Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Alpi Liguri da reinventare?
Lassù sui monti, in povertà!
E’ tornato il lupo ma è scomparso l’uomo

In alta quota poco ossigeno dallo Stato. La montagna domani. Guai a chi parla di declino. Guai a chi ne teorizza la decrescita. Quella montagna è da salvare. Lasciate alle spalle le chiassose località della Riviera ci si addentra tra le montagne. Si ritrova il silenzio dei borghi antichi dei Monti Liguri. Paesi arroccati alle pendici, piccole frazioni con poche case spesso abbandonate. Anche qui come in altre località alpine ed appenniniche si è assistito ad un forte esodo: la costa Ligure, con il suo tumultuoso sviluppo turistico ha attirato i montanari. Ha svuotato le valli in pochi decenni.

Siamo nelle Alpi Liguri, la porzione di Alpi che ricade fra la Liguria, il Piemonte ed il dipartimento francese delle Alpi Marittime. Segnano la dorsale netta che corre lungo tutto l’arco della regione e si interrompe in un solco divisorio sopra Savona a Cadibona, dove “ufficialmente” terminano le Alpi e iniziano gli Appennini.

Dopo una annosa questione geografica, la nuova la nuova classificazione internazionale del SIOUSA, adottata nel 2005, le ha passate a sezione del settore denominato Alpi Sud occidentali. In precedenza, i luminari del IX Congresso geografico italiano del 1926 le avevano considerate un gruppo delle Alpi Marittime, mentre il Club Alpino Italiano ed il Touring le consideravano una sottosezione. Le cime più elevate sono il Mongioje (2630 m) ed il Marguareis (2651 m) che segna il confine di Stato.

Le Alpi Liguri, la montagna verde, la periferia bianca della Riviera Ligure e della Costa Azzurra, sono un territorio in sofferenza. Da una parte le piste da sci, dall’altra lo spopolamento e l’afflizione per chi ne è rimasto fuori. Un bravo etologo potrebbe spigarci che è ritornato il lupo perché è sparito l’uomo!

Occorre inventare una sorta di neoruralismo virtuoso per una montagna che torni ad essere un luogo che possa garantire un futuro. Una voglia di abitare i monti che dovrà confrontarsi con i cambiamenti climatici di cui tanto si parla e con l’azione determinante della pubblica amministrazione.

Quanto alle variazioni climatiche, la montagna è un ambiente particolarmente sensibile, ma no al catastrofismo sull’aumento della temperatura terrestre che trova facile riscontro nei mass media. Le buone notizie non fanno notizia, al contrario di quelle che proclamano catastrofi imminenti. Non c’è da salvare il Pianeta dalle variazioni climatiche, ma dalla disinformazione sull’argomento. E’ scritto sui libri di scuola che stiamo vivendo in un periodo interglaciale lungo circa 15.000 anni caratterizzato da un innalzamento delle temperature medie globali. I ghiacciai si stanno ritirando, poi avanzeranno nuovamente con l’arrivo della imminente era glaciale. Il clima nella storia della Terra è sempre cambiato, anche in periodi relativamente brevi. Del millennio passato è noto il Periodo caldo Medioevale (dal 900 al 1440 circa) con temperature medie di 1-3 gradi °C superiori alle attuali. In quell’epoca il vichingo Erik il Rosso colonizzò la Groenlandia (Green Land – Terra verde) abbandonata durante la successiva piccola era glaciale culminata verso il 1880-90, quando proruppe la “belle epoque” che con il buon clima favorì proprio lo sviluppo del turismo in Riviera.

Durante il Medio Evo, pur in presenza di una temperatura superiore all’attuale non si registrarono tutte le catastrofi che quotidianamente ci vengono propinate. Certo, l’aumento delle temperature cui stiamo andando incontro avrà effetti anche sulle nostre Alpi: salirà il limite della vegetazione arborea, aumenterà l’areale della foresta mediterranea sempreverde, nelle “terre alte” si potranno coltivare in piena aria specie vegetali ora possibili solo al livello del mare. L’agricoltura potrà svilupparsi meglio. Avremo l’olivo in alta montagna.

Al proposito, tra le 190 piante messe a dimora negli anni ’30 del secolo scorso nell’ Oliveto sperimentale di Imperia, la cultivar indicata col n° 157 rappresenta “L’olivo delle Alpi”: un’indicazione profetica del noto studioso Prof. Carrocci Buzi, che l’aveva rinvenuta al Pizzo d’ Ormea?

Dall’altra parte, sul fronte turistico, il cambiamento climatico potrebbe ridurre le precipitazioni nevose alle quote relativamente meno alte, proprio quelle delle partenze degli impianti di risalita delle località sciistiche, molte delle quali sorte per iniziativa di imprenditori legati al territorio rivierasco che avevano scommesso sulla neve delle vicine Alpi Liguri.

Tra gli altri, i genovesi Lolli Ghetti e Dodero (savonese) a Prato Nevoso, Pietrafaccia a Garessio Valle dei Castori, Fedriani a Viola St. Greé, la cordata di Magnano a San Giacomo di Roburent; i savonesi Conti e Palmieri ad Artesina; gli alassini Galleani a Monesi di Triora. I piemontesi avevano pensato a Frabosa Soprana (Tomatis), alla Pigna di Lurisia (Bertolino e Prette), ad Aimoni di Ormea (Costalla) e a Limone Piemonte (De Carli, Gandolfo, Beccati diventati i famosi “Tre amis”).

E se non ci sarà più la neve? Non più efficaci ed utili, gli attuali impianti a fune bassa, sciovie o skilift, rischiano l’abbandono. Se non rimossi diventeranno ulteriori segni del degrado post industriale che le prossime generazioni potrebbero subire. Alcuni sono già inattivi da anni. Occorre valutare con intelligenza se la montagna è ancora in grado di sopportare la monocultura della sci.

Ma se si vuole ragionare in positivo, evitare il declino, non teorizzare la ulteriore decrescita, riconoscere che le montagne possono essere considerate un genere particolare di bene comune che ci mettono a disposizione beni di utilità per tutti quali l’acqua, la biodiversità o i paesaggi occorre decidere che cosa fare con e nelle nostre montagne.

E’ necessario conservare un equilibrio delicato fra i proprietari privati, la popolazione residente e la società nel suo complesso, nella quale la popolazione di montagna è integrata.

Entrano in gioco la politica e la pubblica amministrazione.

Solo nel 1952 a spopolamento in corso, per la prima volta nella sua storia, il Parlamento italiano provvide ad individuare il territorio montano facendone oggetto di apposite provvidenze legislative. Per gli interventi sul territorio si fece leva sui Consorzi di bonifica montana. Dopo una esperienza ventennale, quella legge non riuscì ad impedire, né a frenare l’esodo dei montanari verso la pianura o la costa. L’approccio pubblico al problema della montagna si rovesciò nel 1971 con l’emanazione della legge 1102. Vennero istituite le Comunità Montane quali enti sovracomunali. Avrebbero dovuto predisporre ed attuare i piani di sviluppo economico-sociale sostituendo il sistema in atto delle provvidenze “a pioggia” con il metodo della programmazione. In realtà le Comunità Montane, salutate con grande entusiasmo alla loro costituzione, si trasformarono, da enti di programmazione in enti di amministrazione di funzioni delegate dalla Regione. Non riuscirono ad attribuire un effettivo ruolo propulsivo di sviluppo socio-economico al loro potere di piano. Chi ha conosciuto i piani economico-sociali delle Comunità Montane ha potuto verificare come tali piani fossero, o il risultato di un organismo simile ad un centro studi (criteri e dati, spesso errati o eccessivamente ottimistici, in pratica fini a se stessi), o caratterizzati da tale pochezza di contenuti da far dubitare della necessità di ricorrere ad un ente come la Comunità per esercitare competenze di così modesto spessore. Inoltre, alcuni Comuni costituenti le stesse Comunità vedevano in esse organismi che riducevano autonomia, sottraendo poteri!

Il senatore Natale Carlotto, cuneese, politico e sindacalista storico

Dopo oltre vent’anni si arrivò all’attuale legge n. 97 del 1994 dal titolo “Nuove disposizioni per le zone montane”, frutto della proposta di legge “Provvedimenti per il sostegno dell’economia montana” presentata al Senato nel 1992 dal Sen. Natale Carlotto, persona pragmatica del territorio, nativo di Ceva, conoscitore delle difficoltà e della realtà montana, già Sottosegretario di Stato alla Sanità e al Lavoro e Previdenza sociale. Come caratterizzare questa terza legge sulla montagna? Di certo si può affermare che, se il sistema della pianificazione socio-economica facente capo alle Comunità Montane avesse funzionato al meglio, non sarebbe stato necessario varare una disciplina massicciamente integrativa della precedente. Anche in questa circostanza il legislatore ha mirato ad incentivare la nascita o lo sviluppo di istituti ed attività destinate a consolidare od attirare l’insediamento antropico nelle zone montane. Nonostante l’art. 44 della Costituzione sancisca che la salvaguardia e la valorizzazione della montagna riveste preminente interesse nazionale anche questa legge, tuttora in vigore, non riesce ad ottenere i risultati sperati. L’emersione di nuove esigenze, i non sufficienti finanziamenti disposti nei capitoli del bilancio statale e la burocrazia ne sono il motivo.

Incideranno sul territorio montano anche due recentissimi provvedimenti.

Il primo riguarda la legge per salvaguardare i comuni con una popolazione inferiore a 5 mila abitanti, che in Italia sono 5.570! Moncenisio (TO), Monterone (LC), Pedesina (SO) e Briga Alta (CN) sono i quattro comuni italiani che non raggiungono 40 abitanti e che rispetto a meno di cinquant’anni fa hanno sofferto di forte spopolamento. Il record è di Briga Alta, che nel 1971 contava 160 residenti ed oggi è quattro volte più piccolo. Ma per frenare lo spopolamento, la legge prevede per tutto il territorio nazionale, un fondo di soli 100 milioni in sette anni per incentivare il turismo, attivare i servizi e internet e animare l’economia dei territori.

Il secondo riguarda il Governo che ha appena approvato il Decreto Legislativo riguardante le “Disposizioni concernenti la revisione e l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali”, in attuazione del “collegato agricolo”, secondo la delega ricevuta dal Parlamento nel settembre 2016.

I montanari che si oppongono al fallimento della montagna, che non vogliono sentir parlare di declino e di decrescita, che hanno l’ossessione per lo sviluppo e che pensano al livello di sistema territoriale sono sempre più convinti che la politica debba fare un passo indietro. E’ emerso in un recente convegno a Courmayeur sulla montagna e la sua architettura: una programmazione che darà i suoi frutti tra una decina d’anni non interessa al politico che deve rendere conto al suo elettorato tra pochi anni, magari pochi mesi!

Marco Cuaz insegna Storia della Valle d’Aosta nell’Università della Valle d’Aosta. Di recente si è occupato in particolare della storia dell’alpinismo cattolico e dell’immaginario e usi politici della montagna.

E’ riassuntivo ed illuminante l’appello ai politici, con la ricetta per gli amministratori locali, fatto dal docente universitario valdostano Marco Cuaz: “La montagna ha bisogno di innovazione. Ha bisogno di wi-fi, di nuovi materiali, di nuove fonti di energia, di ricerca. Non è con gli eco-musei, i restauri filologici, la reinvenzione delle tradizioni ad uso turistico e meno che mai con la wilderness (non porta soldi) che si darà una nuova vita alle Alpi. Bisogna andare in giro a caccia di idee, studiare processi virtuosi. Da un lato le Alpi sono diventate la “banlieue blanche” delle città con i comprensori sciistici, dall’altro hanno vissuto un esodo epocale, la miseria, lo spopolamento. Il prezzo da pagare per chi è rimasto fuori dallo sviluppo sciistico è lo spopolamento. Adesso però il problema è più grave perché s’impone una domanda, quanto durerà la neve sulle Alpi e quanto la moda dello sci?”.

E’ ormai una priorità avviare una riflessione tra le istituzioni e le forze economiche e sociali per stilare una strategia ed una visione condivisa sul futuro della nostra montagna. Per costituire il nuovo volano di uno sviluppo economico che buona parte delle nostre montagne, e in buona misura, ancora attende.

Gianfranco Benzo

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