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Pietra Ligure e il suo Maestro d’Ascia
Pierino Traverso (Il Mago) si racconta.
E quei 72 morti, a Voghera, diretti al mare
Res Pubblica ricorda la tragedia dimenticata

Pierino Traverso, per i pietresi meno ragazzini, è un cittadino che più popolare non si può. Eppure non ha mai avuto ruoli in politica. Il pietrese Enrico Laganà (Medaglia d’oro di 1° Classe), per la Federazione Nazionale Marinai d’Italia, aveva data alle stampe una biografia del “personaggio più celebre a Pietra Ligure’, campione della Motonautica Italia e detto Il Mago. Pierino che, particolare inedito, è rimasto decano, in provincia di Savona, con il titolo di ‘Maestro d’Ascia’ riconosciuto dal Codice della Navigazione. Un mestiere in estinzione almeno dalle nostre parti.

Pierino Traverso quando il 17 dicembre 2018 ha ricevuto il Confuochino – Premio Distinto dell’Anno dai consiglieri comunali

“Un po’ di tempo fa – racconta oggi Pierino Traverso – mi hanno telefonato dalla Capitaneria di Porto di Savona. Sono andato, ho incontrato un giovane sottufficiale. ‘Lei è  ‘Maestro d’Ascia…Vuole restare iscritto ?’ Ho risposto: “Se non dovete cancellarmi per età, direi di si…”. Ha esibito un vecchio registro,  pagine ingiallite….un elenco.  “Lei è uno dei pochi iscritti in vita e certamente ha raggiunto l’onore del decano….complimenti… annoto la sua visita”.

“Maestro d’Ascia – riporta Laganà – benchè abbia origini lontane nella storia marinara, è tutt’ora riconosciuto nella storia della marineria. La qualifica si ottiene attraverso esami presso le Capitanerie di porto, e la licenza  rilasciata consente di costruire imbarcazioni fino a 250 tonnellate di stazza lorda. Che non va confusa con la tonnellata metrica di peso”.  Pierino che imparò a lavorare il legno nella bottega del padre. Cominciò con un piccolo sandolino per passare alla lancetta. Fino  al Certificato di Costruttore Navale, ovvero Maestro d’Ascia. Era il 7 marzo 1967. Pierino che dal 1977 fa parte dell’Ordine dei Templari‘, ha raggiunto in gran forma le 88 primavere, memoria di ferro, enciclopedia di storia vivente, creativo e combattivo, pungente e irriverente quanto basta se deve dire la sua. E mettere in dubbio la sua cultura marinara, l’esperienza di una vita vissuta attraverso i mari e i continenti.

Nel 1967 il diploma di Maestro d’Ascia

“Nella vita ho superato tantissime tempeste, non solo in mare; ho raggiunto tantissime vette, ho conosciuto tantissimi Vip e soprattutto credo di essere  l’unica persona vivente al mondo ad essere sopravvissuto alla soda caustica, nel ’57, mentre, con respiratore Devis. mi trovavo ad una profondità di 10 metri nelle acque antistanti Loano e raccoglievo muscoli di mare. A causa di un difetto di fabbricazione dell’apparecchiatura che sono più quelle di oggi. Fui salvato al pronto soccorso dell’allora Ospizio Marino di Loano e curato dal primario dr. Trucco…così lontano, eppure sembra ieri…”.

Inizia con questo servizio un ‘viaggio’ nella vita e nei ricordi di Pierino Traverso che proseguirà per molte settimane, anche con problemi sempre attuali, come la storia della grande incompiuta del ponte sul Maremola. Il Mago ha un’idea precisa e lo spiega, con un esito abbastanza clamoroso. Lui che ha realizzato il primo plastico e lo custodisce in un magazzini museo. Lui che aveva proposto invano di realizzare alla foce del Maremola  un porto canale che, caso unico in Italia, avrebbe beneficiato di essere un ‘rettilineo’ sull’acqua di 1500 metri e per Pietra ligure si sarebbe tradotto in un’opportunità unica nel Bel Paese. “Mi ero pagato un aereo per fare un filmato – ricorda – e dimostrare la fattibilità di navigazione. Un porto canale che poteva ospitare fino a 420 imbarcazioni e non è vero  che non fosse realizzabile per motivi tecnici o per la ghiaia, bastava avere m

Pierino Traverso nel 1977 riceve il grado di Commandeur, con il diritto di indossare il mantello dell’Ordine Sovrano dei Templari

2,80 di profondità…”. Pierino che si è diplomato  ‘perito navale’  dal salesiani a Sampierdarena e la mamma portava il cognome Patrone, antica famiglia di Ceriale e di un omonimo cantiere navale”. Lui che a 21 anni ha superato l’esame da Maestro d’Ascia, lavora ancora il legno alla stregua di un giocattolo e ricorsa quando sui velieri si ricorreva al letame di cavallo”. Un solo grande rimpianto lo affligge, essere rimasto vedo e solo.

CHI E’ IL MAESTRO D’ASCIA – Artigiano specializzato nella lavorazione del legno, in particolar modo nella costruzione delle imbarcazioni di vario tipo. Barca attraccata al molo      Il suo lavoro seguiva quello dei progettisti navali e si svolgeva negli “scali” , nei “bacini”  o semplicemente sulla spiaggia, e la sua esperienza consisteva nel realizzare incastri speciali come: “biette”, “spine“, “chiodi”, “grappe” per tenere uniti l’ossatura e il fasciame dello scafo, cioè collegare la “chiglia” e i “paramezzali” ai “madieri”, alle “costole”, ai “bagli” . Le pubblicazioni di storia raccontano che: “… imaestri d’ascia” erano gli artigiani più importanti del cantiere navale. Si ha notizia che i più abili venissero assoldati all’estero, persino in Portogallo, Francia e Spagna, e, come anche in altri settori artigianali, formavano consorterie e corporazioni di cui era obbligatorio far parte…”.

Il 21 gennaio 2020 SavonaNews scriveva: “Si è spento all’età di 96 anni

Il libro finito di stampare nell’ottobre 2018

Giambattista Gavarone. A Varazze era conosciuto e stimato da tutti oltre che per la sua gentilezza e cortesia anche per il suo mestiere, che in pochi riescono ancora a tramandare, quello del maestro d’ascia”.

Il 10 dicembre 2018 ancora SavonaNews:…”Un mestiere che oggi è praticato da pochi e che quindi è difficile tramandare. Eppure c’è ancora chi lo fa con passione e abnegazione, per trasmetterlo ai giovani e far sì che la storia della nostra marineria non vada perdendosi – perché saper costruire un’imbarcazione significa conoscere i legnami e saperli lavorare, significa apprendere le tecniche dei cordai e dei velai e saper disegnare –. Si tratta di Roberto Guzzardi, professione Maestro d’ascia e carpenteria dell’Associazione “Storie di Barche”. E che di storie, in effetti, ne ha molte da raccontare, come ogni uomo di mare che si rispetti….”.

Il 26 novembre 2016 Il Secolo XIX: “Cesare Cortale ha 29 anni, spezzino da padre calabrese, ha appena conseguito la licenza di maestro d’ascia. Un titolo che è il culmine di un percorso quasi iniziatico, che si perde nella storia. Un apprendistato fatto di gesti, calcoli, detti, segni propizi che vanno a permeare di empirismo una scienza esatta, quella delle costruzioni navali. È un evento che un giovane consegua questa “patente…”.

In “Storia della cultura ligure’, a cura di Dino Punch, editore Storia Patria di Savona (vedi……), si legge in un intere capitolo: “Nell’inverno 1358-59 il comune di Genova fece costruire tre scafi di galea a Savona e cinque nella stessa capitale: tre al Molo e due alla marina di Sarzana. Ci sono stati conservati i relativi registri contabili, insieme ad altri che si riferiscono a quasi coeve costruzioni avvenute sulla spiaggia di San Pierd’Arena. Questa documentazione testimonia un numero di addetti molto variabile, tra una cinquantina e oltre un centinaio per scafo, e riporta denominazioni di mestiere e di funzioni, nomi di attrezzi, di operazioni di lavoro,di attrezzature in senso molto lato.

Sono citate le maestranze addette alla costruzione e impermeabilizzazione degli scafi, cioè maestri d’ascia e cala-fati (magistri axie, carrafacti), accompagnati spesso da un garzone (famulus); boscharoli che lavorano ad abbattere alberi in vari boschi dell’entroterra ligure, utilizzando sagome in legno (garbi) predisposte dai capi maestri perindividuare gli alberi dotati di particolari forme, dimensioni e curvature;coppie di serratores addetti a segare tavole nei boschi e nello stesso cantiere; cavatores che spianano la spiaggia, il sito della costruzione, con sape e pare di legno (zappe e pale); ferrarii che forniscono chiodi di diversi tipi e dimensioni, utensili e strumenti di lavoro (dei quali curano anche manutenzione e riparazione) e più tardi ancore e rampini; pexarii che forniscono stoppa e pece; coqui addetti alla cottura della pece, talvolta con l’aiuto di un puer; e poi fornitori di acqua e di vino, sorveglianti, uomini di fatica, patroni di piccole imbarcazioni che trasportano i legnami dalle marine più vicine ai boschi; e ancora, addetti a vari aspetti e fasi dell’allestimento (remolarii, taierii – bozzellai –, stagnarii, velai), senza dimenticare i notai e i loro collaboratori che redigono i libri contabili e altre registrazioni scritte.

… Quella che possiamo considerare ferma in tutti i casi è la competenza tecnica direttiva di colui che, più avanti nel tempo, verrà indicato come«maestro di garibo» o «maestro d’ascia capo d’opera», nella cui figura si fondono capacità progettuali, operative e di direzione del lavoro.

È la sua cultura l’elemento cruciale per il nostro discorso.Il saper-fare del maestro d’ascia, come degli altri artigiani di medioevo ed età moderna, non veniva acquisito né conservato attraverso scritti. Molti maestri non erano analfabeti in senso stretto, sapevano scrivere il proprio nome, testi di brevi contratti (come una promessa di costruzione di una tartana scritta nel 1668 da Gio Antonio Fava di Varazze), istruzioni e relazioni di lavoro (come le numerose note di legnami scritte pochi anni dopo,«mano propria» da un altro maestro varazzino, Ambrogio Fava), addirittura taccuini di annotazioni – quasi piccoli trattati – con schizzi e misure di vari tipi di nave: è avvenuto nella Venezia dei secoli XV e XVI, ma si tratta di un’eccezione, certo legata a un arsenale unico come quello veneziano. Ingenerale, non vi era nulla da leggere o studiare nel campo del lavoro di cantiere, e nella maggior parte dei casi i costruttori non erano né capaci né interessati ad affidare individualmente le loro conoscenze a uno scritto destinato al pubblico. Inoltre, e soprattutto, l’eventuale scritto non sarebbe entrato nel normale circuito didattico che preparava i nuovi maestri. In tutte le Arti,il sapere e il fare si esaurivano nel mestiere, «senza presupposti giustificativio esplicativi dei procedimenti adottati e senza codificazioni scritte delle conoscenze acquisite» (Maccagni 1993). …

“….Nel 1757 un «maestro de legnami da boschi per uso de bastimenti», Antonio Bassino di Taggia,promette al maestro d’ascia di Oneglia Antonio Langasco «di provederle illegname per la construzione e frabica di un gozzo».

“…Il 24 novembre 1802 il maestro d’ascia Giovanni Delfino di Arenzano presenta una supplica all’autorità competente per ottenere una riduzione –da 100 a 50 lire – della quota di iscrizione all’Arte: ha sessant’anni ed ha esercitato il suo mestiere «nei principali Arsenali d’Europa», ma «le critiche circostanze de tempi e l’età sua avanzata lo obbligano a fermarsi presente-mente in questa centrale sua patria».

DA RES PUBBLICA / Tragedie dimenticate: Voghera 31 maggio 1962
“Nella stazione di Voghera sessantadue persone hanno incontrato la morte. Tutti erano diretti a Pietra Ligure ove accompagnavano i figli in Colonia.
Il disastro alle ore 2.35: uno scontro violentissimo e una carrozza affollata di passeggeri si è trasformata in un tragico orribile groviglio di lamiere e di corpi – Trentasei ricoverati: solo quattro sono gravi – Identificate 49 salme
Pare un sogno allucinante e invece  è una tremenda realtà: un nuovo disastro ferroviario ha gettato la disperazione in decine di famiglie. Nella stazione di Voghera 62 persone, uomini, giovani, mamme, bimbi, hanno incontrato la morte: quasi tutti, per una crudelissima ironia, erano in viaggio, felici, verso l’azzurro mare di Liguria per alcuni giorni di vacanza. Sono morti, morti in un pauroso groviglio di lamiere, mutilati, straziati, tra gemiti, imprecazioni, preghiere. Nella notte la stazione di Voghera è stata teatro di un dramma tra i più allucinanti. Ora già c’è silenzio. Restano 62 morti e le inchieste. Queste si dimenticano, i morti no.
Come è avvenuta la tremenda sciagura? Alle 2.35 di questa notte (lasciamo parlare il comunicato ufficiale dei Ministero dei Trasporti) il treno merci 8151, trainato dal locomotore 626.379, composto di 33 carri vuoti, guidato dal macchinista Lanfranco Pigiani e dall’aiuto macchinista Soriano Fabbri del deposito locomotive di Milano smistamento, investiva sul terzo binario della stazione di Voghera il treno viaggiatori 1391, in imminente partenza. Del treno viaggiatori l’ultima vettura, affollatissima, subiva danni estremamente gravi; la penultima danni lievi alla alla testata, le altre nessuno.
Dalla zona dell’orologio registratore del posto di blocco n. 33 di Voghera, lato Milano, risulta che i segnali di protezione (avviso e prima categoria), dei quali è stata  accertata l’efficienza, erano disposti a via impedita dalle ore 2.21, e cioè dal momento in cui li aveva automaticamente bloccati in tale posizione il treno viaggiatori 1391.
Dalla zona tachimetrica del locomotore investitore risulta che la velocità al momento dell’urlo era di 70 chilometri/ora, nonostante che il treno, anche se avesse trovato i segnali disposti a via libera, avrebbe dovuto comunque arrestarsi per il cambio della locomotiva, in quanto da Voghera cambia il sistema di trazione elettrica. Nella cabina posteriore del locomotore viaggiava il capotreno Antonangeli del deposito di Milano smistamento che ha rilasciato dichiarazione di essere stato sorpreso dall’urto non avendo percepito in immediata precedenza alcuna frenatura.
Il  locomotore del merci ha tamponato con estrema violenza l’ultima carrozza del treno viaggiatori, una carrozza di seconda classe sulla quale i viaggiatori erano accalcati, molti anche in piedi. Lo scontro è stato violentissimo: il locomotore si è incastrato nella carrozza infilandosi sotto l’involucro della lamiera come una specie di stantuffo che ha schiacciato tutti i sedili e la parte interna, compresi i viaggiatori, nella parte centrale della carrozza. Si è cosi formato un terribile groviglio di corpi. La carrozza si è praticamente spaccata in due e si è sollevata schiacciandosi con il tetto contro la tettoia in cemento che copre l’inizio del marciapiedi. Il locomotore è stato praticamente tutto «ingoiato» dalla carrozza. Il secondo carro del treno merci si è alzato in verticale, finendo con le ruote sopra la tettoia. I morti e feriti si sono avuti nel punto dove il locomotore è entrato nella carrozza.
(La Provincia)
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