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Il medico volontario: il fastoso Consiglio di pace che Trump ha istituito è la continuazione genocida contro il popolo di Gaza. Il ministro Katz: ‘presto anche l’emigrazione volontaria’


Proprio nel momento quasi magico per Israele in cui i governi sembrano voler normalizzare il genocidio, ecco che qualche decina di imbarcazioni civili provenienti da 39 paesi, Global Sumud Flotilla, con praticamente nessuna possibilità di smantellare il blocco su Gaza, vengono a rompere l’incantesimo.

di Angelo Stefanini*

ULTIMA ORA DA VATICAN NEWS- Intanto almeno due nuovi attacchi dell’esercito israeliano sono stati sferrati anche a Gaza City: in uno in particolare, contro il quartiere Rimal, è stato ucciso il nuovo capo dell’ala armata di Hamas, Mohammed Odeh, già a capo dell’intelligence durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Con lui sono morte anche la moglie e tre figlie. Il ministro della Difesa israeliano Katz, sui social, ha assicurato che riprenderà presto anche “l’emigrazione volontaria” della popolazione dalla Striscia, interrotta a causa delle operazioni di guerra e poi dal cessate il fuoco. Il piano a cui Israele sta lavorando dal 2025, fa sapere Katz, sarà attuato “nei tempi previsti e nel modo corretto”.

La violenta reazione di Israele la dice lunga su quale sia la vera minaccia che viene percepita: attirare l’attenzione sul genocidio ancora in corso.

Nonostante sia fortemente intrisa di connotazioni morali, la parola ‘genocidio’ appartiene al linguaggio del diritto internazionale. Non è quindi una questione di opinioni.” Insistere nell’usare questa parola significa avere fiducia nella possibilità di fermare la violenza attraverso il diritto e alimentare una speranza di pace.

La definizione di genocidio si trova sia nella Convenzione sul genocidio del 1948 sia nello Statuto di Roma del 1998 che ha creato la corte penale internazionale: un genocidio avviene quando gli atti compiuti, uniti all’intento di infliggerli, siano intesi a causare deliberatamente a un popolo condizioni che lo portano alla distruzione fisica, in tutto o in parte.

La Corte internazionale di giustizia in una sentenza provvisoria nel gennaio 2024 aveva dichiarato che la richiesta del Sudafrica contro Israele ai sensi della convenzione sul genocidio conteneva un caso plausibile che effettivamente un genocidio potesse essere in corso. Ne conseguiva che per la comunità internazionale e in particolare per il Nord globale e gli amici di Israele, avrebbe dovuto essere motivo sufficiente per intervenire e impedire tale possibilità. Ciò che andava fatto fin da allora era, per Israele, prevenire atti di genocidio, garantire l’assistenza umanitaria, preservare le prove e produrre una relazione dettagliata su tutte le misure adottate. Anche per i paesi membri nasceva l’obbligo a intervenire per impedire a Israele di continuare sia con il genocidio sia con l’occupazione illegale in corso dei palestinesi.

Il 16 settembre 2025 la Commissione Indipendente dell’ONU sulla condotta di Israele ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, valendosi di 16.000 prove che coprono il periodo dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025, concludeva in modo inequivocabile che Israele è coinvolto in un genocidio contro il popolo palestinese. Numerose altre organizzazioni internazionali e studiosi della materia hanno confermato questa conclusione. Non basta semplicemente dire che Israele dovrebbe rispettare il diritto internazionale. Se il diritto internazionale viene violato, in particolare in relazione al genocidio noto come crimine dei crimini, allora esiste un obbligo di intervenire oppure quei paesi stessi potrebbero essere accusati di complicità nel genocidio stesso.

Dr. Angelo Stefanini Head of Public Health Subcommittee (Responsabile della sottocommissione per la salute pubblica)

IL GENOCIDIO NON E’ FINITOA fine novembre 2025, dopo oltre un mese dal cessate il fuoco, Agnès Callamard, Segretaria Generale di Amnesty International, affermava “Il cessate il fuoco rischia di creare una pericolosa illusione che la vita a Gaza stia tornando alla normalità. Tuttavia, mentre le autorità e le forze israeliane hanno ridotto la portata dei loro attacchi e permesso quantità limitate di aiuti umanitari a Gaza, il mondo non deve lasciarsi ingannare. Il genocidio israeliano non è finito.” Dalla dichiarazione del cessate il fuoco il 9 ottobre 2025 al 15 maggio 2026, a Gaza sono stati uccisi 870 palestinesi, feriti oltre 2.500 e 770 corpi recuperati sotto le macerie.[3] Soprattutto donne, bambini e anziani. Il bilancio complessivo dall’inizio della guerra genocida nell’ottobre 2023, fornito dal MOH palestinese e condiviso da OMS e le maggiori organizzazioni internazionali, è ora salito a 72.757 morti e 172.645 feriti, ma ricerche indipendenti avanzano la possibilità che il bilancio delle vittime potrebbe superare i 200.000.[4] Oltre alle continue campagne di bombardamenti, Israele sta anche impedendo che gli aiuti tanto necessari raggiungano i palestinesi.

Il numero di camion di aiuti è ben al di sotto dei termini concordati nel cessate il fuoco, con funzionari israeliani che riferiscono di 600/800 camion al giorno, mentre le agenzie ONU e i gruppi umanitari citano numeri molto inferiori, meno del 20%, circa 110/250 camion che effettivamente portano aiuti umanitari. La maggior parte dei camion segnalati da Israele trasporta beni commerciali, non solo aiuti umanitari, per non parlare del necessario per ricostruire l’enclave: la campagna genocida israeliana a ottobre 2025 ha danneggiato o distrutto oltre l’80% di tutti gli edifici, distrutto 95% delle terre agricole e decimato i sistemi fognari. A causa di questa devastazione, numerose persone hanno perso la vita durante forti piogge che hanno fatto crollare altre case.

In pratica, a Gaza può entrare solo meno del 40% di quanto consentito giornalmente secondo l’accordo. E la maggior parte non è aiuto vero e proprio; sarebbe più corretto chiamarlo business. La maggior parte del materiale, infatti, finisce nei mercati locali e deve essere acquistato dalla gente anziché essere ricevuto come aiuto. Centinaia o forse migliaia di camion sono ancora in attesa dietro il confine egiziano. Riguardo poi al tipo di aiuti consentiti da Israele, molto scarsa è la quantità di proteine o carne che riesce ad entrare. Molti prodotti a base di zucchero raffinato sono invece ammessi all’ingresso. Molto riso, tanto pane, tanti carboidrati. Quando si tratta di proteine, cibo ad alto contenuto di nutrienti o di sostanze ricche di vitamine, ferro o altri minerali necessari, gli israeliani non ne permettono l’entrata. Un comportamento che ricorda quando, nei primi anni che seguirono il blocco imposto alla Striscia nel 2007, si scoprì che Israele limitava il volume di aiuti alimentari in base al calcolo dell’apporto calorico minimo giornaliero necessario per prevenire la malnutrizione e per mantenere la vita palestinese sospesa sull’orlo della catastrofe.

Anche i pacchetti nutrizionali salvavita per bambini malnutriti prodotti da UNICEF e conosciuti come RUTF (“Ready-to-Use Therapeutic Food” – cibo terapeutico pronto all’uso) sono banditi così come vari tipi diversi di farmaci, le attrezzature pesanti necessarie per rimuovere le macerie, asfaltare le strade e iniziare a ricostruire le case. Pure i caravan non sono ammessi. Qualsiasi cosa legata all’agricoltura, come semi, terreno e fertilizzanti, non è permessa.  Esistono molti tipi di aiuti che potrebbero essere ammessi per prevenire la carestia, ma questo non avviene. Nel lungo e anche nel breve termine la malnutrizione sarà sempre più presente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che almeno 18.000 persone devono uscire urgentemente per ricevere cure mediche di cui hanno disperatamente bisogno ma che il sistema sanitario di Gaza non può fornire e con i valichi in gran parte sigillati, molti rischiano amputazioni o morte. Tra ottobre 2025 ad aprile 2026 hanno ottenuto il permesso di uscire circa 800 pazienti.

Ogni giorno la gente sente ancora il pesante ronzio dei droni nel cielo, i colpi delle armi da fuoco, le esplosioni che radono le case al suolo. Tutto accade per una ragione e tutto è decisamente nello spirito e nella direzione del governo israeliano.

DALL’ATTACCO MILITARE AL CONTROLLO DELLA POPOLAZIONE-  È inevitabile allora la domanda: è possibile parlare di “cessate il fuoco” quando le condizioni che hanno reso possibile il genocidio esistono ancora? Annunciato come misura di sicurezza nazionale il 30 dicembre 2025, un nuovo regolamento di Israele vieta a 37 ONG internazionali di operare a Gaza e in Cisgiordania. “Il divieto non è un atto isolato, ma fa parte di un attacco sistematico alle operazioni umanitarie nel territorio palestinese occupato e un altro passo nello smantellamento deliberato della linea di salvezza di Gaza“, hanno detto gli esperti. “A Gaza, i sopravvissuti al genocidio stanno combattendo l’inverno, la grave insicurezza alimentare, la malnutrizione e il collasso dei sistemi sanitari ed educativi nel contesto dei gravi danni ambientali causati dall’aggressione israeliana.”

Come anche un comunicato del 25 dicembre 2025 della organizzazione israeliana Btselem[15] sembra confermare, si assiste al passaggio da un palese attacco militare a un controllo della popolazione attraverso lo strumento della privazione. Amnesty International concorda sostenendo che la definizione di genocidio rispecchia non solo quanto successo durante i due anni da ottobre 2023 a ottobre 2025, ma che il genocidio in realtà continua tuttora (dic. 2025) poiché le condizioni di vita dei palestinesi a Gaza non sono migliorate in modo significativo. Siccome Israele ha il controllo totale di tutto ciò che entra ed esce nella Striscia, ne deriva che tali condizioni sono pensate per garantire che essa rimanga inabitabile. Se inoltre guardiamo alle dichiarazioni, all’intento dei leader politici israeliani e degli influencer dei media israeliani, sembrano tutti indicare di voler vedere la popolazione di Gaza soffrire fino alla morte o alla sua evacuazione.

Quindi sì, il genocidio a Gaza continua perché ciò che sta succedendo è coerente con la definizione accettata nel diritto internazionale. Tuttavia, se il genocidio continua nonostante il diritto internazionale allora il problema riguarda la violazione di questo diritto internazionale e la mancata attribuzione di responsabilità a chi lo viola.

Questa situazione non si è creata dall’ottobre 2023 ma risale alla fine degli anni ’40, in particolare con il rifiuto di Israele di permettere ai 750.000 palestinesi che aveva espulso il diritto di tornare alle loro case. E ciò è continuato fino ad oggi: numerose violazioni sono state identificate dai principali organismi delle Nazioni Unite, tra cui il Consiglio di Sicurezza, come la costruzione di insediamenti, l’annessione di terre, la costruzione del muro dell’apartheid, le continue violazioni dei diritti umani, il rifiuto da parte di Israele di applicare la quarta Convenzione di Ginevra in materia di occupazione e guerra.

Eppure, nessuna attribuzione di responsabilità è avvenuta, nessuna sfida all’impunità di Israele. Cosa allora sarà indotto a dedurre da tutto questo un paese che continua a violare il diritto internazionale? Che non sarà sottoposto ad alcuna significativa pressione da parte comunità internazionale, in particolare da Europa e Nord America, e che sarà libero di continuare a violare queste leggi finché i palestinesi non saranno espulsi o uccisi e tutta la terra del mandato palestinese apparterrà a Israele.

Come ha affermato Michael Link, Relatore speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati (2016-2022) precedente all’attuale Francesca Albanese, “Un genocidio si misura non solo dal numero di persone uccise o dalla distruzione intorno a loro.  Se abbiamo un cessate il fuoco, come successo negli ultimi mesi, ma le condizioni di vita rimangono insostenibili e insopportabili per volere del paese che occupa il territorio e che ha il pieno controllo su ciò che entra e ciò che esce; se il disegno della potenza occupante è rendere le condizioni di vita invivibili per le persone, e tale disegno à espresso nei commenti di leader politici o di influencer mediatici riguardo sia agli atti sia all’intento del genocidio, ebbene questi sono i due elementi che consideriamo per decidere se un genocidio sta avvenendo o meno.”

Una volta che tutto questo è evidente perché esplicitato chiaramente dalle principali organizzazioni ed esperti internazionali, quali obblighi hanno chi ha infranto il cessate il fuoco e i suoi alleati? La risposta è contenuta nel titolo completo della convenzione sul genocidio del 1948: “Convenzione per la prevenzione e la punizione del genocidio”.  Il vero scopo della convenzione sul genocidio non è quello di dare conforto agli storici tra 20 o 30 anni che c’è stato un genocidio in un’epoca precedente, perché è stata soddisfatta la sua definizione. Il fine, invece, è inviare un segnale d’allarme all’intero sistema internazionale, una luce rossa che avverte che, anche se l’intento e gli atti non equivalgono a un genocidio completo in questo momento, un genocidio potrebbe essere in corso e va assolutamente prevenuto. A Gaza non è successo, la comunità internazionale, il nord globale dell’Europa e del Nord America, non è intervenuta negli ultimi due anni per cercare di fermare tutto questo.

Il cessate il fuoco è stato solo una trovata pubblicitaria, Israele continua a infrangere ogni tipo di legge genocida e il popolo palestinese continua a soffrire. La situazione rimane invariata e il fastoso Consiglio di pace che Trump e i suoi consiglieri hanno istituito è una continuazione del genocidio contro il popolo di Gaza.

Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF

(Il Palestine Children’s Relief Fund è un’organizzazione non governativa registrata e fondata nel 1991, secondo il suo sito web, da “persone interessate negli Stati Uniti per affrontare la crisi medica e umanitaria che affliggono i giovani palestinesi in Medio Oriente”)


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