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Liguria e Basso Piemonte

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Il Corsaro Nero di Emilio Salgari nasce a Genova: scrittore di successo con la quinta elementare, si professava capitano di mare. Morto suicida, scrisse…


Emilio Salgari (1862-1911), veronese di nascita e torinese di adozione, scrisse i suoi capolavori d’avventura senza mai lasciare l’Italia, immergendosi con la sua ineguagliabile fantasia in quei paesaggi lontani che rintracciava sul suo mappamondo e sulle carte geografiche.

di Tiziano Franzi 

Dando così vita a personaggi immaginifici che furono il prototipo dell’avventuriero nei primi del Novecento, ma che ancor oggi mantengono il proprio fascino: basti pensare a Sandokan.

Emilio Salgari

Salgari a Genova- Nel 1897, per assecondare i desideri del suo editore Julius Anton Donath, Emilio Salgari (1862-1911), di origini venete e residente a Torino, venne ad abitare a Genova, più precisamente a Sampiedarena, allora comune autonomo, affittando un appartamento nella via allora denominata Rebora.

La casa dove lo scrittore abitò oggi non esiste più e la via, dopo aver cambiato il nome in via della Coscia, è poi scomparsa, inglobata nella ristrutturazione di San Benigno.

Egli, che di mare aveva scritto tanto e su di esso aveva ambientato le avventure dei suoi personaggi, avrebbe preferito prendere casa a Sturla, ma lo stipendio che l’editore gli aveva proposto non glielo permetteva; si professava capitano di mare, ma in realtà aveva solo il titolo equivalente alle scuole elementari odierne. Si iscrisse al Nautico di Venezia, ma abbandonò gli studi per i pessimi voti, però farsi passare per capitano, del resto, funzionava anche sotto il profilo editoriale ed era più convincente.

Nella casa di quella temporanea permanenza genovese, lo scrittore dovette affrontare una brutta “avventura“, simile a quelle che aveva vissuto con la fantasia. Il protagonista della sua tragica esperienza fu il mare che, con la sua forza naturale, invase completamente la sua abitazione, situata vicino alla spiaggia, durante la mareggiata storica del 27 novembre 1898. Per fortuna, lo scrittore riuscì ad fuggire tempestivamente con la famiglia, ma subì un enorme danno per la perdita dei suoi libri, strumenti indispensabili per le ricostruzioni fantastiche dei suoi romanzi di avventura nel Borneo.

Nel suo soggiorno a Genova, Salgari (in origine Salgàri a Verona dove era nato, poi, a Torino, Sàlgari), strinse amicizia con il pittore Firpo (zio del poeta) che lo accompagnava talora nei vicoli del centro storico, specie in via Luccoli dove, al civico n. 33 c’era la sede del suo editore: Anton Donath.

Un editore molto “particolare”- Donath, nato a Berlino, come altri editori esteri divenuti importanti in Italia – Loescher, Hoepli e Olschki – si trasferì a costruire la propria fortuna nel neonato Regno d’Italia, cedendo la propria attività in Germania.

Il 15 agosto 1886 fondò a Genova una biblioteca itinerante e un’affermata Libreria Internazionale, dove proseguì il lavoro di libraio iniziato in Germania, aprendone la sede nel centro città, in via Luccoli al 33 rosso, e più avanti al 44. Ambientatosi sia lavorativamente sia socialmente a Genova, nel 1890 ottenne la cittadinanza italiana, assumendo il nome di Giulio Antonio Donath.

Divenuto editore, a cavallo fra i due secoli divenne un importante animatore culturale nel capoluogo ligure: fu fornitore ufficiale delle biblioteche pubbliche, di quella universitaria, e influenzò con la sua attività il fermento letterario del periodo.

Fu editore di Anton Giulio Barrili, Arturo Issel, Edward Algernon Le MesurierAdolf Friedrich von Schack, Max Schoeller, ma soprattutto di Emilio Salgari. Dello scrittore veronese, Donath intuì le qualità già nei primi anni ’90 dell’Ottocento. Fu nel 1895 che decise di pubblicare “I misteri della jungla nera, acquistandone da Salgari per 300 lire la proprietà esclusiva e perpetua. Il romanzo fu ristampato varie volte dallo stesso Donath, che contribuì al successo delle pubblicazioni salgariane impostando il piano editoriale e il modello grafico/narrativo, selezionando gli illustratori, fra i quali Alberto della Valle, Giuseppe Garuti e Gennaro D’Amato. Il contributo di Donath su questi aspetti è delineato sin dal contratto con Salgari del 1902, in cui Salgari si impegna a scrivere tre romanzi ogni anno e l’editore «potrà, ove lo creda conveniente, pubblicarne soltanto due nei mesi che meglio reputi e nel formato e colle illustrazioni meglio viste da lui»

Per tre libri all’anno, l’editore gli forniva uno stipendio fisso che gli permetteva di vivere modestamente con la sua famiglia, a Sampierdarena.

A Sampierdarena, però, poteva agevolmente frequentare il Teatro Modena e spingersi comodamente nel centro di Genova a passeggiare sotto i portici dell’Accademia Ligustica nella nascente piazza De Ferrari; era un uomo basso di statura, tarchiato, con folti baffi neri e sempre con un cappello di paglia sulla testa .

Negli anni successivi, la sinergia fra l’inquieto scrittore veronese e l’intraprendente editore, ormai a tutti gli effetti genovese, divenne particolarmente solida, sia personalmente sia lavorativamente, tanto che nel 1898 Salgari si trasferì a Sampierdarena, e nell’arco di poco più di due lustri i due pubblicarono insieme alcune decine di capisaldi della letteratura avventurosa mondiale

Così, proprio durante il soggiorno genovese Salgari scrisse “Il corsaro nero”, identificabile nel conte Emilio di Roccabruna e Ventimiglia, romanzo definito come il suo capolavoro.

Nonostante il contratto di esclusiva, Salgari in quel periodo aveva a carico una numerosa famiglia (aveva 36anni, due figli), la moglie incinta di Romero, che nascerà a Sampierdarena, in casa) e scrisse, saltuariamente e con pseudonimo, anche per altri editori; Donath tollerava questa attività, probabilmente sia per non dover esigere la penale di 15.000 lire che lo scrittore non poteva permettersi, sia perché Salgari era comunque per Donath una significativa fonte di prestigio e stabilità finanziaria. 

I romanzi salgariani, infatti, avevano una importante tiratura e furono un grande successo editoriale per Donath, che ideò la pubblicazione in tre edizioni per i lettori delle diverse classi sociali: in dispense settimanali da rilegare a un costo ridotto, in brossura a un costo medio, e in edizione rilegata con illustrazioni a colori per gli acquirenti più abbienti.

Nel giugno del 1906, in occasione della rescissione del contratto fra i due, Donath redasse la lista delle opere di Salgari delle quali era proprietario: 34 romanzi (uno inedito e andato perduto, “Il leone del Transvaal” e uno acquistato da Speirani e poi rivenduto senza pubblicarlo, “Il tesoro del presidente del Paraguay“, e tutti i contenuti della rivista “Per Terra e per Mare“, diretta da Salgari.

Fu l’editore fiorentino Enrico Bemporad a sottrarre Salgari al suo concorrente genovese, offrendogli condizioni economiche e di lavoro migliori.

Alla trattoria “Da Maria” a Sampierdarena- Nel Diario di Bastian, mancato nel 1989, si legge: «Già molto prima, mezzo secolo, diceva mio nonno, dove ora c’è la trattoria Maria, nella zona Coscia di San Pier d’Arena era una antica trattoria che se la giocava come clientela con altre famose di quel tormentato agglomerato di vicoletti che limitavano la costa, quello che si chiamava il Labirinto. Diciamo che questa Maria, rispetto agli altri locali era un poco più di élite”.

Qui venivano a mangiare, oltre agli operai, anche le maestranze e i direttori dei numerosi cantieri. Il mare all’epoca arrivava in quello che ora è chiamato Lungomare Canepa. Al colpo di cannone dal Righi a mezzodì, uno sciame di uomini si recava ancora sudato e lercio a consumare il pasto in queste osterie dell’angiporto. Minestrone, stoccafisso con i bacilli, arrosti e polli, cibi semplici ma energetici. Fu proprio lì che nonno conobbe un uomo sempre solo, che portava sempre la paglietta alla testa, con uno strano accento quando parlava. Un accento veneto, ma non proprio di Venezia, leggermente meno marcato. Insomma a tavola entrò in confidenza e il signore raccontò di essere uno scrittore. Doveva essere il 1900 o giù di lì e spiegò di essere a Genova da due anni perché il suo editore si era trasferito in uno studio in via Luccoli. Gli fece anche vedere, qualche volta, delle bozze dei suoi libri, scritti a matita e gli fece conoscere un signore di Pontedecimo, tale Carlo Tallone. Un grande disegnatore, mi disse. Spesso Tallone pagava all’amico il pasto, altre volte il titolare dell’osteria lasciava stare.

Entrato in confidenza, lo scrittore confidò della malattia mentale della moglie e delle fatiche che comportava mantenere i tre figli con i pochi soldi che rendevano i suoi libri. Una volta il suo alloggio, in via Vittorio Emanuele II, a piano terra venne raggiunto da una mareggiata e lo portò alla disperazione, perché aveva distrutto i suoi libri di geografia che gli erano necessari per i racconti.

Non lo vide più per parecchio quando, tempo dopo, nonno aprendo un giornale, lo riconobbe in una foto. Nell’articolo c’era scritto che “lo scrittore Emilio Salgari si era suicidato squarciandosi la gola e l’addome a Torino, ai piedi di San Martino.»

Era la mattina di martedì 25 aprile 1911; lo scrittore aveva 49 anni. In una delle lettere che lasciò sul suo scrittoio aveva annotato: «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.»

Tiziano Franzi


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