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Preghiera, memoria
Santa Messa, miracoli e magia
Il cardinale Bagnasco dà disposizioni…
Vedo preti che benedicono in elicottero…

Leggo sui giornali che in TV spopolano rosari e preghiere: il 19 marzo 2020, memoria di San Giuseppe, la TV della Cei, Sat 2000, ha avuto uno share del 31% per il solo rosario (4 milioni e 220 mila), preceduto da un messaggio del Papa.

di Paolo Farinella, prete

Vedo il Papa solo e disperato che va in giro per Roma, come un amante abbandonato, alla ricerca del miracolo impossibile e di qualche Madonna disponibile a implorare che «la mano potente di Dio fermi la pandemia». Vedo preti in streaming che, splendidamente isolati, in cima a un altare vuoto in una chiesa vuota, s’illudono di «celebrare l’Eucaristia» con una comunità inesistente che mai hanno voluto far nascere nelle loro parrocchie.

Il cardinale arcivescovo di Genova, presidente della Conferenza Episcopale europea, Angelo Bagnasco ha compiuto 77 anni il 14 gennaio

Vedo preti che benedicono i loro paesi con il «Santissimo Sacramento» in Ostensorio in elicottero. Vedo il card. Bagnasco che dà disposizioni ai preti su quali precauzioni prendere nel portare i Sacramenti agli ammalati e moribondi, considerando in questo modo, i parroci come bambini da imboccare con ciucciotto sacramentario. È il trionfo della religione materialista che ha bisogno di «vitelli» più o meno d’oro o di latta da toccare, vedere e di luoghi aperti dove non si può nemmeno andare per disposizioni sanitarie d’emergenza. È la pietra tombale sulla teologia del Vaticano II, mai entrato nel cuore e nella prassi delle parrocchie che ne hanno preso la forma esteriore, ma ne hanno lasciato l’anima fuori, a debita distanza, come fosse un Covid-19 da cui difendersi.
Diceva Umberto, un ragazzo messo alla prova in una struttura del modenese, che «I cattolici hanno il vizio di andare a Messa», sottolineando così la Messa come «obbligo-precetto» e non come atto di amore e bisogno interiore. Questo «vizio di andare a Messa» è centrato sulla figura del prete in una dimensione di clericalismo spinto che non è mai venuto meno, ma che si è aggravato nell’arco di questi ultimi settant’anni. Non importa se Gesù ha detto che i luoghi materiali sono (possono essere) superflui giacché «Né su questo monte né a Gerusalemme [sic!] adorerete il Padre…i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,21-24).
L’evangelista Giovanni non cita nemmeno l’Eucaristia che nell’ultima cena sostituisce con la lavanda dei piedi (Gv 13,1-20). «Lavare i piedi» è l’equivalente dell’Eucaristica e la sostituzione è in linea col giudaismo post esilico: «Chi dedica la notte allo studio della Toràh è considerato dalla Scrittura come se avesse partecipato al sacrificio del Tempio» (R. Yohanan). Non è necessario accedere al tempio, perché, come insegnano i Rabbini, in casi di necessità, è sufficiente dire «’Amen» che è il credo in un soffio, atto di fede e di comunione con «Dio, mio re fedele» (queste parole in ebraico formano l’acrostico di «’Amen»). Andare alla ricerca di miracoli è non avere compreso che con la morte di Gesù in croce è stata crocifissa l’onnipotenza del Dio «faraone, imperatore, re, dominatore». Ora è presente un «dio svuotato» (Fil 2,7) che vuole «misericordia, non sacrificio» (Mt 9,13 e Os 6,6).
Per secoli i monaci vivevano l’intimità con Dio senza Messa e Benedetto da Norcia invitava i monaci a lavorare d’inverno nelle domeniche di sole e a pregare di più in quelle piovose. Avere l’ossessione della Messa significa non avere capito la «teo-drammatica» (Urs von Balthazar) che essa esprime, riducendola solo a «pia pratica di pietà» che il prete può celebrare da solo, senza l’assemblea. È il ritorno, anzi la prosecuzione lineare del mondo religioso d’Israele prima del 70 d.C., prima della distruzione, quando il tempio di Gerusalemme era un mattatoio predisposto per i sacrifici cruenti.

Don Gianni Regolani, parroco-pilota di Polesine Zibello, nel Parmense, a una decina di chilometri da Busseto.”Dall’aereo benedico i paesi colpiti dal coronavirus” «Il cielo apre quel piccolo mondo che noi sperimentiamo sulla terra. Il mio istruttore di volo diceva e ha fatto incidere sulla sua tomba: ‘Chi scende dal cielo desidera ritornarvi’. Lo dice questo prete, parroco del paese da trentasei anni, che ogni giorno pare dimenticarsi che la carta d’identità segna 1941, passione per il volo nata nell’infanzia, un passato di sportivo militante (ha disputato un campionato italiano di sci nautico di velocità, ha praticato equitazione e preso parte alle gare di slalom gigante riservate ai sacerdoti).

La Messa come sacrificio è finito per sempre e questa teologia sacrificale, servita, a giustificare la mistica della sofferenza cercata a ogni costo, non ha più nulla da dire in una rivelazione dove il Padre è padre e non sovrano assetato di sangue, dove i figli sono affettivamente legati a lui, dove Gesù si lega al «memoriale» dei suoi discepoli. Memoriale, non ritualismo asettico e ripetitivo «a ore»: una
Messa a ogni ora.
Il Papa che, solitario, va in ricerca di crocifissi miracolosi e Madonne disponibili, il vescovo che dà disposizioni di celebrare da soli o di portare sacramenti, sono il segno trionfante della religione del ricatto e del mercato, della religione di scambio che crede di comprare Dio a suon di parole e azioni sacrificali per rabbonire la vendetta divina e farlo recedere dal suo proposito di castigo, dimenticando il monito di Gesù prima di introdurre il «Padre nostro»: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7-8).
«L’avete mai detto che andare a messa è come iscriversi a un’azione di guerriglia? L’avete mai detto che coloro che partecipano alla messa stanno facendo l’atto più pericoloso del mondo? Avete mai detto a quelli che assistono alla messa pacificamente, sbadigliando, che non vedono il momento di uscire fuori, che stanno facendo un atto pericolosissimo?» (Arturo Paoli, Camaldoli, 1991).
Dice Bonaventura, biografo di San Francesco, che egli «non era uno che pregava, ma era preghiera lui stesso» (non tam orans, quam oratio). L’evento eucaristico e la riforma del Vaticano II ci hanno consegnato una dimensione «ekklesiale», liberandoci da un peso di obblighi e doveri che confliggono con l’amore, la giustizia, lo sperpero, la fame, la sete, la cura, la salute. Non è un caso che nell’Eucaristia gli elementi proprio sono « la parola, il pane, il vino, l’acqua, la fraternità e condivisione («spezzò il pane e lo diede loro»), cioè gli elementi/alimenti fondamentali dell’umanità cui tutti hanno diritto e finché sulla terra vi sarà un assetato di parola e acqua o un affamato di pane, l’Eucaristia, altro che sacrificio, è un atto di condanna irreversibile su un mondo perverso e perduto.
La Messa oggi è prendersi cura degli altri, mettendoli al sicuro dal diffondersi del virus e dei virus; è imparare cosa significa «discernere tra le priorità», difendere i più fragili e non cercare Totem ancestrali cui chiedere protezione vanesia. Quando impareremo noi cattolici a «non nominare il Nome di Dio nel vuoto?» (Es 20,7).

Paolo Farinella, prete

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