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La Comunità di Bose finalmente servita!
Ovvero la profezia spezzata
Il gioiello deturpato in veleno immondo

Finalmente Bose è servito! L’ultimo chiodo sulla bara del Concilio Vaticano II con sigillatura a piombo rinforzato, fatta con sapienza, furbizia e, satanicamente, ascritta direttamente al Papa non amato, il quale così finisce per svolgere il ruolo di killer, manovrato da mani oscure, ma visibili.

di don Paolo Farinella

Enzo Bianchi monaco cristiano e saggista italiano, fondatore della Comunità monastica di Bose, a Magnano, della quale è stato priore sino al gennaio 2017; a seguito di una visita apostolica svoltasi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, a maggio successivo ne viene allontanato su indicazione della Santa Sede (Leggi articolo de L’Avvenire del 27 maggio 2020…..).

Il mondo antibergogliano, la destra ecclesiastica, economica, politica e sociale, in questi giorni gongola in silenzio semiserio, si frega le mani con gel antivirus e resta sulla riva ad attendere non il cadaverino di un semplice fondatore, ma quello ben più ambito del Papa usurpatore, «venuto dalla fine del mondo», ma mai sentito come «prossimo». Scrive Bose, ma legge Francesco.
Circa due anni fa, nel 2018, durante un’omelia in San Torpete, espressi il mio pensiero sul fatto che ormai l’Ecumenismo era vissuto solo dalla parte di popolo consapevole, mentre a livello di gerarchia era una medaglia d’occasione, ma un processo stagnante. L’ossessione del «protestantesimo che ha invaso la Chiesa» è ancora viva e vegeta.

In quell’occasione portai Bose come esempio. Dissi che Bose è stato un frutto del concilio Vaticano II e l’iniziatore di una riforma che avrebbe potuto essere paragonata alle grandi riforme monastiche, ma finirà. Aggiunsi che in Vaticano non si aspettava altro che la morte o la fuoriuscita del fondatore, Enzo Bianchi, per affondare la scure sull’esperienza, tollerata fin troppo.
Nella mia lettura, i passaggi sarebbero stati: morte o dimissioni di Enzo Bianchi, tolleranza di qualche anno senza problemi. Poi si sarebbe imposto la chiusura della convivenza «mista» di monaci e monache cattolici/non cattolici e quindi ripristino di un monachesimo esclusivamente confessionale. Periodo di decantazione e poi scomposizione del monastero in due, rigorosamente separati: quello maschile e quello femminile, in nome di antica tradizione, ecc. ecc. Oggi, invece, senza bisogno nemmeno di decapitare o chiudere tutto, è bastato svuotarlo della sua essenza per ridurlo al nulla, all’irrilevanza, al decadimento e nel lungo periodo alla chiusura.

Bose, il bubbone cresciuto con la benedizione dei Papi, sarebbe finito per mano di un Papa meno adatto, il più fragile, quello che più di ogni altro avrebbe avuto bisogno di un monastero vero, ecumenico, universale, senza diversità di genere.
Quando ai fini di maggio, lessi il comunicato asettico della Comunità di Bose sul sito del Monastero, non mi scomposi per nulla, perché era tutto scritto e previsto e tutto si stava realizzando secondo le regole di quel clericalismo che Francesco denuncia come il primo dei peccati gravi, ma che, come un virus, viaggia nascosto e invisibile, pronto a ghermire quando si pensa che sia fuori gioco. Una volta digerito e ruminato il concilio Vaticano II, riportato nei ranghi della tradizione anteriore al 1962 (v. i due documenti della Congregazione della fede che
sancisce la normalità, ormai acquisita, dei riti tridentini) e, in tempo di Covid-19, il ritorno alle messe preconciliari
del prete solo, senza popolo, ritenuto superfluo, non si poteva più tollerare l’esistenza di Bose. C’è da dire che la sceneggiata è stata magistrale, degna di un’opera teatrale dal titolo: «Il Priore e il maggiordomo Francesco». Nei gialli rispettabili, «noir», il colpevole deve essere sempre il maggiordomo, mentre il Priore annaspa nel buio delle accuse che non ha nemmeno ricevuto. Si può difendere, ma in silenzio e meglio se in esilio a Chevetogne in Belgio, altro luogo simbolo di antichi delitti.

La curia e i suoi cultori esterni che cono una «legione», come il demonio, non si converte mai, ma manovra, trama, colpisce e uccide, salvo pregare per i morti. Non so cosa sia successo – se qualcosa è successo– in Monastero e tra i fratelli e le sorelle, ma so quello che accadeva fuori dove, alla vigilia di una Pentecoste di fuoco e terrore, invece che le fiammelle dello Spirito Santo, si aggirano spiritosi avvoltoi di carogne, sempre in servizio permanente e non si daranno pace finché non uscirà di scena Papa Francesco. Il quale Papa è stato troppo accondiscendente, da vero uomo di Dio, non attaccato al potere, verso cardinali e curiali ed ex papi che gli hanno creato le condizioni del suo immobilismo, costringendolo a difendersi e quindi a depotenziare ogni sua ipotetica riforma.
Durante il penultimo sinodo sulla famiglia (4-28 ottobre 2015), i suoi detrattori misero in giro la voce che Francesco avesse un tumore al cervello per passare il messaggio che le sue scelte erano frutto di una mente malata.
Nel 2016, appena pubblicata l’enciclica «Amoris Laetitia», i cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke,
Carlo Caffarra, Joachim Meisner pubblicarono «Dubia», una lettera aperta al papa che in modo ecclesiastico,
fingendo rispetto e ossequio, liquidarono l’enciclica, accusandola di fatto di eresia.

Nel 2017 un certo Marcantonio Colonna, addentro ai mefistofelici effluvi curiali, scrisse il libro «Il papa dittatore». Sarebbe stato meglio se il Papa, avesse convocato in San Giovanni al Laterano, sua cattedra episcopale, un
concistoro straordinario dell’intero collegio dei cardinali e avesse detto all’incirca: Ho sempre pensato che i cardinali fossero i consiglieri del Papa e che fossero liberi di manifestare il loro pensiero senza sotterfugi, senza lettere aperte, non pugnalando dietro le spalle come fanno i vigliacchi. Per ovviare a questi difetti, poiché voi tutti non siete utili, ma siete di ostacolo, venendo meno al vostro giuramento, con la potestà apostolica, io Francesco Papa della Chiesa cattolica, sciolgo il collegio dei Cardinali e dispongo nuove norme per l’elezione del Vescovo di Roma. Uscendo, deponete vesti, anelli, berretti e simboli: nudi siete entrate e nudi ritornate nel mondo da cui provenite. Amen. Signori, buona sera.
Il Papa, però, è Francesco, gesuita divenuto Papa non per manovra, ma per obbedienza e, conoscendolo, lascerà che siano le azioni degli interessati a manifestare la verità e l’ipocrisia. Poiché egli crede in Dio, non si difende perché scadrebbe allo stesso livello degli sciacalli. Resta il segno sanguinante di Bose che da gioiello della «Novella Pentecoste», è stato deturpato in veleno immondo, strumento di morte. Che Dio, se può, non li perdoni perché costoro sanno perfettamente quello che fanno.

don Paolo Farinella

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