Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Borghetto – Loano, mamma Rina non c’è più
Ha sofferto e combattuto, straniera in Etiopia
Il Duce, la guerra, papà 6 anni da prigioniero

Poi la “fantasia” più bella di mamma e papà fu quella di  mettere al mondo un pargoletto di nome Gian Luigi (Gianni), scodellandolo in  un mondo fatto di sorprese, imprevisti e  tradizioni antichissime. A volte paurose, a volte tenerissime e struggenti come le nenie che  le donne indigene sussurravano ai loro bimbi.

di Gianluigi Taboga

Mamma e nonna Rina si è spenta all’Humanitas di Borghetto S. Spirito nei giorni drammatici del coronavirus. Trucioli.it ha chiesto ad uno dei due figli, Gianluigi Taboga, personaggio noto per il suo impegno civile nell’Assoutenti provinciale e regionale, i ricordi di famiglia. Siamo alla seconda puntata

“ Faccetta nera, bella abissina………” ti ho conosciuto e voluto bene perché  tra le tue forti e amorevoli braccia  fui  affidato e con te  mi sentivo al sicuro.

Mammitiè”,   così  si chiamava  la mia tata  che era l’anello di congiunzione tra due mondi così lontani per tradizioni e  modi di vivere ma così vicini per sentimenti umani tanto da lasciare un ricordo indelebile nella nostra famiglia : il mal d’Africa, più contagioso di qualsiasi virus.

Se la vecchia classe dirigente etiopica e  il clero copto ci vedevano giustamente  come  usurpatori, il popolino  invece ci considerava i  fautori della  loro  tanto attesa emancipazione,  passando repentinamente  dai loro  sistemi ancestrali a quelli  moderni ed accattivanti  introdotti dagli italiani.

Per questo ci rispettavano, si sentivano italiani anche loro ed imparavano in fretta la nostra lingua, inflessioni dialettali comprese.

L’azienda agricola (l’Amaresa) creata da mio padre crebbe rigogliosa e la terra vergine, il clima favorevole e   la tecnica di coltivazione produssero in  breve tempo risultati  così straordinari da essere a 104 anni considerata un vero e proprio modello.

La Rina  finalmente ebbe una dimora dignitosa: un bungalow che se pure con il pavimento in terra battuta e il tetto in lamiera a confronto del tucul sembrava una reggia. Finalmente al sicuro dalle iene che pullulavano nei dintorni e che con  il loro urlo nella notte facevano  tremare le lamiere del tetto.

Mamma oltre che ad aiutare papà curava la casa, il pollaio. Con il suo cavallo bianco ed un fucile andava a caccia di pernici, galline faraone, ed altro  per rifornire di preziosa e gustosissima carne la cucina domestica,  non mancavano le  inebrianti  galoppate, con qualche rovinosa caduta, per andare nella città di Harar o sulle sponde del lago Chisimaio.

Al Duce però non piaceva l’imborghesimento dei suoi guerrieri  e cosi pensò bene di dichiarare  guerra a mezzo mondo e anche mio padre fu richiamato sotto le armi per combattere gli “odiati inglesi “con l’eclatante risultato di finire  prigioniero per sei anni nei campi di concentramento del Kenia, là dove morì il valoroso Duca d’Aosta.

La Rina rimase sola, incinta del secondo figlio (Adriano), in una terra divenuta improvvisamente ostile, ritornata selvaggia e occupata dalle truppe coloniali di sua Maestà britannica( Giorgio VI) che  trattavano gli italiani come nemici e sconfitti, senza fornire notizie sulla sorte dei militari italiani  fatti prigionieri.

Mesi di indicibili sofferenze, e nell’ospedale di Harar senza il confort di un parente (si c’ero io e a due anni lei  mi chiamava ometto), la Rina partoriva il secondo figlio (Adriano) .

Il ritorno alla concessione  agricola  (Amaresa)  ormai in abbandono e razziata di tutto fu quanto di più straziante si possa immaginare, altri si sarebbero disperati ma la Rina no !…., lei no…. mai!

Organizzò la vendita di quanto rimaneva per racimolare qualche soldo per vivere e  difese a colpi di machete la sua Mammitié  insidiata da un soldato nero delle truppe di occupazione, ricevendo in segno di gratitudine  l’applauso di “brava signora italiana”  da parte degli indigeni, coraggiosamente rinchiusi nei loro tucul. Conservava  segretamente in camera da letto anche  fucile e pistola di ordinanza di mio padre, per ogni evenienza in  caso di necessaria difesa… Questa era la Rina !!!!!!!!

In   quel  tempo l’unica speranza era il rientro in Italia. Come ? Quando? Perché? Ne parleremo alla prossima puntata.

Gianluigi Taboga

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