Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Mendatica la parrocchia ha il suo blog. La storia: come e chi contribuiva alla costruzione della chiesa dei Santi Nazario e Celso. Le fonderie di Finale

La storia di una comunità montana del ‘700. Con l’originaria chiesa consacrata nel 1454  e poi demolita per permettere una ricostruzione più capiente. Se negli ultimi decenni la popolazione anagrafica è in costante calo, – una realtà comune nei paesi di montagna della Liguria e di altre regioni d’Italia – all’epoca accadeva l’opposto. Si rendeva necessario ampliare il primo luogo di culto. La docente mendaighina (in pensione) Emidia Lantrua, già sindaco e ora vice, studiosa e fervente praticante, è la prima collaboratrice del neonato blog parrocchiale che prende il nome dai Santi Patroni del paese.

Sinonimo di fede, di valorizzazione storica. Le sue peculiarità attraverso la conoscenza e l’approfondimento della nostra secolare identità cristiana, sociale e culturale. Un impegno meritorio che vede don Enrico Giovannini in prima fila nel coinvolgere ed appassionare i  parrocchiani. Da loro voce e visibilità. Con la chiesa parrocchiale articolata da 4 cappelle angolari e 2 centrali. La cura di  ogni cappella affidata ad una Confraternita, da quando il Concilio di Trento ne riconosce l’esclusiva finalità religiosa. Dal gennaio 2017 è risorta la Confraternita di Santa Caterina. Mendatica dove l’ente Comune fu istituito nel 1928 e l’unione con Montegrosso Pian Latte; nel 1950 entrambe le località ritornarono ad avere autonoma e separata amministrazione. Nel 1936 le due comunità raggiungevano mille residenti. Mendatuica che contava 33 cognomi e che per distinguere le varie ramificazioni sono sorti i soprannomi ben 92.

di Emidia Lantrua

La storia di Mendatica si intreccia con la sua devozione nella riedificazione del 1760

Dal sito del blog della parrocchia si legge: La Parrocchia dei Santi Nazario e Celso, a Mendatica, fa parte del Vicariato di Pieve di Teco ed è una chiesa cattolica di rito romano. È un antico luogo di culto che fu edificato originariamente in stile romanico, a tre navate e consacrato nel 1454. Nel XVIII secolo fu demolita la costruzione originaria da parte degli abitanti del paese per permetterne la ricostruzione e un ampliamento. Dell’edificio originario fu conservato il campanile, con le pregevoli aperture a bifore, ma con evidenti modifiche della cuspide. L’opera fu eseguita seguendo il progetto del maestro Domenico Belmonte di Gazzelli, e iniziò nel 1766 e con una spesa stimata attorno alle 12.000 lire. La nuova struttura, che è quella che si può ammirare attualmente, è a navata unica in stile barocco. Le volte sono affrescate da dipinti raffiguranti come personaggi alcuni cittadini locali dell’epoca. ……I costumi severi abituavano al rispetto delle regole ed all’autocontrollo, ahimè oggi rimpianto, ed allora indispensabile per chi si sarebbe trovato assai presto a confrontarsi con le responsabilità del mondo adulto.
Un altro atto della volontà che si richiedeva ai piccoli, era quello di aspettare la Messa di mezzanotte a Natale.
Per aiutarli a vincere la battaglia col sonno, quando le palpebre calavano sempre di più, si rompeva la lunga attesa offrendo loro, ogni tanto, una “veggetta”. Si trattava di castagne bollite, chiamate così perché erano le ultime raccolte prima delle gelate.
Per qualche anno la comunità di Mendatica ha provato a far rivivere e condividere questa antica tradizione offrendo le “veggette”, insieme a cioccolata calda e vin brulè, a chi partecipava alla Messa di mezzanotte. Offrirle dopo, anziché prima della funzione, non rispettava appieno la tradizione, ma avvicinava comunque molti alla nostra Cultura (e chiedo scusa per la forse presuntuosa “C” maiuscola).

I contrasti filosofici, politici ed economici del 1700, secolo dallo slancio spirituale e dalla spinta razionalistica, dall’attenzione alla natura e dall’interesse per il progresso tecnologico, hanno coinvolto i centri rurali, fortemente radicati nel substrato culturale di appartenenza, in modo tardivo e stemperato.

In campagna si vive un momento di speranza, per l’aumento della produzione agricola, capace di soddisfare appieno, seppure con fatica, il fabbisogno umano e allevatoriale. Patate,  mais e altre essenze eduli, importate da oltreoceano stanno limitando il ripetersi di carestie, solitamente accompagnate da virulenze perniciose. Migliora la qualità della vita, si registra un consistente incremento demografico, si intensifica l’attività edilizia privata e la realizzazione di opere pubbliche a servizio della collettività.

A Mendatica, paese dalla profonda e viva fede, dalla instancabile e strenua operosità, il 17 agosto 1760, si riunisce il Generale Parlamento della Comunità, su invito del parroco don Giuseppe Maria Gastaldi, per deliberare sull’opportunità di riedificare la chiesa dei SS.  Nazario e Celso, risultando la parrocchiale tardomedievale poco capiente per una popolazione in costante crescita. Il responso pressoché unanime, un solo voto contrario, risulta favorevole alla ricostruzione dell’edificio religioso, anche per adeguarlo alle indicazioni della Controriforma. Dispone altresì il mantenimento della torre campanaria, per la scansione del tempo, il richiamo alle funzioni e per la segnalazione di pericoli e di necessità.

I domini loci assicurano il compenso alle maestraenze qualificate, l’acquisto di chiavi di volta dalle fonderie di Finale Ligure e di quanto occorre acquisire all’esterno. La popolazione mette a disposizione le molteplici competenze e  collabora nel reimpiego del materiale esistente e nel reperimento di quello di estrazione zonale. Il progetto è affidato all’architetto Domenico Belmonte di Chiusanico, interprete  collaudato del barocco ponentino, come testimoniato dall’ importante cappella di santa Maria degli Angeli di Sanremo.

La chiesa riedificata nella sede della precedente, vede l’orientamento modificato: il presbiterio non appare più rischiarato dalla luce dell’alba, ma dai raggi del tramonto, per accompagnare la funzione vespertina, come previsto dalla rinnovata liturgia. L’esterno, dall’andamento curvilineo, mantiene la pietra a vista, senza decori in facciata, forse per trovare armonia e continuità con il campanile romanico, che esprime forza e solidità nelle pietre possenti e squadrate, leggerezza e raffinatezza nelle bifore contornate da archetti pensili. La sommità della torre viene trasformata con l’inserimento di cuspide ottagonale e archetti nel coronato.L’interno si compone di ampio atrio rettangolare, aula quadrata con angoli arrotondati, spazioso presbiterio con importante altare al centro e semicircolare coro ligneo in fondo.

Superata la balaustra absidale, alla base dei gradini l’aula assembleare si apre a guisa di braccia spalancate per accogliere, proteggere e guidare i fedeli nel cammino di formazione e crescita spirituale. E’ articolata da quattro cappelle angolari e due centrali più ampie e profonde , ben incastonate nello spessore delle strutture murarie perimetrali. Ogni cappella propone la riflessione su un tema, introdotto da un versetto biblico, illustrato nel quadro centrale e sottolineato dalla scelta delle statue di gesso e dal bassorilievo accanto al tabernacolo, per formare un unicum organico e completo. La cura di  ogni cappella è generalmente affidata ad una confraternita, da quando il Concilio di Trento ne riconosce l’esclusiva finalità religiosa e ne vieta una sede diversa da quella parrocchiale, controllata e guidata dal  clero.

La prima cappella a destra dell’altare maggiore, dedicata alla SS. Trinità è riservata alla Confraria del Santo Spirito; la centrale della Madonna del Rosario viene curata dalla Confraternita del Rosario, la più numerosa nel secolo scorso; l’altare del Carmelo, con la Vergine e le Sante, è custodita dalla Compagna del Carmine.

Sul lato opposto, vicino al presbiterio, la cappella dei defunti, con la Madonna Coredentrice, curata dalla Compagnia delle anime; al centro l’Immacolata Concezione, della confraternita dell’Annunziata, il cui oratorio precedente era la cappella della Madonna dei Colombi; in ultimo l’altare della Madonna dei Dolori, ai lati del quale si aprono gli accessi all’organo settecentesco e al campanile.

Ogni quadro assembleare narra una relazione di sguardi tra  terra e cielo, per rimarcare la comunione dei santi, propria dei cristiani: i fedeli ritratti rivolgono gli occhi pieni di fede e e di speranza in alto, i loro sguardi intercettati dai santi intermediari vengono indirizzati alla Santissima Trinità o alla Madonna. La lode e la supplica sono catturate dal viso abbassato della Divinità che avvolge l’uomo con un’espressione di tenerezza e misericordia.

Nella volta sovrastante, a corona dell’affresco centrale riproducente il Salvatore circondato dagli angeli, quattro pannelli raffigurano la presentazione del fanciullo Celso a Nazario, lo sbarco e l’opera, il martirio e la glorificazione dei santi patroni “In exultazione iustorum multa gloria”. 

Gli elementi decorativi, avvicinando la cupola,  spingono gli animi all’elevazione, al distacco dalle cose terrene, alla tensione verso il Cielo. Procedendo dal basso l’analogia diventa simmetria, la statica sobrietà si trasforma in armonioso movimento, la luce permea stucchi, decori e indorature. Le lesene che separano gli altari laterali mostrano i capitelli lucenti di oro zecchino, come gli sfondali. Lo spazio ancora frammentato viene unificato dalla ricca trabeazione e dallo spazioso cornicione, che lega tutto l’interno e sorregge la cupola dell’aula e la volta a vela del presbiterio. Al di sopra sembra regnare la perfezione, preparata da Abramo, il più fedele protagonista della volontà del Padre Eterno, ritratto nei due affreschi laterali all’altare maggiore.

La volta bipartita del presbiterio, sullo sfondo del coro, valorizza la tela ad olio dei santi Nazario e Celso e l’epigrafe di intitolazione della chiesa ai due evangelizzatori, con una ghirlanda di fiori su sfondo azzurro-cielo, per completarsi, attraverso il colmo absidale, con la lucente rappresentazione della SS. Trinità, senso e fine ultimo dell’esistere.

Emidia Lantrua 

DAL LIBRO ‘MENDATICA’- APPUNTI ED OSSERVAZIONI DI PIETRO PORRO

Le più antiche trame  d’insediamento permanente sul territorio di Mendatica risalgono al periodo della dominazione longobarda.  Sono precisamente datate subito dopo il 644, quando gli invasori assediarono e distrussero la città di Albenga, costringendo la popolazione del luogo a risalire il corso dell’Arroscia e trovare rifugio e salvezza sulle alture dell’entroterra che offrivano migliori garanzie  ed accettabili condizioni di sopravvivenza.  Sorsero allora dei nuclei sparsi sui colli, tra i quali si ricordano: il Borgo, le case San Giacomo, la Faìa, l’Alpiscella, i Cugnim documentati anche dalle cartografie degli autori del 1575. Nel massimo fulgore Mendatica  contava 900 abitanti. Con un medico, un parroco, due insegnanti, un segretario comunale, un asilo infantile coadiuvato dalle suore della Sacra Famiglia di Savigliano che rimassero fino al 1965. E ancora un ufficio postale e telegrafico. Funzionavano a pieno ritmo  tra alberghi:  Il Nazionale, L’Alpino e Cacciatori.  Cinque erano le botteghe, due macellerie con mattatoi locali. C’era valenti artigiani, calzolai, falegnami, muratori, fabbri ferrai,  due mulini per la macina dei cereali di produzione locali. E ancora due panetterie negli anni in cui la tradizione del forno da legna in casa erano molto diffusa. Pane e torte. Nel 1960 i residenti erano 530. Scesi a 278 nel 2001.  Nel 2020 all’anagrafe sono iscritti 172 di cui 17 (la fascia più numerosa) tra 70 e 74 anni. 8 sono i minori di 14 anni. 8 tra 15 e 24 anni. E 2 tra 90 e 94 anni. Gli uomini sono 100 e 72 le donne, un dato in netta controtendenza sia ligure che nazionale.

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