Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Pornassio / Le mie cronache diocesane

Cronache diocesane. Il Reverendo Hemavatinandan Ajatashatru, di innegabile origine indiana e precisamente della periferia di Chadigarh, costituì un problema già dai primi giorni del suo ingresso in seminario, ovviamente per via del nome, che indusse i superiori a chiamarlo Pietro.

di Nello Scarato

Negli ultimi anni prima dell’ordinazione, i suoi compagni presero l’abitudine di chiamarlo Gialis, perché in un festival di San Remo, vinse un complesso con questo nome e poiché il seminarista Pietro era stonato in modo addirittura drammatico, si vide inevitabilmente battezzato così.

Divenuto Don Pietro e pian pianino per tutti Don Gialis, fu inviato a reggere la parrocchia di un piccolissimo paese, appiccicato alla montagna come un francobollo, dal nome tutto un programma di Freddorara. I parrocchiani e i suoi superiori non impiegarono molto ad accorgersi che don Gialis era sovente svampito come se sognasse ad occhi aperti. Questo atteggiamento gli faceva commettere piccoli errori nell’esercizio dei riti legati al suo ministero, che gli venivano perdonati per la rispettosa saggezza e religiosità dei montanari di Freddorara.

Quel che successe in una calda settimana d’estate, però, rimarrà nel ricordo dei molti che ne furono protagonisti e si tramandò nei ricordi nelle osterie davanti ad un buon bicchiere di vino. Il vecchio Giovanni, della bella età di 94 anni, dopo una breve malattia che non era altro che un biglietto per l’Adilà, rese l’anima a Dio. Uomo orgoglioso, finché poté, visse da solo nella sua casa. Il figlio si era allontanato da giovane e risiedeva in città dove lavorava ma faceva spessissimo visita al vecchio padre al quale era affezionatissimo e lo avrebbe voluto con sé, ma il vecchio fu sempre cocciutamente irremovibile. Riuscì comunque a fargli accettare l’assistenza di una rumena di mezza età molto efficiente che lo accudì amorevolmente.

Dunque, morto Giovanni, don Gialis si recò dal defunto per l’Estrema Unzione e poi se ne andò. I funerali furono fissati per il giorno seguente ed il figlio che era prontamente accorso si occupò di tutto. Il funerale iniziò puntualmente alle ore 10 nel giorno di sabato. La messa ebbe inizio. La campanella squillò ripetutamente agitata da un adolescente con la prima peluria sul volto e don Gialis uscì dalla porta laterale della Sacrestia e si avvicinò all’altare.

Il Reverendo, con la consueta aria svampita, aprì il grande libro sul leggio alla sua sinistra, ebbe un lunga esitazione e poi, col suo italiano assai improbabile ma intellegibile lesse un testo che già dopo poche battute risultò assolutamente non adatto alla circostanza, trattandosi di un resoconto felice della visita dei Magi alla capanna di Betlemme, che suonava quasi irriverente in un funerale. La gente di Freddorara c’era tutta ad onorare l’ultimo viaggio di Giovanni e qualcuno incominciò a ridere sommessamente. Il riso si diffuse e pur rimanendo lontano da una chiazzata, divenne imbarazzante. Il figlio si alzò di scatto e tutti si zittirono conoscendolo per avere un carattere reattivo e per il suo attaccamento al vecchio genitore. Marciò deciso verso l’altare e afferrò don Gialis nelle vesti sacre ed incominciò a scuoterlo violentemente urlando attributi poco consoni al luogo e alla circostanza, poi lo lasciò e si avvicinò alla bara, la baciò e di diresse con impeto verso l’uscita.

Già questo fatto fu sufficiente ad entrare negli aneddoti attribuiti a don Gialis, ma quel che successe il giorno dopo superò ogni aspettativa. La Messa della domenica vedeva una discreta partecipazione dei Freddorari, senza con questo riempire la chiesa, che era stata costruita in tempi quando i paesi dell’entro terra erano assai popolati. Tutto si svolse come sempre, con Don Gialis visibilmente accigliato, che forse pensava cosa doveva dire nell’omelia, avendo visto nelle panche, seduto con aria severa, il figlio del vecchio Giovanni trapassato. Venne il momento della somministrazione dell’Eucarestia e le vecchie bigotte si misero in fila, col capo chino e le mani giunte. Si accodò alla fila anche il figlio di Giovanni in atteggiamento altero e provocatorio.

Don Gialis fu preso maggiormente dall’ansia e il suo viso olivastro chiaro divenne olivastro scuro. Quando fu il turno di quell’uomo la cui sola vista lo agitava, prese l’ostia tra il pollice e l’indice, col medio sporgente in fuori e si avvicinò alle sue labbra. Con un gesto rapido la bocca si aprì e si chiuse sul dito medio di don Gialis. La morsicata fu violenta, il prete urlò di dolore e lasciò cadere l’Ostia a terra. Una vecchina con un balzo in contrasto con la sua età, si inginocchio, prese l’Ostia e la mangiò rimanendo in ginocchio con le mani giunte ed il capo chino.

Il grido di don Gialis rimbalzò nelle navate tra un “oohh” corale dei fedeli. Lasciata la presa, il figlio furioso si voltò ed uscì con aria soddisfatta ed altera. Un paio di zelanti fedelissime accompagnarono il povero Gialis in sacrestia dove si adoperarono per disinfettare la ferita e fasciarla adeguatamente. La Messa riprese ed il dito vistoso sembrava mettersi in mostra nei gesti rituali.
Il mattino successivo don Gialis, ridivenuto don Pietro, con la sua Panda si recò in città in Curia e chiese un colloquio col Vescovo. Entrò protestando e agitando il dito fasciato. Sua Eminenza rimase in silenzio aspettando la fine di quello sfogo. “Voglio denunciarlo, Eminenza, mi dica cosa devo fare!”
Si calmi don Pietro. Capisco la sua rabbia ma, vede, il Signore a volte ci punisce nei modi più inusuali. Offra al Signore il suo dolore come un fioretto per chiedere perdono per i suoi errori. Dica una preghiera per quell’uomo che ha agito in modo così scorretto. Anche il suo dolore merita rispetto. La benedico. Vada don Pietro, vada. Porti la mia benedizione a quella brava gente di Freddorara”.
Don Pietro, ritornato don Gialis, chinò il capo e uscì con lo sguardo perduto nel vuoto.
Nello Scarato

 

Le avventure di Don Gialìs. La visita.

Freddorara si era preparata per benino in occasione della seconda festa importante del paese. Nella chiesa era comparso qualche vaso di fiori. Don Gialìs passeggiava sulla piazza davanti alla chiesa col breviario in mano, ma c’era da giurarci, i suoi pensieri vagavano come sempre in spazi senza confini. Il giorno dopo, un gentile rintocco di campane avrebbe annunciato la festa e Don Gialìs, dopo la funzione, sarebbe andato a pranzo dalla famiglia più in vista della comunità. Un altro invitato certo, era il reverendo Don Egidio, curato in alcune parrocchie di paesi vicini, assai noto per la sua allegria e le sue doti di showman, gradito alla gente per aver risvegliato le tradizioni cristiane riproponendo le confraternite e per il suo eloquio colto e nello stesso tempo molto vicino alla realtà della gente. Il giorno si presentava con un sole splendente e l’aria di festa si percepiva così, senza una ragione. La strada che si inerpicava sulla montagna come una ferita tra le fasce strette e i muri a secco che sostenevano ulivi secolari all’ingresso del paese, si restringeva ancor più per poi allargarsi in uno spazio ricavato davanti alle prime case. Un’attenta gestione del territorio da parte del Comune aveva ricavato in quello spazio alcuni parcheggi per le auto, pochi per la verità, la conquista dei quali era un vero successo. I parcheggi quella mattina erano tutti occupati tranne il primo. Erano le 10 meno un quarto quando una macchina nera si presentò all’ingresso del paese ed iniziò le manovre per parcheggiare. Nella casa di fronte, al secondo piano da una finestra aperta una donna si affacciò gridando e gesticolando come volesse segnalare un pericolo o forse un divieto. L’autista si fermò e uscì dall’abitacolo. La donna urlò: “ Lì non ci potete stare , il posto è riservato a Don Egidio. Andate a parcheggiare per la strada!” L’autista , col sorriso sulle labbra disse: “ E’ la macchina di Sua Eminenza il Vescovo” Ma la donna non dava segno d’aver capito, forse un tantino sorda. Allora la porta di destra della macchina si aprì e Sua Eminenza, in piedi , mostrò la sua figura col capo coperto dallo zucchetto rosso “ Sono il Vescovo, signora , non si preoccupi Don Egidio mi cederà volentieri il posto” La donna comprese e arrossì forse e si ritirò precipitosamente all’interno. Il Porporato e il suo segretario si avviarono verso la chiesa. Entrarono. Ad eccezione di due vecchine nella prima panca, la chiesa era vuota. I due andarono in sagrestia, vestirono i paramenti sacri e tornati all’Altare iniziarono la funzione. Passarono pochi minuti; dalla porta della sagrestia che comunicava con la canonica, uscì Don Gialìs fischiettando con le mani dietro la schiena. Il Vescovo si voltò col volto corrucciato e Don Gialìs ripiegò in sagrestia. Il Vescovo lo seguì e si chiuse la porta alle spalle. Forse il presule perse il suo aplomb abituale e le grida passarono la porta echeggiando nelle navate. Le vecchine si fecero ripetutamente il segno di croce. Don Gialìs la settimana prima aveva invitato il suo superiore ma poi se ne era completamente dimenticato. Un discreto gruppo di fedeli era entrato ed era arrivato anche Don Egidio. La cerimonia riprese e la festa continuò al tavolo imbandito col buon vino della zona e la comicità di Don Egidio che non perse l’occasione di sfruttare l’episodio scimmiottando le mosse del povero prete svampito.
(Nello Scarato)

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N. Scarato

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