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Don Giuseppe. La convivenza civile: dalla prospettiva del Povero-Ricco a quella di cittadino che non vota e preoccupa

Ricche di stimoli le riflessioni emerse nel simposio sull’economia del nostro pianeta svoltosi ad Assisi, nel quale è emerso che il “protagonismo” in seno alla società, va ri-centrato a partire dagli “Ultimi” della terra. Solo insieme a essi, anche il protagonismo dei “Primi” sarà in grado di incidere con apprezzabile valore sulla convivenza: “non pensiamo per loro ma con loro”, dice il vescovo di Roma, intendendo con ciò affermare che l’assistenzialismo non è la soluzione al problema.

di don Giuseppe Scandurra

Don Giuseppe (Pino) Scandurra è parroco di Diano Borello e S. Michele, nel 2014 a Verzi di Loano

Tenendo fissa la visione prospettica sul protagonismo, traggo alcune considerazioni:

* Ogni soggetto si trova sul pianeta Terra assieme all’altro col quale convive ed è solo con l’altro che la sua crescita, personale e comunitaria peculiare alla specie umana, avviene, così come qualsiasi animale si riconosce appartenente a quella determinata specie perché fa le stesse cose degli altri con lo scopo comune di preservare la specie.

* La sperequazione umana (di cui l’economia è solo un sintomo), emerge prepotente a causa di una iniqua relazione con l’altro della stessa specie; ce ne siamo accorti dopo la morte di dio denunziata da Nietzsche. Nel lento ma inarrestabile processo di sepoltura di dio, abbiamo trascurato che anche la sua decomposizione obbedisce, per necessità, alla legge che nulla si crea ma tutto si trasforma. La sperequazione, non tiene conto cioè della componente sacra presente in ogni soggetto. Lo stesso errore fu fatto nel secolo dei Lumi che, forte della Ragione che emergeva potente e popolare, la divinizzò, travasando il sacro nel razionale: operazione inconciliabile perché si tratta di due ambiti che, pur influenzandosi a vicenda hanno percorsi autonomi.

La cura del linguaggio sacro, che è peculiare per ogni soggetto, unito alla cura del linguaggio razionale, sono gli ambiti su cui lo Stato è chiamato a intervenire per la buona relazioni tra gli individui. Sotto questo aspetto abbiamo visto come anche in Italia inizia a prendere forma la celebrazione della religiosità civile come espressione integrale dell’identità Nazionale e del cittadino, la quale identità, ritualizzando certi eventi legati alla storia del popolo fa memoria per evitarne l’oblio e allo stesso tempo, ritualizzando l’evento lo Stato rifonda la sua ragione d’essere.

* Infine, il restauro dell’economia, senza un intervento su questo duplice campo, non fa altro che peggiorare il divario nella società, frammentandola.

I convenuti al simposio hanno richiamato alla memoria il secolo dei Lumi, epoca in cui i due ambiti di intervento come espressi prima, sono stati messi prepotentemente, come succede in tutte le rivoluzioni, uno dentro l’altro. Quanto reclamava il secolo dei Lumi era il pane che fu la scintilla scatenante ma, dietro il pane la Ragione reclamava il suo protagonismo.

Lo stesso protagonismo invoca il papa non come manna dal cielo e nemmeno come spinta morale (la solidarietà è necessaria in tempi difficili ma resta un palliativo), il protagonismo di tutti, invece, chi può rappresentarlo meglio che la ragione, l’unica in grado di creare spazi di dialogo e convivenza tra i cittadini di qualità. Gli uomini dei lumi fecero questo cambio prospettico gettando la base dalla quale partire per un restauro della convivenza civile: dalla prospettiva del “Povero/Ricco” a quella del “Cittadino”, recuperando qualcosa che risale agli esordi della convivenza umana ripercorribile, a loro giudizio, anche in tempi moderni. La qualità di questo recupero è sacra come sacro è il punto a cui esso fa riferimento.

Il termine cittadino lo troviamo per la prima volta nelle Poleis greche ancora prima della nascita di Roma e prima ancora che la religione Ebraica prendesse forma.

Il millennio in cui Roma dominerà sul Mediterraneo, pur mutuando il termine dai greci, fu come preso in prestito, un po’ come succede quando noi portiamo la democrazia in giro per il mondo; ognuno dei destinatari prende quello che più gli interessa al momento. Con questa parola ci troviamo da un lato di fronte al continuo di una tradizione antica ma dall’altro, il linguaggio che la sostiene non è più quello originale.

Prima che ci fosse Roma, il “Mare Nostrum” era dei popoli che abitavano le coste del Mediterraneo ( Volsci, Siculi, Latini, Celti, Fenici, Etruschi, Lucani, Albanesi …). I greci, e altre poche popolazioni dotate di flotta, conquistavano i loro territori con il commercio e la cultura fondando nuovi centri abitati dove dilatare il loro commercio: Neapolis, Mileto, Metaponto, Zancle, Siracusa, Iméra... Questo sistema di conquista richiede più tempo rispetto alla conquista con le armi ed è dovuto, a mio avviso, al modo che i greci avevano di concepire il tempo, inteso in senso ciclico, del nasce e morire era tutto incluso nell’eterno ritorno. Inoltre era un popolo pacifico, ma pronto a difendere il loro sistema di vita non escludendo le donne dall’azione militare.

I conflitti interni alle Poleis erano mediati da due Braccia. Il primo braccio educava l’inconscio dei cittadini con il racconto dei Miti e la celebrazione dei culti misterici unita alle varie devozioni individuali, attraverso le quali l’essere umano irrobustiva il suo uomo interiore. Il secondo braccio era quello economico legato al consumo e alle necessità dei singoli; alcune classi sociali spendevano di più e dovevano avere di più, altre spendevano meno e potevano accontentarsi di meno ma ognuno contribuiva con il proprio lavoro a rendere possibile il funzionamento della Poleis. La presenza degli schiavi, cioè gli ultimi della società; il rapporto schiavo/padrone nel momento più fiorente della Grecia era di 4/1, fu determinante per lo sviluppo del loro equilibrio. Gli schiavi venivano dalle città sconfitte (Platone, imprigionato a Siracusa verrà venduto come schiavo sulla piazza di Egina).

Quanto veniva conquistato in battaglia, secondo le proporzioni, veniva messo a disposizione dei cittadini, i prigionieri compresi venivano venduti come schiavi. Anche la famiglia più povera aveva almeno uno schiavo il quale contribuiva ad allargare il nucleo famigliare. Infatti ci saranno schiavi che diventano padroni, schiave che diventano mogli di padroni, figli avuti con schiavi integrati in famiglia come gli altri figli; qualcuno diventerà filosofo, eroe, ecc… ecc…

(I millenni che seguiranno modificheranno come sappiamo questa immagine dello schiavo; la mercificazione della carne mette in mostra la sua perdita di sacro. Sarebbe interessante indagare se il legame che favorisce il cambiamento di prospettiva non sia la nuova concezione del tempo introdotta dai cristiani. Dal IV secolo in poi la forma mentis del tempo da ciclico si trasforma in lineare: la vita non è più un eterno ritorno ma è tesa oltre la morte, offrendo alla cultura nascente dopo Cristo, il regno eterno dell’anima nell’aldilà, la stessa anima che per i greci identificava Amore/Psiche che educavano attraverso i culti misterici).

Le prepotenze economiche all’interno della Poleis erano avvertite dal modo di comportarsi degli stessi prepotenti; interessante come ci sia continuità di linguaggio con il profilo del corrotto tracciato da Bergoglio. Ma più semplicemente dal fiuto che hanno le nostre forze dell’ordine a scovare gli insediamenti criminosi in seno alla convivenza civile.

LA VICENDA DI TEMISTOCLE – Ritornando al passato è esemplare la vicenda di Temistocle, il generale che bloccò l’avanzata persiana in Grecia. Una volta cacciati i persiani, il generale regnò sulla città stato di Atene. Era consuetudine che un eroe venisse premiato così. A questo riguardo si perde nella notte dei tempi la vicenda di Edipo, incoronato re di Tebe dopo aver liberato la città dalla peste, grazie allo scioglimento dell’enigma della Sfinge e che fa da trama alle incoronazioni regali successive. La fama di eroe di Temistocle gli permise di esaltare grandemente il suo potere attraverso privilegi personali, che a volte andavano anche oltre i confini della sua Poleis. Con il voto dei cittadini fu deciso il suo esilio da tutte le città dell’Ellade. Mi piace pensare che ci fosse una normativa che desse il voto anche agli schiavi. Temistocle morirà in Persia tra la gente che lui stesso aveva respinto per il bene del suo paese.

Il bene per la Polis ha permesso a quei cittadini di esiliare Temistocle; certamente non ci sarà stato l’accordo di tutti, ma la maggioranza si espresse chiaramente. Se la prospettiva greca fu vincente fu perché lo Stato si era fatto carico in precedenza della maturità del cittadino attraverso l’esercizio della sua partecipazione alla cosa pubblica.

L’ASTENSIONISMO AL VOTO  E’ PREOCCUPANTE – Oggi il problema dell’astensionismo al voto è preoccupante. I motivi posso essere tanti ma penso che una base comune sia che il voto cambi nulla allo stato di fatto. Questa convinzione indebolisce lo Stato. Oggi le nostre preferenze di voto sono mescolate e confuse in quanto abbiamo un sistema elettorale che bypassa il voto del cittadino; lo vediamo nell’elezione alla presidenza delle Regioni, alla presidenza del Consiglio dei ministri, alla presidenza della Repubblica. Proprio Azzeglio Ciampi nel suo primo discorso a caldo di Presidente della Repubblica ringraziò le Istituzioni che l’avevano eletto, nominandole una per una, ma negli atti ufficiali non agiva a nome loro ma del Popolo italiano, che presumeva essere al 100% dietro quegli elettori.

Non è ammissibile che l’aver votato te, autorizzi te a decidere per me su altre amministrazioni. Il mio voto, in questi passaggi che tu fai, si corrompe e non è più il mio. Un cittadino, in queste condizioni, non è più in grado di rispondere delle tue scelte e lo Stato non mi trova a rispondere per te; l’unico interlocutore che ha sei tu non io. Uno Stato così ridotto ha una debole ragion d’essere.

Forse il 50% di chi non vota dice a sé stesso: la lungimiranza di chi mi governa è come quella del buon padre di famiglia che ha cura del figlio inesperto quindi lasciamolo fare. Oppure al contrario: questo padre non mi capisce e fa quello che vuole lui. In un caso e nell’altro la cosa è indifferente. Sia l’elettore che l’eletto camuffano la loro irresponsabilità nei confronti della cosa pubblica attraverso una falsa fiducia elettorale. Ora ne conviene che certi surrogati di paternità servono solo nello svezzamento dopo di che, se non interviene Edipo, la maturità del soggetto si blocca.

QUEL REFERENDUM SUL DIVORZIO – Al referendum del divorzio è stato facile decidere; bastava dire “si” o “no”, in ballo era la libertà individuale di fronte al problema. Per il referendum sull’aborto fu un po’più difficile perché le libertà erano due. Comunque sia stato, anche per l’aborto, il sentire di tutti si espresse secondo le proprie convinzioni. Le convinzioni sono buone e pericolose insieme, se non si sa di cosa si è convinti. Credo quindi che meno filtri si mettono tra la cosa pubblica e il cittadino, più il senso di appartenenza a una società è messo in condizione di maturare assieme al lavorìo interiore che ogni soggetto, messo in queste condizioni, autonomamente fa.

Qualcuno potrebbe dire: è un rischio mettere tanta grazia di Dio in mani ignoranti. Ma è proprio il rischio che permette il progresso; lo stesso Dio ha messo nelle mani dell’uomo Gesù di Nazareth, tutta la sua volontà, non preoccupandosi dell’ignoranza del ricevente.

Gli strumenti messi a disposizione dallo Stato per la collettività sono importanti; la scuola, la sanità, l’economia, la sicurezza è importante, tutto è importante ma non siamo figli di queste cose importanti. Esse sono state generate dalla ragione per il buon funzionamento della collettività, ma è la mia partecipazione al processo generativo di questi strumenti che favorisce la cura di me.

Il protagonismo di uno Sato è direttamente proporzionale al protagonismo di ogni cittadino. Questo dovrebbe essere impresso su ogni bambino che viene al mondo, come il battesimo che lo riconosce protagonista per gli stessi geni che i suoi stessi genitori gli hanno trasmesso alla nascita.

In una civiltà cristiana come la nostra ci si può chiedere: dov’è Dio in tutto questo? Per chi ha gli occhi (chi non li ha li prende in prestito da qualcuno), è contemplabile in ogni frutto che la convivenza mette in atto. l’Al di Là è poi compito delle singole credenze che custodiscono i depositi della loro fondazione.

Essendo un cittadino cattolico un accenno alle nostre credenze desidero farlo.

IL SACRO E IL PROFANO E GESU’ DI NAZARETH – Il linguaggio usato dal clero nell’ambito liturgico resta apologetico come nei primi secoli; si sforza di trovare un’altra prospettiva ma sa anche che l’unica prospettiva possibile mostra il rischio della deriva della ragione, come avvenne per il secolo dei lumi. Tuttavia si deve ammettere che il protagonismo umano che si mostra in Gesù di Nazareth, ha sferrato un duro colpo alla “Colpa originale” che Dio aveva inflitto all’uomo. In Gesù di Nazareth, il sacro è fuoriuscito definitivamente dal tempio, cercando spazi non convenzionali dove radicarsi, ma non per questo meno efficaci a ripristinare l’indissolubile legame che c’è tra sacro e profano in ogni essere umano, sganciandolo da qualsiasi legaccio religioso, innescando una rivoluzione che ha conseguenze antropologiche, teologiche ed economiche. Sarebbe interessante indagare se nella mente di Gesù il concetto di tempo lineare sia stato vincente, credo sia un discorso da aprire non qui, ma da cittadino penso che lo Stato ha il dovere civile di appropriarsi di questo messaggio e di ritualizzarlo a suo modo; non dico di conservarne il corpo questo lo fa meglio la Chiesa, in quanto la persona di Gesù di Nazareth era anche un cittadino del mondo, come i tanti di cui conserviamo memoria e che hanno costruito le nostre civiltà. Ricordo sempre volentieri Jann Palaz che nel suo piccolo difese la libertà.

Come cristiano che usa ancora questo linguaggio, guardando al futuro, mi sento di immettermi nella presunta stessa prospettiva ciclica che la storia ci consegna nel momento in cui Platone scrisse i suoi Dialoghi e i Tragici le loro tragedie; il frutto più maturo dell’Epopea Orale che iniziò la sua agonia nel V* secolo avanti Cristo. Alla scrittura, quella civiltà, consegnava il testamento di quanto era stata. Ora, avendola scritta, poteva essere preservata dall’oblio e, in alcune cose superflue, archiviata.

Giuseppe Scandurra

(Parroco a Diano Borelle e San Michele)

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