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Liguria e Basso Piemonte

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Intervista/ Paolo Francesco Peloso, leader della psichiatria: da mancato “guerrigliero” a “basagliano” di ferro. 30 anni di professione a Savona e Genova tra pazienti, carceri e tossicodipendenti. Coautore di ‘L’ordito e la trama’ (collana Accademia ligure di Scienze e Lettere) e 100 recensioni bibliografiche. Il fascino giovanile per Dostoevskij. La passione per Vecchioni e Guccini. Il voto (testimonianze e proposte) alla Sanità della Liguria

Paolo Francesco Peloso medico psichiatra, primario del Dipartimento di igiene mentale dell’azienda sanitaria di Genova, membro effettivo dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere, partecipe a convegni nazionali ed internazionali, studioso ad ampio spettro, ben oltre la storia della psichiatria, delle strutture manicomiali e di monografie su psichiatri del passato.

di Gian Luigi Bruzzone

Caro Dottore, vuole parlare un po’ della sua famiglia?

Il dr. Paolo Francesco Peloso. Come giudica la Sanità in Liguria ? “La sensazione è che l’investimento in sanità sia congruo (con eccezione di alcune aree specifiche); lo stesso non si può dire per le politiche d’inclusione sociale, senz’altro insufficienti specie a Genova. Ci sono problemi che si trascinano da anni e paiono senza soluzione, come lo squilibrio di posti letto ospedalieri tra levante e ponente genovese e la mancanza di un presidio ospedaliero per il ponente della città. C’è uno squilibrio tra assistenza ospedaliera e territoriale, che andrebbe potenziata; la medicina di base è ancora molto al di sotto delle sue potenzialità; l’integrazione socio-sanitaria è ancora in gran parte di là da venire, ma questi sono problemi che riguardano anche altre regioni, ai quali certo sarebbe ora di mettere mano”.

Se si riferisce ai miei genitori, potrei dire, se volessi usare una metafora, che ciascuno dei due può forse essere riferito a una parte del mio nome: papà alla Chiesa istituzionale e solenne di Pietro e Paolo, la mia mamma al cristianesimo più inquieto e radicale di Francesco. Poi c’è mia sorella, e mia nipote Giulia, la persona più importante per me. Per ciò che riguarda la famiglia in senso più ampio, nei tre anni dopo la morte di papà, tra il 2009 e il 2012, mi sono dedicato a riordinare i documenti che aveva raccolto in sessant’anni di ricerche sulla nostra famiglia e altre con essa imparentate; ne è uscito un volume in tre tomi a doppia firma, L’ordito e la trama, che l’Accademia ligure di Scienze e Lettere ha accolto nella sua collana di studi e ricerche.

La fase che mi pare più interessante è quella tra l’ultimo decennio del XVIII e i primi cinque del XIX secolo, quando diversi membri di queste famiglie sono stati protagonisti dell’innovazione tecnologica nell’industria della seta o dell’ammodernamento del capitalismo nell’età cavouriana, o hanno intercettano i principali momenti politici di quella fase convulsa, dalla Repubblica ligure, alle guerre napoleoniche, la rivoluzione del 1821, la nascita del movimento mazziniano, il Risorgimento e i grandi eventi della politica mediterranea con l’inizio della colonizzazione francese dell’Algeria, come Lei sa bene per averne scritto. Alcuni membri di questa famiglia sono stati attivi nei campi della filantropia, dell’amministrazione pubblica, della sanità e del diritto, e questo – insieme alla relazione tra salute e lavoro nelle filande – mi ha permesso di incrociare la storia famigliare con i miei interessi nel campo della storia sociale, e della storia della sanità e della psichiatria soprattutto.

Come Lei sa, chi le parla fu amico di Suo padre, l’ingegner Giovanni Paolo Peloso (1933 -2009): che cosa vuole ricordare di lui?

Sì, papà aveva senz’altro molta stima per Lei, e condivideva molti suoi interessi per la ricerca storica. Per prenderlo in giro, a volte gli dicevamo che Lei era il suo terzo figlio, ed era quello preferito. Del suo interesse per la storia famigliare e del modo in cui lo abbiamo condiviso – lui più interessato alle genealogie, io più alla psicologia e alla relazione con il loro mondo dei personaggi – ho già detto. Per il resto, mi preme sottolineare la sua concezione della cultura come base della democrazia, che vedeva in particolare incarnata nelle Accademie, nate per lo più in età napoleonica, un periodo al quale era molto legato. Credo che una cosa che mi ha trasmesso senz’altro sia la passione per i libri e i periodici scientifici e culturali. La passione di leggere, e quella di scrivere.

Dei suoi anni scolastici rammenta lezioni di vita di qualche insegnante?

A questo proposito ricorderei in primo luogo il mio maestro alla scuola elementare, Pietro Pesce, internato militare italiano a Dachau durante la seconda guerra mondiale, che ha lasciato con i suoi racconti di vita nel lager su di noi una forte impressione. Alle medie inferiori e superiori sono stati soprattutto gli insegnanti di lettere, Gianna Puccinelli prima e Aldo Bartarelli poi, a riconoscere e incoraggiare il mio interesse per la storia e la letteratura.

Perché ha scelto la facoltà di Medicina?

Il giorno della Laurea

Ho deciso che mi sarei interessato delle forme che l’esistenza umana può assumere intorno all’ultimo anno del liceo. Avevo dinanzi molteplici possibilità: studiare medicina e poi psichiatria, studiare psicologia, o studiare storia, filosofia o lettere. Nell’estate dopo la maturità ho interpellato varie persone stimate per decidere: in particolare, rammento di avere incontrato in due giornate successive Pietro Riccobene, insegnante di storia e filosofia al liceo e in quel momento deluso dal suo lavoro; e Sandra Molinari, un medico che ne era invece entusiasta. Uno psichiatra, Silvano Massa, mi spiegò perché la psichiatria mi avrebbe permesso una comprensione della persona nella sua unità biopsicologica più completa rispetto alla psicologia, che peraltro allora avrei potuto studiare solo spostandomi a Padova o a Roma. Alla fine decisi di iscrivermi a medicina, perché per intraprendere la strada dello psichiatra mi sarebbero occorsi dieci anni; se dopo il primo tratto mi fossi reso conto che non era la mia, avrei avuto il tempo per imboccare una delle altre, tutte più brevi.

In realtà, potrebbe esserci anche un’altra ragione, ma ha a che fare con le aree più misteriose della mente. Qualche anno fa, mia mamma mi ha ricordato un episodio della mia infanzia. Ero bambino e avevo sentito parlare in casa della nomina a primario di mio zio Adolfo Brusa e di un amico di famiglia, il prof. Carlo Mannetti; e dicevo che da grande avrei voluto fare anch’io il medico primario, come loro. Non so quanto questo desiderio infantile – negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza però dicevo anche di voler fare l’ambasciatore, il francescano o il guerrigliero in America Latina, cose che poi non ho praticato… – possa essermi rimasto dentro, e avere condizionato in modo carsico le mie scelte successive.

Anche sua sorella Elisa ha seguito le sue orme …

Anna Brusa, Giovanni Paolo Peloso con i figli Elisa e Paolo Francesco nel giorno della I comunione

Credo che lei non sarebbe contenta di sentire rappresentare la sua scelta in questi termini. In realtà con Elisa siamo stati molto uniti fino agli anni del ginnasio, poi mi sembra che abbiamo condotto vite, anche per volontà di entrambi, più autonome una dall’altra. Non mi sento però di entrare nella sua scelta della neuropsichiatria infantile, che credo che in gran parte non abbia a che fare con me. Io non ho esperienza di cosa significhi vivere la condizione del fratello minore, credo però che non sia facile e un certo condizionamento sia inevitabile in ogni caso; sia che si scelga di seguire la stessa strada del maggiore, sia che si rinunci – magari proprio per distinguersi – a farlo anche quando ci si sentirebbe portati lì.

Scusi, sa, Lei è uno degli psichiatri più autorevoli …

La ringrazio molto per la Sua stima. In realtà proprio in questi giorni compirò i trent’anni di lavoro nel Servizio Sanitario Nazionale. Trent’anni di incontri con persone, di emozioni, di riflessioni che ho cercato sempre di condividere, prima affidandole alla carta stampata e da qualche tempo sempre più spesso al web. Tengo una rubrica su una rivista open-access, Psychiatry on line – Italia, che si chiama Pensieri sparsi. Tra psichiatria, impegno civile e suggestioni culturali. Credo che scrivere in rete, come del resto stiamo facendo insieme Lei e io adesso, presenti rispetto alla carta due vantaggi per me importanti: annientare i tempi tra quando un pensiero è scritto e quando è pubblicato (che a volte sono davvero troppo dilatati), e lasciare sempre aperta la possibilità di rivedere e correggere, e io ne avverto spesso la necessità.

Certo, pubblicare sulla carta ha il fascino della sensazione di scrivere qualcosa di imperituro, come il monumento del quale parla Orazio. Io sono stato per molti anni della mia vita il più giovane nei diversi contesti dove mi muovevo; quando la psichiatria ligure si è data nel 1993 una nuova rivista, Il vaso di Pandora. Dialoghi in psichiatria e scienze umane, pubblicata a Varazze, ero di gran lunga il più giovane del gruppo fondatore; quando sono stato nominato segretario regionale della Società Italiana di Psichiatria nel 2002, ero il più giovane segretario regionale in Italia. Quando sono stato nominato primario nel 2009, ero il più giovane primario psichiatra in Liguria; ed ero il più giovane psichiatra del mio gruppo di lavoro. Ora invece mi capita sempre più spesso di essere tra i più vecchi. Un vecchio psichiatra, dunque; quanto autorevole invece, non so… Di sicuro credo mi siano riconosciute dai colleghi – quale pregio o difetto non saprei – originalità e indipendenza di pensiero. Il che non va certo per la maggiore oggi, e a volte capita di dover pagare anche con qualche amarezza…

Per qualche anno ha professato a Savona: che ricordo ha del suo impatto con la realtà sabazia…

Ho una fortissima nostalgia per i miei anni savonesi. E forse, un po’ anche per i miei venti-trent’anni, certo. Ho una forte nostalgia per i pazienti di Savona, soprattutto. Al mio arrivo nel ’91 presi servizio nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), e compresi che la questione della contenzione fisica (cioè se legare al letto le persone agitate) è cruciale, imprescindibile per la psichiatria. Così, quando nel 1994 mi imbattei casualmente nella relazione che Ernesto Belmondo aveva tenuto al congresso della Società Freniatrica di Genova nel 1904 per abolire la contenzione nei manicomi, mi convinsi di trovarmi di fronte a uno dei documenti più interessanti prodotti dalla psichiatria italiana, e anche ora che proprio in questo mese il ministro Speranza sta tentando di affrontare la questione per la prima volta di petto, sono contento e spero proprio che riesca a migliorare un po’ le cose. Il lavoro ospedaliero comunque mi interessava poco, perché avevo una grande voglia di accompagnare la persona sui tempi lunghi e nella sua vita reale; così quando dopo un mese si presentò l’occasione chiesi a Lino Pisseri, che dirigeva in quel momento tanto l’SPDC che il Centro di Salute Mentale (CSM), di potermi spostare. Poco dopo il mio passaggio al CSM vinsi il concorso per il posto fisso insieme a due colleghi ai quali sono stato molto legato, Paola Vanacore e Nicola Franconieri.

Che ricordo ha del vecchio CSM di via Santa Lucia?

Fino ad allora conoscevo i CSM solo per le critiche sentite rivolgere loro da Antonio Slavich, con il quale avevo lavorato come studente volontario dall’83 all’89 all’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, e dai professori della Clinica universitaria. Sapevo quindi soprattutto cosa da psichiatra del CSM non avrei dovuto fare, e in effetti quest’abitudine a guardare da fuori il mio lavoro mi è sempre stata di grandissimo aiuto. Quando sono arrivato al servizio di Savona era molto vivo il trauma per la morte per suicidio del precedente primario, Gian Soldi, che aveva lasciato un ricordo di straordinaria sensibilità, generosità e dolcezza, e l’arrivo di questo giovane psichiatra «basagliano» come lui, entusiasta del nuovo lavoro e pieno di voglia di fare fu accolto dagli operatori che gli erano più legati con entusiasmo e aspettative. Quanto a me, ero affascinato dai casi e dagli interventi più complessi, seguivo oltre agli altri una ventina di pazienti giovani affetti da psicosi, allora lì si facevano moltissimi interventi domiciliari e c’era una grande possibilità di inserimenti al lavoro. Ricordo con dolore il primo caso di suicidio tra i miei pazienti, che per lo psichiatra è sempre l’esperienza più dura. Il lavoro con i pazienti e i colleghi al CSM di Savona comunque mi entusiasmava a tal punto che in un anno, il ’93, rinunciai sia alla possibilità di un trasferimento a Genova dove abitavo, sia a quella d’intraprendere la carriera di ricerca all’Università.

A Savona ha lavorato anche con i tossicodipendenti?

Sì, il CSM allora seguiva anche i tossicodipendenti e ricordo che nel momento in cui fu decisa l’uscita del Servizio per le Tossicodipendenze (SerT) dal Dipartimento di Salute Mentale avevo in carico una cinquantina di pazienti psichiatrici e una ventina di tossicodipendenti. Io avevo portato con me le novità nell’uso del metadone e del naltrexone che Giampaolo Guelfi, di ritorno dagli USA, ci insegnava durante il corso di Specializzazione, e sovvertivano le regole rigide che il servizio di Savona si era dato. Anche il lavoro con i tossicodipendenti mi interessava e mi piaceva. Andavo a domicilio per trattare l’astinenza e seguivo i miei pazienti anche nel carcere di Sant’Agostino, che era a pochi passi dal CSM, e a volte anche a Pontedecimo, per non interrompere il ritmo degli incontri. Questo lavoro mi interessava al punto che quando Pisseri chiese a me e a Franconieri chi dei due volesse passare nel SerT, lasciai la scelta a lui; se avesse scelto diversamente, la mia carriera sarebbe stata diversa. Quelli erano anche gli anni nei quali l’AIDS era una novità e una malattia ancora incurabile, e provo ancora molto dolore ricordando tre delle pazienti alle quali volevo più bene, che sono morte giovani per averlo contratto.

Come è proseguito il lavoro dopo l’unificazione delle quattro USL della provincia?

Nel 1994 fu costituita l’ASL 2 e tutti i servizi psichiatrici furono riuniti in un Dipartimenti di Salute Mentale (DSM). Pisseri – con il quale mi ero trovato bene e dal quale mi sentivo molto stimato – andò in pensione e la direzione del DSM fu assunta da Antonio Maria Ferro. Con lui cominciò una proficua collaborazione intellettuale e da lui ho imparato senz’altro molto.

Poco dopo questo passaggio vinsi il concorso per aiuto, e a dirigere i quattro CSM giunse Lino Ciancaglini; con lui avrei avuto in seguito un’ottima collaborazione dopo il trasferimento di entrambi a Genova. Era però il momento nel quale si facevano i primi esperimenti, a volte eccessivamente rigidi e bruschi, di aziendalizzazione della sanità, e le cose al CSM si complicarono sia per la mia perplessità di fronte ad alcune decisioni di carattere organizzativo, sia perché la scelta di standardizzare lo stile di lavoro fece emergere dissensi nel gruppo, in particolare nella gestione di alcuni pazienti più gravi e/o affetti da gravi disturbi della personalità.

Accettai quindi la proposta di Ferro di spostarmi in SPDC, perché mi stimolava la possibilità di portare avanti con lui un lavoro di trasformazione del reparto nel senso della psicoterapia istituzionale (Ferro è stato allievo di Paul-Claude Racamier e di Salomon Resnik) e anche di monitoraggio e minimizzazione della contenzione, perché aveva apprezzato un mio scritto su Belmondo ed era interessato a portare avanti con decisione quella linea. Entrambe cose molto interessanti dunque, ma l’aver lasciato il CSM faceva venir meno la motivazione principale a lavorare a Savona, che consisteva nel desiderio di proseguire il lavoro con i miei pazienti. E quindi nel giro di un paio d’anni contattai Luigi Ferrannini – con il quale abbiamo condiviso per lunghi periodi anche quotidianamente molte riflessioni – per il trasferimento a Genova. Ricordo un viaggio da solo in autostrada a Milano in quel periodo, nel quale i volti dei pazienti che stavo per lasciare dopo sette anni mi passavano davanti uno a uno, e piansi per tutto il percorso.

E l’arrivo a Genova come è stato?

Si apriva una nuova fase del mio lavoro: di nuovo mi ha dato molte soddisfazioni e anche qualche amarezza, e dura da più di vent’anni, forse troppi. Certo lo psichiatra che lasciava Savona nel ’98 non era più il ragazzo approdatovi sette anni prima, ma credo che nel cuore gli assomigliasse più di quanto ci si potrebbe attendere, e per alcuni aspetti credo gli assomigli tutt’ora.

Del Savonese, mi sono mancati soprattutto l’integrazione tra sanitario e sociale intorno alla persona che caratterizzava certo la città, ma più ancora i paesi dei quali io mi occupavo: Vado, Quiliano, Spotorno. E il fatto che al mattino, nel tragitto dalla stazione alla sede del CSM in via Santa Lucia, mi capitava di incontrare sotto i portici di via Paleocapa tre o quattro dei pazienti più mattinieri. Genova aveva i pregi e i limiti della grande città, dove l’assistenza psichiatrica è sempre più difficile; mi ha però consentito di fare nuove esperienze, il coordinamento della dismissione di un padiglione dell’ospedale psichiatrico, il carcere, il centro diurno, il lavoro con i migranti e dopo il 2009 la direzione di uno dei sei CSM, al quale si è aggiunta nel 2012 quella di un servizio ospedaliero. In un primo tempo, a Voltri, il clima era ancora molto “savonese“, invece poi a Sestri Ponente ho incontrato un modello di CSM e un clima diversi.

Di sicuro per Lei una professione così specializzata come la psichiatria non si limita a curare gli ammalati, ma spazia alla grande su una molteplicità di temi e di studi.

Credo che la cura del malato – e non della malattia, come precisa Franco Basaglia in una famosa intervista rilasciata a Sergio Zavoli – costituisca il cuore del lavoro di uno psichiatra. Ma per poter curare la persona, comprendendo il modo peculiare e unico con il quale funziona (e quindi anche non funziona, si ammala), il suo essere al mondo cioè, occorre studiare molte altre cose che hanno a che fare con le modalità che può assumere l’esperienza dell’essere uomo e vanno dalla psicopatologia, alle scienze sociali, alla storia della psichiatria, alla letteratura nelle sue varie forme, il teatro, la musica. E a questa dimensione di apertura e di complessità ho sempre tenuto.

Ho presente il filone da Lei coltivato sulle strutture ospedaliere psichiatriche…

Sì, La ringrazio per averlo ricordato. Una delle ricerche storiche che mi ha dato più soddisfazione è stata quella che mi ha consentito di sciogliere l’enigma che circondava il nome dell’autore di una delle prime descrizioni di un manicomio, nella Costantinopoli del XVI secolo: si trattava di un mozzo genovese caduto schiavo dei turchi, Gio. Antonio Menavino. Ed è incredibile come quella breve e ingenua descrizione contenga già in scala i problemi ai quali la psichiatria sarebbe andata incontro con le istituzioni cui avrebbe dato vita nei secoli successivi. Durante il lavoro all’SPDC di Savona i ritmi più lenti del lavoro ospedaliero mi hanno permesso di lavorare a un’impresa colossale, il libro di storia della psichiatria ligure che poi pubblicammo con Emilio Maura, un primario genovese al quale mi aveva presentato Pisseri perché proseguissi con lui il lavoro di ricerca storica che loro avevano iniziato insieme, e io coltivavo nello stesso periodo con Pier Augusto Gemignani. Ne è uscito il volume Lo splendore della ragione. Storia della psichiatria ligure nell’epoca del positivismo.

Credo che studiare la storia della psichiatria, e delle istituzioni psichiatriche soprattutto, sia importante perché lì è possibile cogliere, ingigantite e più smaccate, le relazioni di potere che animano sempre ogni spazio psichiatrico e tendono a condizionare, più sfumate, anche oggi le nostre relazioni di cura. Credo che questo sia importante soprattutto per i colleghi più giovani, che non possono più conoscere direttamente, per fortuna, il manicomio.

Che pensa della situazione ligure circa l’assistenza sanitaria?

Non è facile rispondere a una domanda così generale. La sensazione è che l’investimento in sanità sia congruo (con eccezione di alcune aree specifiche); lo stesso non si può dire per le politiche d’inclusione sociale, senz’altro insufficienti specie nel capoluogo. Ci sono problemi che si trascinano da anni e paiono senza soluzione, come lo squilibrio di posti letto ospedalieri tra levante e ponente genovese e la mancanza di un presidio ospedaliero per il ponente della città. C’è uno squilibrio tra assistenza ospedaliera e territoriale, che andrebbe potenziata; la medicina di base è ancora molto al di sotto delle sue potenzialità; l’integrazione socio-sanitaria è ancora in gran parte di là da venire, ma questi sono problemi che riguardano anche altre regioni, ai quali certo sarebbe ora di mettere mano.

Com’è sbocciato il suo diuturno interesse per Dostoevskij?

Nell’estate tra il IV e V anno del liceo dovevamo leggere un’opera letteraria e la mia scelta cadde casualmente su I fratelli Karamazov, notata nella libreria dei nonni paterni. Il libro mi entusiasmò, nei mesi successivi lessi la biografia scritta da Grossmann, una delle classiche, quella di taglio esistenzialista di Remo Cantoni e qualche altro romanzo dei principali. Ne nacque una tesina che poi mio papà fece pubblicare; certo è lo scritto un po’ ingenuo di un diciottenne, ma è il mio primo libro. Io credo che Dostoëvskij sia – forse anche perché attratto verso gli studi neuropsichiatrici dall’epilessia della quale soffriva – tra gli scrittori della letteratura mondiale uno di quelli più interessati alla comprensione della mente dell’uomo attraverso la capacità di immaginare come avrebbero pensato, agito – ma anche sognato o scritto – i personaggi che creava per i suoi romanzi. Il delitto, la follia, il suicidio, l’identità, la libertà, l’amore, l’esperienza detentiva, quella della malattia e della povertà, il gioco d’azzardo sono tra i temi che lo hanno incuriosito. In questi anni mi sono spesso occupato dei personaggi ai quali ha dato vita, e sto lavorando a una monografia che raccolga questi scritti e altri che ho in preparazione; mi piacerebbe farla uscire per il bicentenario della nascita, quest’anno.

E quello per il Don Chisciotte di Cervantes?

L’interesse per Cervantes è molto più recente, e nasce dalla decisione di commemorare il quarto centenario dell’uscita della prima parte del Don Chisciotte sulla mia rubrica in rete. Poi mi sono reso conto che le implicazioni di interesse per la psichiatria di Don Chisciotte e di un altro personaggio di Cervantes, il “licenziato” Vidriera, erano tali da meritare uno spazio più vasto e ho trovato ospitalità nella Collana di studi e ricerche dell’Accademia per il volumetto Il vetro, il libro e la spada.

Nutre nell’animo un progetto particolare?

Un mio problema è sempre stato quello di concepire progetti molto più numerosi e ambiziosi di quelli che poi posso realizzare, considerato soprattutto che il mio lavoro è fatto principalmente di incontri clinici e ora anche di lavoro psichiatrico istituzionale, quindi posso leggere e scrivere esclusivamente nel tempo libero (fortunatamente ho sempre dormito poco e non amo la televisione). Così, ho molti progetti anche in questo momento. A parte il libro su Dostoëvskij sopra alluso, per il quale lavoro da anni e ho raccolto una bibliografia sterminata difficile da gestire, ho concluso da poco un libro, al quale tengo particolarmente, sull’attualità del pensiero di Franco Basaglia, che un editore sta valutando per la pubblicazione. Mi piacerebbe raccogliere poi il centinaio di recensioni bibliografiche che ho scritto, sto trasferendo su carta gli articoli scritti sulla rubrica online, per la quale sto anche preparando i prossimi articoli. Poi da oltre quarant’anni fisso le mie emozioni in quelle che potrebbero essere considerate poesie; ne ho da parte qualche centinaio e… chissà!

La domanda sarà antipatica, ma qual è il libro Suo a Lei più gradito?

È difficile dirlo, ha ragione. Potrei rispondere L’ordito e la trama, perché parla soprattutto della complessità del rapporto tra un padre e un figlio. Oppure Lo splendore della ragione, perché ha scavato negli archivi restituendo alla Liguria un materiale immenso e sconosciuto: migliaia di vite, tante speranze e tante delusioni. O La guerra dentro, perché ha a che fare con due delle cose che amo di più: la psichiatria che lotta per liberare l’uomo dalla tirannia interna della follia, e l’antifascismo che lotta per liberarlo dalle tirannie di fuori. O ancora i testi collettanei che ho curato sulla contenzione fisica e sul lavoro psichiatrico in carcere, perché credo siano le due aree nelle quali è più possibile verificare la buona o cattiva qualità della psichiatria praticata in una data situazione.

Ieri …

Mi pare che il mondo mi abbia accolto fino a una certa fase della vita – diciamo fino alla metà dei quaranta – con molta indulgenza, incoraggiamento, molto credito; e anch’io guardavo il mondo con la speranza che cambiasse in meglio… Poi certo ora da un lato non sono più il ragazzo da guardare sempre con benevolenza, le scelte sulle quali devo confrontarmi con i colleghi non riguardano più come curare la singola persona ma hanno implicazioni politiche ed economiche più grandi e più dure; e dall’altro lato il mondo è cambiato, dal mio punto di vista in peggio.

Oggi ….

Due dei cantautori che amo di più, Francesco Guccini e Roberto Vecchioni, hanno cantato con parole diverse il fatto di sentirsi estranei al mondo dopo “l’anno ’99 di nostra vita”, di “non appartenere più” al proprio tempo negli ultimi vent’anni… ed è una sensazione che provo molto spesso anch’io.

Qual è il momento magico della Sua giornata?

Difficile dirlo. Di solito mi vengono pensieri, libere associazioni che appunto dove capita durante tutta la giornata. Poi (se non li perdo, se riesco a rileggere la mia pessima grafia e aiutarmi con la memoria…) dopo la mezzanotte è il momento nel quale il pensiero scorre più fluido e riesco a dare a quei frammenti una forma, e collocarli in una delle bozze alle quali lavoro contemporaneamente.

Che cos’è la felicità?

Credo che possa essere godere di sufficiente salute, sentirsi circondati da sufficiente amore, mantenere la capacità di innamorarsi delle persone e dei momenti e poter fare cose che interessano, che si sentono importanti. Essere sufficientemente ricchi da poter vivere dignitosamente, e poter fare qualcosa per gli altri; ma non esserlo troppo per non sentirsi addosso la giusta invidia altrui e non doversi soprattutto sentire di peso al mondo.

Sul far della sera …

Bah, da bambino ho sempre avuto paura del buio. E anche adesso, non mi piace per niente la sensazione di essere ormai da un po’ più vicino alla porta d’uscita che a quella d’entrata nella vita. Mi pare che ci siano troppe cose che non avrò tempo per fare, troppe vite che avrei voluto vivere e che nessuno vivrà mai… Però, finché ne abbiamo la possibilità, credo che si debba cercare di far tesoro anche dell’ultimo pallido raggio di sole… E dopo, chissà….

Grazie, caro Dottore Paolo Francesco Peloso, per aver accettato l’intervista ed aver parlato con franca sincerità della sua vita. Auguro a Lei, alla cara signora Anna, a Sua sorella Elisa ed a Giulia ormai donna, ore sempre serene e salute sempre buona. Viva noi!

Gian Luigi Bruzzone

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