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Alta Val Tanaro, assolto ingegnere dell’ex Comunità Montana, ora abita ad Alassio

Una lunga via Crucis giudiziaria conclusasi con la piena riabilitazione di Gino Ferraris, ingegnere, da qualche anno in pensione, ex dirigente tecnico e memoria storica della Comunità Montana dell’Alto Tanaro Cebano Monregalese. Una vicenda controversia, soprattutto in diritto e che il tribunale di Cuneo, ha chiuso con un’assoluzione piena. All’epoca dei fatti l’imputato abitava ad Ormea, ora si è trasferito nella casa di Alassio. Una doppia assoluzione perchè in un precedente processo  l’imputato è stato scagionato nell’ambito dell’inchiesta sul crollo allo sferisterio di Montezemolo.

L’ing. Gino Ferraris sul lungomare di Alassio conversa con conoscenti ed Enrico Terenzio, alassino di Briga Alta e comproprietario della tenuta di Monesi (il fratello Terenzio è mancato lo scorso anno) (Foto Silvio Fasano)

Villanova, Saliceto, Nucetto ed altri paesi della valle (compresa l’ex strada militare Monesi -Limone dove era stato aperto un altro fascicolo). Per i lavori e progettazioni della Comunità Montana alcuni tecnici, oltre allo stipendio, incassavano il 2 per cento. Una Comunità Montana che, forse molti dimenticano, in tempi di alluvioni e disastri ha investito nei danni e nella sicurezza del territorio milioni, miliardi di lire nel corso di decenni. Soprattutto per il Tanaro. E con l’ultima alluvione di novembre 2016, i disastri anche nella zona di Ormea e Garessio non sono mancati. A monte c’è ben altro dei lavori, pur sempre palliativi; c’è l’abbandono dei boschi, dei terreni, l’assenza di reale prevenzione. Basti pensare alle migliaia di tonnellate che lungo i corsi d’acqua sono finiti e finiscono sulle spiagge della Riviera. L’ex sindaco di Ormea, Gianfranco Benzo, come trucioli.it ha documentato, aveva scritto una lettera premonitore ai vertici della Regione, ai prefetti. Andando avanti di questo passo, senza interventi drastici e risolutivi, continueremo a contare i danni, leccarci le ferite, spendere milioni di euro. Ma la montagna non ha la forza elettorale delle città, prende le briciole contrariamente a quanto accade nella vicina Francia, in Spagna con i Pirenei, non parliamo dell’Alto Adige dove gli investimenti sulla montagna sono prioritari e strategici rispetto alle città. Non parliamo della Baviera, delle Alpi austriache e svizzere.

Ebbene un’inezia i 16 mila euro di cui  Ferraris era accusato (peculato) rispetto alla opere che la Comunità ha realizzato negli anni. Era stata la Procura della Repubblica, con il dr. Maurizio Picozzi,  esperienza di pretore  capo a Cairo Montenotte, magistrato inquirente a capo della ‘Procurina’ di Savona (prima delle riunificazione delle Procure dei tribunali), poi a Ceva e Cuneo, da ultimo tornato all’ufficio del Gip di Savona e dal primo di gennaio in pensione con il proposito dichiarato ai media di scrivere un libro sulla Gigliola Guerinoni story.

L’ing. Ferraris accusato, con altri tre dipendenti dell’ente, di essersi appropriato del denaro sotto forma di incentivi per la progettazione. Soldi che per la tesi accusatoria dovevano finire nella cassa dell’ente. Complessivamente di dieci appalti sui quali aveva indagato la Guardia di Finanza di Ceva. E’ emerso che il 2% veniva ripartito anche in presenza di incarichi a professionisti esterni e per la Procura solo se a svolgere i lavori fossero stati dipendenti dell’ente  questa somma  poteva essere ripartita all’interno della Comunità Montana.

Il pubblico ministero, in udienza, ha invocato la condanna di Ferraris sostenendo che nel 2006 la normativa interna cambiò, mentre i capi di imputazioni contestati risalgono a fatti del 2010 e 2011. Eppure nel regolamento interno si fa ancora riferimento alla legge del 2003 ha rimarcato il Pm.

Per l’avvocato Roberto Ponzio, difensore dell’ing. Ferraris, è sintomatico che la Comunità Montana non si sia costituita parte civile al processo e che con ben tre diverse giunte abbia applicato il regolamento che consentiva ai funzionari di suddividere una quota. Ora la parola fine e dopo che lo stesso ingegner Ferraris, pochi giorni fa, era stata assolto, in altro processo, per un asserito peculato commesso nella realizzazione dello sferisterio di Montezemolo. Con lui, responsabile dell’ufficio tecnico, a giudizio e assolti anche  Gian Carlo Rossi e Giampietro Rubino, rispettivamente ex presidente e il segretario dell’allora Comunità Montana Alto Tanaro, Cebano e Monregalese.

COSA SCRIVEVANO I GIORNALI PER LA VICENDA DELLO SFERISTERIO DI MONTEZEMOLO: IN BALLO LA ZOPPI SRL COINVOLTA IN UN CROLLO A NOLI

Lo sferisterio di Montezemolo

MONTEZEMOLO – Il primo atto per conoscere la verità processuale sui soldi del crollo dello sferisterio di Montezemolo avvenuto 10 anni fa, si svolgerà mercoledì 14 settembre, al tribunale di Cuneo. Il giudice per l’udienza preliminare Alberto Boetti, stamattina (mercoledì) ha deciso per il rinvio a giudizio dei tre indagati: Giancarlo Rossi, 68 anni, di Viola, Gino Ferraris, di Garessio, 62, e Giampietro Rubino, 64. Sono, rispettivamente, ex presidente, responsabile dell’ufficio tecnico e segretario dell’allora Comunità Montana Alto Tanaro, Cebano e Monregalese (sede a Ceva). Le accuse sono peculato e abuso d’ufficio. La vicenda fa riferimento al crollo dell’impianto che avrebbe dovuto diventare la “Coverciano della pallapugno”. In seguito al crollo di un muro durante i lavori, il 28 ottobre 2010, al posto dello sferisterio e degli spogliatori all’avanguardia, oggi, c’è un grande buco con un cantiere mai terminato.

Il procedimento, di cui si occupa il pubblico ministero Attilio Stea, verte intorno alla cifra di 600 mila euro che, secondo l’accusa, fu destinato in modo illegittimo alla società di costruzioni “Zoppi srl” (coinvolta anche in una frana per gli scavi di un parcheggio interrato a Noli ndr), al fine di rimborsare alla ditta le spese extra contrattuali disposte senza copertura finanziaria (con tre bonifici versati nel 2009) e non rimborsabili dall’ente pubblico che non le aveva impegnate a bilancio. La ditta Zoppi fu poi soggetta ad una procedura concorsuale.

Parti offese, nel procedimento, sono il Comune di Montezemolo, la stessa Comunità Montana e l’Agenzia delle Entrate di Cuneo. La denuncia iniziale parte dal Comune di Montezemolo, promossa dall’avvocato Diego Manfredi, di Carrù che tutela l’ente. Nell’esposto, Manfredi chiedeva alla magistratura di «indagare sull’avvenuto pagamento alla ditta Zoppi, che doveva eseguire i lavori, mai completati, pur avendo ricevuto 600 mila euro di indennizzo dall’assicurazione»,

Tutti e tre gli imputati sono difesi dall’avvocato albese Roberto Ponzio, del foro di Asti. «I miei clienti – dice Ponzio – sono stati sentiti dal pm. Riteniamo che l’ipotesi accusatoria si fondi su un presupposto fallace. Non c’è stata appropriazione di nulla: cade un muro, c’è una transazione legittima e, nell’ambito di questa, c’è un impegno a ricostruire il muro di sostegno. Si trattava di opere rimediali, anzi guai se non si fosse intervenuto. Il tutto è passato nell’ambito di un giudizio civile e sottoscritto con una mediazione, con assistenza legale di avvocati».

Intanto, nei mesi scorsi, la Regione si è accollata l’intero mutuo per la messa in sicurezza dell’impianto che, però, rimane in carico al Comune che, nel procedimento, si è costituito parte civile.

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