dei Ligures e “bonificata” la zona orientale con la deportazione di 47.000 capifamiglia nel Sannio, vicino a Benevento, per lasciare spazio ai coloni romani che avevano ricevuto appezzamenti di terreno soprattutto come ricompensa ai valorosi legionari, sotto l’impero di Ottaviano Augusto ( 27 a.C. – 14 d.C.) il territorio ligure fu definito con il nome di Regio IX.

La regio IX comprendeva il solo territorio dei Ligures, che andava dal fiume Varo (ad occidente) ai confini con l’Etruria (ad oriente). La IX Regio si estendeva a nord oltre la catena degli Appennini fino al Po; a est confinava con i “pirati barbari”, secondo una linea di demarcazione data dall’Arno; a ovest si spingeva al di là delle Alpi fino al Rodano, con il mondo ellenizzato e celtico.
Livio narra che, dopo la sottomissione a Roma, parte dei Liguri fu forzosamente trasferita in pianura [Liv. XXXIX,2,4; XL 53,2]; chi rimase sui monti fu privato delle armi e lasciato alla sua vita primitiva [Floro I,19; Diod. V 39].
La pacificazione delle tribù liguri, con la conseguente fusione con Roma, può essere datata intorno al 7 a.C., quando fu innalzato il trofeo delle Alpi alla Turbia, presso Monaco, per celebrare le vittorie di Augusto e l’unificazione dell’Italia (diis sacra) [Plinio, N.H., III,20] entro il confine delle Alpi.

Anche in questa area Augusto aveva imposto un nuovo sistema organizzativo per i popoli ancora non romanizzati (e difficilmente inquadrabili in una struttura provinciale e urbana), e soprattutto per popolazioni da poco pacificate, che rappresentavano un costante pericolo, sia per la loro stessa bellicosità sia come strumento in una eventuale guerra civile
Gli insediamenti liguri situati nei punti strategici dell’Appennino (oppida, fora, castella, vici..) assunsero sempre più importanza col progredire della rete viaria romana nella zona. Nel 109 a.C. il censore Emilio Scauro fece tracciare lungo l’Appennino Ligure la via Aemilia Scauri, che prolungava una strada già esistente, costruita da Aurelio Cotta due secoli prima. Nel 12 a.C. la via Aemilia Scauri fu continuata da Augusto e prese il nome di Julia Augusti (vedi pag….)
Augusto fece anche ripristinare la via che collegava il porto di Vado con Aquae Statiellae (Acqui Terme) e Derthona (Tortona), attraverso la valle Bormida, e quella che dalla costa risaliva la valle del Tanaro, verso Pollentium (Pollenzo presso Bra) e Alba Pompeia (Alba).
La descrizione della IX regio Italiae risale a Plinio:[ Plinio, Nat. hist., III, 49] “Patet ora Liguriae inter amnes Varum et Macram XXXI Milia passuum. Haec regio ex descriptione Augusti nona est.” ( Il territorio della Liguriasi etende tra i fiumi Varo e Magra per 31 miglia [romane]. Questa regione, secondo l’organizzazione di Augusto è la nona). Questa regione era più ridotta rispetto all’originale area occupata dai Liguri in epoca preistorica.
Probabilmente era nelle zone centrale e occidentale che si conservava ancora l’ethnos ligure più puro, mentre in Lunigiana e nelle regioni transalpine le popolazioni si erano ormai mischiate con altre tribù. Infatti lo storico greco Ecateo di Mileto nel VI secolo a.C. ci tramanda che Monaco e Marsiglia erano città liguri e gli Elisici, popolo stanziato tra Rodano e Pirenei, erano un misto di Liguri e Iberi.
Il territorio comprendeva tutta l’attuale riviera ligure dal fiume Varo non molto distante da Nicaea (Nizza), fino alla foce del fiume Macra (Magra), per 211 miglia.
All’estremità occidentale si estendeva dalla costa nell’entroterra solo per pochi chilometri, costituendo una lingua di terra dalla foce del fiume Varus presso Nizza ad Albintimilium (Ventimiglia), incuneandosi tra la provincia delle Alpes Maritimae e il Sinus Ligusticus (Mar Ligure). A Ventimiglia il confine risaliva poi verso nord fino alla provincia delle Alpes Cottiae e alla Regio XI Transpadana secondo il confine stabilito dal Po (allora Padus). Presso la confluenza del Tanaro (Tanarus) nel Po il confine tornava a sud in direzione sud-est (Regio VIII Aemilia) includendo la valle del Trebbia fino a seguire poi verso est lo spartiacque del Mar Ligure a Tigullia giungendo alla foce del Magra (Macra) presso Luni (Luna). Particolare è la posizione di Luni, che si viene così a trovare in territorio etrusco, pur potendo vantare una origine ligure. Secondo le fonti, il confine più antico tra territorio Ligure e la Terra Etruria era il fiume Amo; Livio tuttavia ritiene che il territorio sottratto ai Liguri nel 177 a.C, su cui sorse una colonia romana, fosse in origine appartenuto agli etruschi .
Da notare, in ogni caso, che i confini vengono delimitati dal corso di fiumi, dando così a questi una valenza divisoria, e non di unione del territorio come era avvenuto in passato.

L’organizzazione romana in Liguria- Subita la conquista, i Liguri gradualmente si integrano nell’Impero romano; otterranno il “diritto latino” nell’89 a.C. e potranno finalmente pronunciare il fatidico “Civis romanus sum” (sono cittadino romano) nel 45 a.C.
Con l’annessione all’Impero cominciano a definirsi lungo la costa i principali centri abitati, ribattezzati dai Romani utilizzando il nome della tribù dominante; così fu di Vada Sabatia (Vado) capitale dei Sabazi che occupavano l’area orientale del Ponente, di Albingaunum (Albenga) capitale degli Ingauni che dominavano il territorio compreso tra Finale (anticamente chiamata Pullopices) e Sanremo sulla costa e da Ceva a Mondovì nell’entroterra e di Albintimilium (l’odierna Ventimiglia) capitale degli Intemeli che risiedevano all’estremo ponente, tralasciando tuttavia le zone montane che mantengono la propria autonomia.
Sottomesso anche questo estremo lembo di Liguria, Roma provvede subito a ristrutturarne la viabilità, di vitale importanza per lo sviluppo dei traffici dell’Impero.
I magistrati principali erano un praesides e un rector, come nelle atre regiones. Essi probabilmente avevano la loro sede in Genua, ma, data la conformità del territorio, avevano referenti anche nelle principali città delle due odierne riviere, quella di ponente e quella di levante e neli territori delle odierne regioni Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana.
Da notare ancora che Ventimiglia (Albintimilium), Albenga (Albingaunum), Vado Ligure (Vada Sabatia), e Genua (Genova) svilupparono l’impianto urbano in aree occupate dai Liguri secondo modalità e forme indipendenti. Solo Lunae (Luni) divenne colonia nel II sec. a.C..
L’età dell’Impero è caratterizzata dal fiorire sul litorale del castrum, ormai vera e propria città organizzata, ricca di servizi quali acquedotti, porti, templi, terme, teatri.
Dell’epoca romana, consistenti tracce restano a Ventimiglia (anfiteatro, necropoli ed acquedotto), a Sanremo (necropoli e fondamenta di ville con terme), Diano Marina (“dolia” in terracotta recuperati dalla nave affondata nel I secolo d.C.) ed Albenga (anfiteatro, tombe, nave, ruderi di una villa rustica).
Crollato l’Impero, dal 400 d.C. iniziano le invasioni dei Barbari che, per secoli, spazzano a ondate ricorrenti le nostre valli uccidendo, violentando e saccheggiando tutto ciò che incontrano sulla loro strada.
Cominciano nel 408 i Visigoti che, fra l’altro, demoliscono Albenga: seguono i terribili Vandali (ancor oggi proverbiali) di Gianserico nel 450 e quindi i Longobardi che si insediano in modo permanente. Nel 643, il loro re Rotari conquista tutto il Ponente che, nel 773, entra a far parte del vasto impero di Carlo Magno il quale annette i territori liguri al Regno d’Italia ricalcando i confini romani.
Ed è appunto sotto l’impero carolingio che l’originaria mansio romana, struttura essenzialmente militare, per esplicito volere del grande imperatore si evolve definitivamente nell'”hospital“, struttura civile di ricovero per i viandanti poveri, originaria matrice del nascente villaggio che ci introduce nell’epoca medievale.
Tiziano Franzi
