520 anni fa, il 20 maggio 1506, all’età di 55 anni, moriva Cristoforo Colombo.
di Tiziano Franzi
Se nel 1492 qualcuno avesse rivelato ai sovrani di Spagna Ferdinando e Isabella anche solo la metà delle conseguenze che avrebbero avuto i viaggi di Cristoforo Colombo da loro finanziati, molto probabilmente sarebbe stato incarcerato come un volgare truffatore. Nessuno poté fare nulla, invece, contro la forza dirompente della realtà.
Già a partire dal 1493, infatti, gli equilibri e gli assetti del pianeta furono letteralmente rivoluzionati: due mondi che, dopo la frattura geologica di 200 milioni di anni prima, erano rimasti estranei e ignoti l’uno all’altro, si incontrarono e si mescolarono, in un processo di reciproca osmosi e contaminazione che, da allora, è diventato sempre più intenso.
Ma lo sbarco di Colombo ebbe anche altre conseguenze. Ottant’anni dopo uno spagnolo di nome Legazpi navigò verso oriente per stabilire relazioni commerciali permanenti con la Cina, all’epoca il paese più ricco e potente del mondo. A Manila, la città da lui fondata, l’argento delle Americhe, estratto da schiavi africani e indiani, veniva venduto agli asiatici in cambio di seta per i paesi europei. Per la prima volta, merci e persone di ogni angolo del globo erano coinvolte in un unico mercato mondiale, la base materiale dell’età moderna.
Durante il ritorno dalla sua prima spedizione verso “le Indie” Cristoforo Colombo scrisse una lettera in cui riassumeva la propria impresa, dando conto di ciò che aveva trovato in quelle terre lontane, affinché fosse riconosciuto a lui, e a lui solo, il merito dell’impresa.
Era il febbraio 1493 e lo scritto fu redatto in lingua castigliana, in tre esemplari, con l’identico contenuto: il primo indirizzato ai re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, il secondo al tesoriere castigliano Luis Santàngel e il terzo al tesoriere del re Ferdinando D’Aragona, Gabriel Sánchez (chiamato erroneamente Raphael Sanxis nella maggior parte delle edizioni)., che molto si era operato affinché a Colombo fosse affidato l’incarico e le tre caravelle..

Giunto a Lisbona, Colombo invia le tre lettere poco prima della sua partenza per Palos. Lo scritto non molto dopo fu tradotto in latino dal chierico aragonese Leandro del Cosco e stampato in forma di incunabolo (cioè con stampa al torchio e composizione a caratteri mobili) con il titolo: “De insulis Indiae super Gangem nuper inventis” in una tipografia romana, il 30 maggio successivo.

La versione latina si diffuse rapidamente in tutta Europa, venendo più volte ristampata e tradotta in altre lingue. Queste lettere descrivono le isole scoperte, in particolare San Salvadori e Hispaniola, e le usanze dei loro abitanti, abbondando in esagerazioni riguardo alla grandezza delle isole, alle loro ricchezze e alla docilità degli indigeni. Esse forniscono dati concreti sul viaggio (manca, per esempio, il riferimento alla perdita della nave ammiraglia) e, in alcuni casi, contraddicono altre fonti, in particolare il diario di bordo.
Sulla loro autenticità si sono espressi, con pareri contrastanti, molti storici. La posizione tradizionale circa la paternità delle lettere stampate nel 1493 è tuttavia quella di attribuirle allo stesso Colombo, che ne avrebbe promosso la pubblicazione come mezzo per tutelare i propri interessi.
L’esemplare conservate nella Biblioteca Marciana di Venezia fu trafugato alla fine degli anni ‘80 del XX secolo e di esso si persero le tracce. Oggetto di una lunga indagine, grazie alla collaborazione tra i Carabinieri del Comando Tutela del Patrimonio Culturale, l’Homeland Security Investigation americana e l’Università di Princeton, fu ritrovato il 19 luglio 2023 in possesso di un collezionista di Dallas che l’aveva acquisita nel 2003 per bel quindici milioni di dollari durante un’asta e che non si oppose alla confisca e alla restituzione alle autorità italiane.

L’incunabolo è composto da otto pagine a stampa e reca la firma “Christophorus Colom Oceani classis Prefectus“.

Nell’introduzione Colombo afferma di essere passato «alle Indie» (al «mare Indicum» secondo la lettera in latino) e di aver preso possesso delle terre trovate. Menziona anche la durata del viaggio di andata: 20 giorni nella versione in castigliano e 33 in quella latina. ll documento elenca quindi le prime isole visitate, indicandone solo i nomi: Guanaham (Guanahanin nella versione latina), da Colombo ribattezzata San Salvador; Santa María de Concepción; Ferrandina (Fernandina nella versione latina) e isla Bella (corretto in Isabela nella traduzione latina). La quinta isola menzionata è Cuba, che Colombo chiamò Juana, la cui esplorazione è narrata più nel dettaglio. L’ultima isola scoperta è La Española, detta oggi anche isola di Santo Domingo.
La lettera descrive i paesaggi di Cuba, ma offre poche informazioni geografiche su di essa. Quanto alla Española, è ancor più scarna di dettagli. In entrambi i casi i dati tendono a esagerarne le dimensioni. In seguito gli indigeni sono descritti come docili, pacifici, monogami, senza proprietà privata e senza religione, il che implicherebbe che sarebbero facili da evangelizzare.
Il testo afferma che Colombo ha lasciato una nave e una guarnigione alla Española, in un forte chiamato Navidad. Tralascia, però, il fatto che quella nave, probabilmente la Santa María, si era arenata, come sostengono molte altre fonti.
Oltre alle isole visitate, l’autore della lettera dà notizia di altre terre: un’isola abitata da indigeni cannibali; un’altra dove vivono solo donne guerriere; un’altra ancora ricchissima d’oro i cui abitanti sono glabri; un paese dove vive «gente con la coda» e due «terre ferme»: una «di qua» e un’altra «al di là del Gran Khan». Promette inoltre ogni sorta di ricchezze se le isole scoperte verranno sfruttate: oro, schiavi e preziosi vegetali come le spezie, cotone, «almastica», «ligunaloe», rabarbaro e cannella. In conclusione esalta la propria «vittoria», pur riconoscendo che potrebbero esserci altri che «destas tierras aian fallado o escripto» prima di lui, e invita a «tomar alegría y fazer grandes fiestas, y dar gracias solemnes a la Sancta Trinidad».
La lettera indirizzata a Gabriel Sanchez inizia: “Poi che so di doverti esser grato per aver io condotto a compimento la mia impresa, ho risoluto di scriverti per informarti di tutto ciò che feci e scopersi in questo mio viaggio. Dopo 33 giorni dacchè partii da Cadice, giunsi al mare delle Indie, dove trovai molte isole assai popolate, delle quali, fatto il bando in nome del felicissimo nostro Re e spiegate le bandiere, nessuno opponendovisi, presi possesso. Alla prima diedi il nome del nostro divin Salvatore, con l’aiuto del quale giungemmo a questa ed alle altre tutte. Quella che gl’indigeni chiamano Guanahani e ciascuna delle altre io chiamai con nome nuovo: cioè l’una, isola di Santa Maria della Concezione; Fernandina l’altra; e l’altra, Isabella, e l’altra ancora, Giovanna; e così volli che fossero dagli altri chiamate.”
Oltre a informazioni che riguardano la natura dei luoghi, la vegetazione e le caratteristiche di alcune piante ignote ä Eurtopa, l’autore tratta degli abitanti , soffermandosi su alcune loro caratteristiche: “gli abitanti di essa e altresì di tutte quelle che io vidi e conosco, così dell’uno come dell’altro sesso, vanno sempre nudi come son nati, fuorché alcune femmine le quali si coprono le pudende con una foglia o una fronda o un velo di seta, ch’esse stesse all’uopo si apprestano. Come dissi più sopra mancano di ogni qualità di ferro; mancano di armi che sono a loro quasi ignote, né a queste san adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi: così in luogo di armi portano delle canne seccate al sole, nelle cui radici infiggono un’asta di legno secco dalla punta acuminata; nè osano sempre servirsene. Però che spesso avvenne che io mandassi due o tre de’ miei in alcuni villaggi per parlare con gli abitanti, e ne uscisse una folta schiera d’Indiani, la quale, al solo vedere i nostri avvicinarsi, fuggiva rapidissimamente, non curandosi il padre dei figli né questi di quello. E ciò non perché ad alcuno di loro fosse fatto alcun danno od ingiuria; ché anzi dovunque approdai, a quelli con cui mi fu dato parlare largii tutto ciò che aveva panno e molte altre cose, gratuitamente; ma solo perché son di natura timidi e paurosi. Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richiegga nessuno nega ciò che ha, che anzi essi stessi ci invitano a chiedere: professano grande amore verso tutti; per oggetti dappoco ne danno altri di gran valore, paghi d’ogni piccola cosa e anche di niente. Io stesso proibii di dar loro oggetti piccoli e di niun valore, come frammenti di piatti o di cristalli, e così chiodi coltelli, quantunque se potevano averli sembrava loro di posseder le cose più belle del mondo.[…]
Non sono affatto idolatri, anzi credono fermamente che ogni forza , ogni potenza e ogni bene sia in cielo, e che io dal cielo sia disceso con queste navi e co’ naviganti, e così dovunque fui accolto dopo che avevan dimesso ogni timore. Nè son pigri o rudi, ma anzi di grande e acuto ingegno, e gli uomini che traversano quel mare non senza ammirazione si rendono conto d’ogni cosa, ma non mai videro genti vestite e navi. Io tostochè giunsi in quel mare tolsi violentemente dalle prime isole alcuni Indiani affinchè imparassero da noi le nostre cose e a noi insegnassero quelle da loro in que’ paesi conosciute. Ed avvenne infatti secondo il nostro desiderio, ché in breve noi li comprendemmo, ed essi compresero noi tanto nel gesto e ne’ segni quanto nel linguaggio e ci furono di gran giovamento. Vengono ora sempre meco e mi credono sempre disceso dal cielo, quantunque abbiano a lungo trattato con noi e trattino ancora, ed essi erano i primi ad indicarci tutto ciò che noi volevanto, gli uni agli altri man mano ad alta voce gridando: Venite venite e vedrete le genti celesti. Per cui e femmine ed uomini e fanciulli e adulti e giovani e vecchi, deposto il timor di prima, ci venivano incontro a gara affollando la strada e portandoci chi cibi e chi bevande con amore e benevolenza incredibili. […]
Nulla di straordinario trovai come i più credevano, solamente gli uomini molto reverenti e benigni. Né son negri come gli Etiopi; hanno i capelli lisci e corti, cercano di evitare il calore del sole, che più ferve in queste regioni distanti 26 gradi dalla linea equatoriale. Dove più regna il freddo gl’Indiani cercano di mitigarlo secondo le usanze del luogo, per mezzo delle cose calde di cui spesso e abbondantemente si nutrono.”
La parte finale della lettera varia a seconda delle versioni. In quella stampata a Barcellona si legge che fu scritta il 15 febbraio «sopra le isole di Canaria» e postdatata il 14 marzo a Lisbona: La versione latina si chiude in maniera molto più breve, dicendo «A Lisbona il 14 marzo»: Le date di queste lettere hanno causato non pochi grattacapi agli storici perché contraddicono il diario di bordo, considerato in genere la fonte principale per il primo viaggio. Il diario non menziona affatto le Canarie al ritorno e il 15 febbraio colloca la caravella di Colombo, la Niña, alle Azzorre. Dice sì che andò a Lisbona, ma non il 14, bensì il 4 marzo. Per questi motivi alcuni autori hanno ritenuto che le date delle lettere fossero errate, arrivando a sostituire nelle loro trascrizioni di tali documenti la parola «quatorze» con «cuatro».Per altri, al contrario, si tratterebbe di prove che non fu Colombo a redigere le lettere.
C’è divisione di vedute sul fatto che le lettere a Santángel (in castigliano) e a Sánchez (in latino) siano due documenti distinti, oppure debbano considerarsi due versioni di uno stesso documento, nel qual caso il nome di Sánchez sarebbe un errore introdotto dal traduttore.
In sole otto pagine , in poche parole, quell’incunabolo ha contribuito a cambiare il mondo per sempre. Cristoforo Colombo, attraverso l’Oceano aprì una frattura nella storia, trasformando per sempre il destino dell’Europa, delle Americhe e del mondo intero.
Tiziano Franzi
