Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il fascismo: un tentativo di ricostruzione d’analisi

Una premessa: quanti vorranno rintracciare in questo, sia pure tra le righe, elementi di comparazione con l’attualità potrebbero anche essere, maliziosamente, nel giusto.

 

Il termine fascismo nasce con i Fasci siciliani (1891 – 1893), ma la prima fortuna politica di questo appellativo si colloca tra il 1914 e il 1919, a partire dai Fasci di azione rivoluzionaria, che propagandavano l’intervento italiano nella prima guerra mondiale, precedendo quindi l’adunata dei Fasci di combattimento di Milano del 23 Marzo 1919, atto di nascita del movimento mussoliniano.
Il fascismo nasce, quindi, come organizzazione di reduci dalla guerra rimasti ai margini nel processo di riorganizzazione della vita pubblica nell’immediato dopoguerra, riorganizzazione fondata sui nuovi grandi partiti di massa e sulla convivenza tra questi e gli antichi ceti notabilari dell’Italia liberale.

I reduci di guerra si mossero così sulla base di contorni politici piuttosto vaghi, prevalentemente rappresentativa di ceti intermedi, all’insegna di slogan che oggi potremmo riassumere come quelli della “rottamazione” o del “tutti a casa”.

Il fascismo, in questo modo si inserì, nei primordi, in un filone di generico ribellismo, schierandosi tuttavia da subito su di una linea violentemente anti-socialista e anti – democratica, all’insegna di una non meglio precisata “selezione di valori”.

Il fascismo respinse ogni egualitarismo e in tale senso la paternità ideologica del fascismo deve essere attribuita, in larga parte, al nazionalismo.

Non a caso proprio il nazionalista Alfredo Rocco sarà, più tardi, l’autentico “architetto” del fascismo diventato regime.

Nella sua prima formulazione l’ideologia dei fasci apparve debitrice anche verso movimenti come il futurismo e l’arditismo, esaltatori dell’italianità della guerra e della giovinezza, e portatori di un generico rifiuto della “normalità” borghese (in questo senso, sempre riferendoci agli esordi, esiste una possibilità di comparazione sul piano internazionale con l’Action Francais di Maurras).

Dopo il fiasco elettorale del novembre 1919, dall’autunno del 1920, grazie ai massicci finanziamenti di organizzazioni agrarie, soprattutto in Val Padana, e, in misura minore, di gruppi finanziari e industriali, il fascismo si riprese assumendo sul piano organizzativo il volto dello squadrismo.

Uno squadrismo tollerato, quando non aiutato dalle istituzioni dello Stato.

Sul piano ideologico il fascismo lasciò cadere le pregiudiziali contro la monarchia e la chiesa cattolica.

L’ambiguità ideologica diventerà, da questo punto in avanti, una costante del pensiero fascista che si articolerà in una complessa varietà di posizioni.

Lo stesso Mussolini, del resto, non nasconderà mai il proprio “relativismo” sul terreno filosofico – politico.

Davanti al ripiegare del movimento socialista, però, il fascismo si schiera in modo esplicito all’estrema destra.

I liberali, ormai in pieno disfacimento, credettero di poter compiere un’operazione d’inserimento del fascismo nelle istituzioni attraverso un processo di progressiva integrazione e assorbimento “nella legalità” e ne favorirono, attraverso la presentazione di liste di “Blocco Nazionale”, l’ingresso in Parlamento con le elezioni del maggio 1921.

Un’analisi rivelatasi, alla fine, del tutto fallace.

Con l’ingresso in Parlamento il fascismo si avvia alla trasformazione in partito che viene formato (con la denominazione Partito Nazionale Fascista) nel Novembre del 1921.

Il PNF teorizzò, da subito, quello che sarà definito “doppio binario”, quello legale e quello insurrezionale e l’ascesa al potere avvenne in una forma a metà dei due versanti con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Giunto al potere, mentre si dedicava all’edificazione delle strutture istituzionali di un regime poi giudicato a posteriori di imperfetta vocazione totalitaria, il fascismo affrontò l’elaborazione di un apparato teorico – politico.

Ma l’intellettualità fascista era costituita, in primo luogo, non da ideologi ma da organizzatori.

Lo stesso filosofo Giovanni Gentile, entrato nel primo governo Mussolini e autore di quella che è stata definita la “più fascista delle riforme” quella della scuola, svolse lungo il ventennio un ruolo di straordinario organizzatore culturale.

Un ruolo di organizzatore culturale che gli consentì di egemonizzare gran parte del ceto intellettuale italiano.

Sul piano teorico Gentile fu un convinto sostenitore della continuità tra il liberalismo classico, incarnato nell’Italia della “destra storica”, e il fascismo: la “storicità” del fascismo (cui si contrapponeva il bolscevismo con la sua “antistoricità”) avrebbe dovuto dimostrare, partendo dalla volontà di conciliare le esigenze dell’individuo e quelle dello Stato (in un processo di subordinazione dell’una verso l’altra), la possibilità di realizzazione dello Stato Etico.

La Stato delineato da Alfredo Rocco, invece, fu tratteggiato in termini più marcatamente organicistici.

Lo Stato fu considerato come il “grande tutto”: in esso sarebbe stata superata la lotta di classe per proiettarsi, poi, grazie alla riconquistata solidarietà nazionale, nella competizione internazionale in nome della potenza demografica e del destino della nazione.

Tra Gentile e Rocco, comunque, la differenza – sul piano delle prospettive tendenziali – risultarono, alla fine, sfumate o comunque unificate, in primo luogo, dal punto vero di intersezione delle anime del fascismo: quello relativo al culto del “Duce”.

Il “Duce” rappresentava la guida che tracciava il cammino, il capo assoluto.

Accanto al mussolinismo, lo statalismo fu il dato unificante del fascismo.

Pur rimanendo rilevante il peso del PNF e delle sue gerarchie, fu lo Stato a prevalere, anche sul piano teorico.

Lo stesso dibattito, del resto molto vivace, sul corporativismo, pur mettendo in luce una pluralità di posizioni (dalla rigida gabbia statuale prevista da Rocco, fino alla “corporazione proprietaria” di Ugo Spirito), finì con l’assestarsi nella forma più blanda sostenuta da Bottai rispetto a quella propugnata da Alfredo Rocco.

In questo ambito è possibile richiamare la discussione sui caratteri del corporativismo come alternativa sia al capitalismo, sia al bolscevismo.

In questo senso il fascismo tese a presentarsi come squisitamente “italiano” e “romano”, avendo ben presente una linea di anti-europeismo e di anti-americanismo: una posizione già presente nel Mussolini ante 1922 che finiva con il fondersi con la polemica “anti rivoluzione francese”.

L’alleanza con la Germania hitleriana e l’intervento nella seconda guerra mondiale, accentuarono i caratteri ideologici propri del fascismo degli esordi, come il bellicismo e, di converso, fecero emergere tratti ideologici propri di quella successiva fase rimasti in ombra quali il razzismo e l’antisemitismo.

Alcuni di questi caratteri, ma soprattutto il rifiuto della democrazia e la lotta senza quartiere proclamata al bolscevismo, consentirono di identificare un ruolo internazionale del fascismo, attivo in Europa, e felicemente definito da Palmiro Togliatti come “regime reazionario di massa”.

Una definizione che ha consentito, anche dopo la caduta del regime, di leggere il fenomeno del fascismo in senso transpolitico, come una sorta di cesarismo tipico del XX secolo basato su di un capo carismatico.

Un capo carismatico che portava avanti la ricerca del consenso delle masse attraverso una strumentazione di tipo propagandistico e pedagogico, l’adozione di slogan rivoluzionari (intensi per lo più in una direzione aggressivamente nazionalistica) nemica tanto della democrazia quanto del comunismo.

In ogni caso le interpretazioni del fascismo puntano oggi a una articolazione di giudizio (ben oltre la rigida definizione di Dimitrov: “Dittatura terroristica degli elementi reazionari, più sciovinistici e più imperialistici del capitale finanziario”).

Queste interpretazioni si pongono in relazione all’analisi socio – politica del nesso tra fascismo e classi sociali, con particolare riguardo alle classi medie, insistendo molto (anche grazie agli spunti offerti da Adorno e da Horkheimer) sulla tema della personalità autoritaria e su di un presunto ruolo “modernizzatore”.

Quanto di questi fermenti ancora agiscono, o possono continuare ad agire ed essere riattualizzati oggi all’interno del sistema politico italiano, dovrebbe essere compito degli analisti più attenti: forse è proprio il caso di richiamare, comunque, il massimo dell’attenzione rivolta all’analisi del passato.

Franco Astengo

(Principali autori di riferimento: Palmiro Togliatti, Ernst Nolte, Angelo D’Orsi, Renzo De Felice).

 

BICAMERALISMO E LEGGE ELETTORALE

Il prof. Roberto D’Alimonte, presidente della Società Italiana di Studi elettorali, dalle colonne del “Sole 24 Ore” interviene nel dibattito sulle riforme istituzionali proponendo, in sostanza, di affrontare preventivamente il tema del bicameralismo ritenuto “perfetto” e in realtà “ridondante” rispetto al tema – ritenuto dai più urgentissimo – della legge elettorale.

L’argomento del bicameralismo è trattato ormai da moltissimo tempo (compresa la Commissione Bicamerale per le riforme del 1997) ma mai affrontato davvero, soprattutto sotto l’aspetto concreto di una proposta di soluzione: Camera delle Regioni, Senato delle Autonomie, elezione di secondo grado riservata ai Consigli Regionali oppure all’insieme del sistema degli Enti Locali? Competenze decisionali riservate a precisi comparti e consultive rispetto ad altri?

Tutti interrogativi non sciolti nel tempo e che si sono accumulati formando una serie di nodi di difficile risoluzione.

Nel suo intervento il prof.D’Alimonte indica due obiettivi che sarebbero automaticamente raggiunti attraverso questo tipo di riforma: la riduzione del numero dei parlamentari e lo snellimento del procedimento legislativo.

E’ omesso, invece, un passaggio che invece risulta determinante per l’intero discorso: la fiducia al Governo sarebbe ovviamente votata da un solo ramo del Parlamento, nel caso la Camera dei Deputati.

Si tratterebbe di una modificazione fondamentale nell’intera architettura istituzionale che porrebbe una questione, a mio giudizio, altrettanto fondamentale posta proprio sul terreno della capacità di rappresentanza politica del Parlamento e, di conseguenza, al riguardo della legge elettorale.

Il punto che intendo sollevare, infatti, può essere così riassunto.

 L’eventuale passaggio dal bicameralismo “ridondante” a una forma diversa di relazione tra le due Camere, sia rispetto al voto di fiducia sia al riguardo della produzione legislativa, pone un interrogativo di fondo: rimane intatto il dato costituzionale indicante la forma parlamentare della Repubblica?

Forma parlamentare che, in questo momento, è posta in fortissima discussione dal montare di una tensione presidenzialista, alimentata soprattutto dalla gestione dell’ufficio da parte di Giorgio Napolitano.

La questione della legge elettorale che, almeno da vent’anni a questa parte (risale al 18 aprile 1993 il referendum sulla modifica del sistema elettorale del Senato che aprì la strada al deleterio passaggio dal proporzionale al maggioritario) è stata affrontata in termini di convenienza per le forze politiche in campo che hanno formato una sorta di “partito di cartello” considerando la “governabilità” come fine esaustivo della politica, è strettamente legata al tema della Repubblica parlamentare.

La Camera dei deputati posta nelle condizione di essere la sola depositaria della facoltà di votare la fiducia al Governo come dovrà misurarsi, in questa nuova condizione, rispetto al dettato costituzionale che indica – appunto -la forma della Repubblica parlamentare?

Se l’intenzione è quella di rispettare questo dato della Repubblica parlamentare e non di sostituirla con una forma di governo sostanzialmente presidenzialista magari introducendo l’elezione diretta e sostituendo il voto di fiducia con un semplice voto di ratifica), allora sarà necessaria una riforma della legge elettorale nel senso del recupero pieno della rappresentatività delle principali “sensibilità”politiche nel Paese (il famoso richiamo al “parlamento specchio del paese” di togliattiana memoria) imponendosi un ragionamento attorno ad un sistema elettorale di tipo proporzionale.

Un sistema elettorale di tipo proporzionale si impone anche (e soprattutto) per via della fase di riallineamento che è in atto all’interno del sistema politico italiano, laddove il sistema di relazioni tra le forze politiche appare ancora del tutto in via di assestamento e il sistema di coalizioni “coatte” imposto dalla legge del 2005 ha fornito fin qui pessima prova.

Due argomenti da affrontare con profondità d’analisi e di giudizio, quello del bicameralismo e della legge elettorale, che ruotano attorno al tema del rispetto del dettato costituzionale nel senso del mantenimento, a mio giudizio del tutto decisivo per le sorti della democrazia, dell’impianto parlamentare della Repubblica.

Franco Astengo

CONTESA EUROPEA E CRISI DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO

Un’analisi minimamente più approfondita di quella realizzata registrando semplicemente i dati di cronaca via accumulatisi nel corso di questi giorni di febbrili consultazioni intorno al nodo dell’eventualità di un nuovo governo in Italia ci indica che, con tutta probabilità, in nessun momento il Presidente della Repubblica, Napolitano, abbia mai avuto l’intenzione davvero di conferire un incarico.

Quest’affermazione deriva da una costatazione di fatto: in Europa, nelle sedi che contano, lo scenario italiano post-elettorale era già stato stabilito e da quello schema, alla fine, non ci si è discostati.

Lo scenario in questione, accompagnato dalla pubblicazione di sondaggi estremamente mirati (addirittura nei momenti immediatamente seguiti alla chiusura delle urne, il 25 Febbraio scorso, sono stati diffusi dei presunti exit-poll che li ricalcavano pedissequamente), prevedeva sì un risultato “nullo” nella distribuzione dei seggi al Senato della Repubblica, ma essendo decisiva per la formazione della maggioranza la Lista Monti: un esito che avrebbe favorito, alla fine, l’assoluta continuità con l’esecutivo nominato, in una situazione costituzionale del tutto border-line, nel Novembre 2011.

Il massiccio voto ottenuto dal M5S (i cui esponenti, in verità, nel corso della campagna elettorale avevano sempre denunciato il fatto di essere stati sottovalutati) e la caduta, impressionante, del PD (un salasso di tre milioni e mezzo di voti) gonfiato come una rana da sondaggi rivelatisi alla fine del tutto sproporzionati (mi era capito di scrivere: “Alla fine a rimetterci saranno i sondaggisti”) e la vera e propria “debacle” della lista Monti hanno, quindi, costretto i reggitori della fila a equilibrismi davvero difficili, anche se alla fine il risultato è stato portato a casa, almeno provvisoriamente.

Altro che “veti incrociati”, somma di “no”, ecc, ecc: ma rispetto di un copione molto rigido.

Un copione dettato da due esigenze ineludibili, almeno a livello europeo:

1)      Il mantenimento del rapporto, ormai del tutto squilibrato a livello internazionale, tra il prevalere dell’economia sulla politica. E di questa economia, incentrata sulla finanziarizzazione e il conseguente dominio delle banche (verrebbe da citare prima Brecht che Hilferding) sono emersi i parametri veri sui quali è stata costruita questa crisi che alla fine, se ci sarà una fine, mostrerà chiaramente i suoi vincitori e i suoi vinti. Un modello economico sul quale sono stati costruiti i trattati europei (non a caso riuscì Maastricht, e fallirono quelli tesi alla costituzionalizzazione del modello politico dell’Unione) e al riguardo del quali, per quel che concerne la situazione italiana, ci sarebbero da chiedere informazioni a Ciampi e Prodi veri autori dell’infilarsi dell’Italia in questo tunnel. L’inversione della rotta sul terreno europeo dovrebbe rappresentare il primo compito di una sinistra, soprattutto di quella sedicente riformista, degna di questo nome;

2)      Il trasferimento del “deficit democratico” europeo anche all’interno del sistema politico italiano. L’andamento delle consultazioni di queste settimane è stato, in questo senso, fortemente indicativo: ne è uscito rafforzato il ruolo presidenziale, svilita ulteriormente la funzione del Parlamento (l’elezione delle cui cariche di vertice tra l’altro è stata giocata semplicemente in funzione della trattativa) addirittura negandone l’agibilità legislativa in assenza di governo. Realizzando, infine, un triplice obiettivo: il rafforzamento dell’idea presidenziale (ormai vecchio pallino del centrosinistra, già corifeo non pentito del sistema elettorale maggioritario. Quanto al presidenzialismo, nella sua versione semipresidenziale “alla francese” era già stato incluso nei dettami della Commissione Bicamerale presieduta, nel 1997, da Massimo D’Alema), il “continuum” di un modello di governabilità costruito al di fuori dalle aule parlamentari, la costruzione di una sorta di Areopago (la commissione dei cosiddetti “saggi”) che, al di là del giudizio (desolato) sulle soggettività, si muove in perfetta continuità con l’idea della Commissione Europea, “nominata” dai governi e non eletta da cittadini che si limitano a indicare i membri di un organismo poco più che consultivo quale il Parlamento Europeo.

Questa sommaria ricostruzione d’analisi in questo frangente che, a mio giudizio, dimostra una cosa e ne indica un’altra: prima di tutto l’assoluta superficialità di impatto della contestazione “grillina” che si muove su di un terreno del tutto esterno alla concretezza dei fatti sul terreno economico e, per contro, del tutto conseguente con l’idea presidenziale e di riduzione nel rapporto tra politica e società che risulta, alla prova dei fatti, il fondamento teorico di questa forte operazione di restringimento della democrazia, in particolare del modello indicato dall’ancora vigente e negletta Costituzione repubblicana.

In secondo luogo, almeno per i marxisti ma anche per chi più genericamente si proclama “di sinistra” con altrettanto vaghe ambizioni anti-liberiste (si sono rispolverati, sicuramente in maniera opportuna, Lord Keynes e il “New Deal”) la necessità di ripartire da un dato: il meccanismo di “ricollocazione di classe” (ho usato molto spesso questo termine, negli ultimi tempi, ma non ho alcun timore di ripetermi) che questa gestione della crisi sta producendo. Da quel punto, da una rinnovata “identità di classe”, si potrà ricostruire una teoria e una pratica politica autonome, in grado di far sviluppare ipotesi e pratiche in grado di indicare, da un  lato un orizzonte di trasformazione, e dall’altro la praticabilità di una alternativa al riguardo della quale tornare a essere in grado di esercitare egemonia culturale.

Franco Astengo

Una premessa: quanti vorranno rintracciare in questo, sia pure tra le righe, elementi di comparazione con l’attualità potrebbero anche essere, maliziosamente, nel giusto.

 

Il termine fascismo nasce con i Fasci siciliani (1891 – 1893), ma la prima fortuna politica di questo appellativo si colloca tra il 1914 e il 1919, a partire dai Fasci di azione rivoluzionaria, che propagandavano l’intervento italiano nella prima guerra mondiale, precedendo quindi l’adunata dei Fasci di combattimento di Milano del 23 Marzo 1919, atto di nascita del movimento mussoliniano.

Il fascismo nasce, quindi, come organizzazione di reduci dalla guerra rimasti ai margini nel processo di riorganizzazione della vita pubblica nell’immediato dopoguerra, riorganizzazione fondata sui nuovi grandi partiti di massa e sulla convivenza tra questi e gli antichi ceti notabilari dell’Italia liberale.

I reduci di guerra si mossero così sulla base di contorni politici piuttosto vaghi, prevalentemente rappresentativa di ceti intermedi, all’insegna di slogan che oggi potremmo riassumere come quelli della “rottamazione” o del “tutti a casa”.

Il fascismo, in questo modo si inserì, nei primordi, in un filone di generico ribellismo, schierandosi tuttavia da subito su di una linea violentemente anti-socialista e anti – democratica, all’insegna di una non meglio precisata “selezione di valori”.

Il fascismo respinse ogni egualitarismo e in tale senso la paternità ideologica del fascismo deve essere attribuita, in larga parte, al nazionalismo.

Non a caso proprio il nazionalista Alfredo Rocco sarà, più tardi, l’autentico “architetto” del fascismo diventato regime.

Nella sua prima formulazione l’ideologia dei fasci apparve debitrice anche verso movimenti come il futurismo e l’arditismo, esaltatori dell’italianità della guerra e della giovinezza, e portatori di un generico rifiuto della “normalità” borghese (in questo senso, sempre riferendoci agli esordi, esiste una possibilità di comparazione sul piano internazionale con l’Action Francais di Maurras).

Dopo il fiasco elettorale del novembre 1919, dall’autunno del 1920, grazie ai massicci finanziamenti di organizzazioni agrarie, soprattutto in Val Padana, e, in misura minore, di gruppi finanziari e industriali, il fascismo si riprese assumendo sul piano organizzativo il volto dello squadrismo.

Uno squadrismo tollerato, quando non aiutato dalle istituzioni dello Stato.

Sul piano ideologico il fascismo lasciò cadere le pregiudiziali contro la monarchia e la chiesa cattolica.

L’ambiguità ideologica diventerà, da questo punto in avanti, una costante del pensiero fascista che si articolerà in una complessa varietà di posizioni.

Lo stesso Mussolini, del resto, non nasconderà mai il proprio “relativismo” sul terreno filosofico – politico.

Davanti al ripiegare del movimento socialista, però, il fascismo si schiera in modo esplicito all’estrema destra.

I liberali, ormai in pieno disfacimento, credettero di poter compiere un’operazione d’inserimento del fascismo nelle istituzioni attraverso un processo di progressiva integrazione e assorbimento “nella legalità” e ne favorirono, attraverso la presentazione di liste di “Blocco Nazionale”, l’ingresso in Parlamento con le elezioni del maggio 1921.

Un’analisi rivelatasi, alla fine, del tutto fallace.

Con l’ingresso in Parlamento il fascismo si avvia alla trasformazione in partito che viene formato (con la denominazione Partito Nazionale Fascista) nel Novembre del 1921.

Il PNF teorizzò, da subito, quello che sarà definito “doppio binario”, quello legale e quello insurrezionale e l’ascesa al potere avvenne in una forma a metà dei due versanti con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Giunto al potere, mentre si dedicava all’edificazione delle strutture istituzionali di un regime poi giudicato a posteriori di imperfetta vocazione totalitaria, il fascismo affrontò l’elaborazione di un apparato teorico – politico.

Ma l’intellettualità fascista era costituita, in primo luogo, non da ideologi ma da organizzatori.

Lo stesso filosofo Giovanni Gentile, entrato nel primo governo Mussolini e autore di quella che è stata definita la “più fascista delle riforme” quella della scuola, svolse lungo il ventennio un ruolo di straordinario organizzatore culturale.

Un ruolo di organizzatore culturale che gli consentì di egemonizzare gran parte del ceto intellettuale italiano.

Sul piano teorico Gentile fu un convinto sostenitore della continuità tra il liberalismo classico, incarnato nell’Italia della “destra storica”, e il fascismo: la “storicità” del fascismo (cui si contrapponeva il bolscevismo con la sua “antistoricità”) avrebbe dovuto dimostrare, partendo dalla volontà di conciliare le esigenze dell’individuo e quelle dello Stato (in un processo di subordinazione dell’una verso l’altra), la possibilità di realizzazione dello Stato Etico.

La Stato delineato da Alfredo Rocco, invece, fu tratteggiato in termini più marcatamente organicistici.

Lo Stato fu considerato come il “grande tutto”: in esso sarebbe stata superata la lotta di classe per proiettarsi, poi, grazie alla riconquistata solidarietà nazionale, nella competizione internazionale in nome della potenza demografica e del destino della nazione.

Tra Gentile e Rocco, comunque, la differenza – sul piano delle prospettive tendenziali – risultarono, alla fine, sfumate o comunque unificate, in primo luogo, dal punto vero di intersezione delle anime del fascismo: quello relativo al culto del “Duce”.

Il “Duce” rappresentava la guida che tracciava il cammino, il capo assoluto.

Accanto al mussolinismo, lo statalismo fu il dato unificante del fascismo.

Pur rimanendo rilevante il peso del PNF e delle sue gerarchie, fu lo Stato a prevalere, anche sul piano teorico.

Lo stesso dibattito, del resto molto vivace, sul corporativismo, pur mettendo in luce una pluralità di posizioni (dalla rigida gabbia statuale prevista da Rocco, fino alla “corporazione proprietaria” di Ugo Spirito), finì con l’assestarsi nella forma più blanda sostenuta da Bottai rispetto a quella propugnata da Alfredo Rocco.

In questo ambito è possibile richiamare la discussione sui caratteri del corporativismo come alternativa sia al capitalismo, sia al bolscevismo.

In questo senso il fascismo tese a presentarsi come squisitamente “italiano” e “romano”, avendo ben presente una linea di anti-europeismo e di anti-americanismo: una posizione già presente nel Mussolini ante 1922 che finiva con il fondersi con la polemica “anti rivoluzione francese”.

L’alleanza con la Germania hitleriana e l’intervento nella seconda guerra mondiale, accentuarono i caratteri ideologici propri del fascismo degli esordi, come il bellicismo e, di converso, fecero emergere tratti ideologici propri di quella successiva fase rimasti in ombra quali il razzismo e l’antisemitismo.

Alcuni di questi caratteri, ma soprattutto il rifiuto della democrazia e la lotta senza quartiere proclamata al bolscevismo, consentirono di identificare un ruolo internazionale del fascismo, attivo in Europa, e felicemente definito da Palmiro Togliatti come “regime reazionario di massa”.

Una definizione che ha consentito, anche dopo la caduta del regime, di leggere il fenomeno del fascismo in senso transpolitico, come una sorta di cesarismo tipico del XX secolo basato su di un capo carismatico.

Un capo carismatico che portava avanti la ricerca del consenso delle masse attraverso una strumentazione di tipo propagandistico e pedagogico, l’adozione di slogan rivoluzionari (intensi per lo più in una direzione aggressivamente nazionalistica) nemica tanto della democrazia quanto del comunismo.

In ogni caso le interpretazioni del fascismo puntano oggi a una articolazione di giudizio (ben oltre la rigida definizione di Dimitrov: “Dittatura terroristica degli elementi reazionari, più sciovinistici e più imperialistici del capitale finanziario”).

Queste interpretazioni si pongono in relazione all’analisi socio – politica del nesso tra fascismo e classi sociali, con particolare riguardo alle classi medie, insistendo molto (anche grazie agli spunti offerti da Adorno e da Horkheimer) sulla tema della personalità autoritaria e su di un presunto ruolo “modernizzatore”.

Quanto di questi fermenti ancora agiscono, o possono continuare ad agire ed essere riattualizzati oggi all’interno del sistema politico italiano, dovrebbe essere compito degli analisti più attenti: forse è proprio il caso di richiamare, comunque, il massimo dell’attenzione rivolta all’analisi del passato.

Franco Astengo

(Principali autori di riferimento: Palmiro Togliatti, Ernst Nolte, Angelo D’Orsi, Renzo De Felice).

 

BICAMERALISMO E LEGGE ELETTORALE

Il prof. Roberto D’Alimonte, presidente della Società Italiana di Studi elettorali, dalle colonne del “Sole 24 Ore” interviene nel dibattito sulle riforme istituzionali proponendo, in sostanza, di affrontare preventivamente il tema del bicameralismo ritenuto “perfetto” e in realtà “ridondante” rispetto al tema – ritenuto dai più urgentissimo – della legge elettorale.

L’argomento del bicameralismo è trattato ormai da moltissimo tempo (compresa la Commissione Bicamerale per le riforme del 1997) ma mai affrontato davvero, soprattutto sotto l’aspetto concreto di una proposta di soluzione: Camera delle Regioni, Senato delle Autonomie, elezione di secondo grado riservata ai Consigli Regionali oppure all’insieme del sistema degli Enti Locali? Competenze decisionali riservate a precisi comparti e consultive rispetto ad altri?

Tutti interrogativi non sciolti nel tempo e che si sono accumulati formando una serie di nodi di difficile risoluzione.

Nel suo intervento il prof.D’Alimonte indica due obiettivi che sarebbero automaticamente raggiunti attraverso questo tipo di riforma: la riduzione del numero dei parlamentari e lo snellimento del procedimento legislativo.

E’ omesso, invece, un passaggio che invece risulta determinante per l’intero discorso: la fiducia al Governo sarebbe ovviamente votata da un solo ramo del Parlamento, nel caso la Camera dei Deputati.

Si tratterebbe di una modificazione fondamentale nell’intera architettura istituzionale che porrebbe una questione, a mio giudizio, altrettanto fondamentale posta proprio sul terreno della capacità di rappresentanza politica del Parlamento e, di conseguenza, al riguardo della legge elettorale.

Il punto che intendo sollevare, infatti, può essere così riassunto.

L’eventuale passaggio dal bicameralismo “ridondante” a una forma diversa di relazione tra le due Camere, sia rispetto al voto di fiducia sia al riguardo della produzione legislativa, pone un interrogativo di fondo: rimane intatto il dato costituzionale indicante la forma parlamentare della Repubblica?

Forma parlamentare che, in questo momento, è posta in fortissima discussione dal montare di una tensione presidenzialista, alimentata soprattutto dalla gestione dell’ufficio da parte di Giorgio Napolitano.

La questione della legge elettorale che, almeno da vent’anni a questa parte (risale al 18 aprile 1993 il referendum sulla modifica del sistema elettorale del Senato che aprì la strada al deleterio passaggio dal proporzionale al maggioritario) è stata affrontata in termini di convenienza per le forze politiche in campo che hanno formato una sorta di “partito di cartello” considerando la “governabilità” come fine esaustivo della politica, è strettamente legata al tema della Repubblica parlamentare.

La Camera dei deputati posta nelle condizione di essere la sola depositaria della facoltà di votare la fiducia al Governo come dovrà misurarsi, in questa nuova condizione, rispetto al dettato costituzionale che indica – appunto -la forma della Repubblica parlamentare?

Se l’intenzione è quella di rispettare questo dato della Repubblica parlamentare e non di sostituirla con una forma di governo sostanzialmente presidenzialista magari introducendo l’elezione diretta e sostituendo il voto di fiducia con un semplice voto di ratifica), allora sarà necessaria una riforma della legge elettorale nel senso del recupero pieno della rappresentatività delle principali “sensibilità”politiche nel Paese (il famoso richiamo al “parlamento specchio del paese” di togliattiana memoria) imponendosi un ragionamento attorno ad un sistema elettorale di tipo proporzionale.

Un sistema elettorale di tipo proporzionale si impone anche (e soprattutto) per via della fase di riallineamento che è in atto all’interno del sistema politico italiano, laddove il sistema di relazioni tra le forze politiche appare ancora del tutto in via di assestamento e il sistema di coalizioni “coatte” imposto dalla legge del 2005 ha fornito fin qui pessima prova.

Due argomenti da affrontare con profondità d’analisi e di giudizio, quello del bicameralismo e della legge elettorale, che ruotano attorno al tema del rispetto del dettato costituzionale nel senso del mantenimento, a mio giudizio del tutto decisivo per le sorti della democrazia, dell’impianto parlamentare della Repubblica.

>Franco Astengo

CONTESA EUROPEA E CRISI DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO

Un’analisi minimamente più approfondita di quella realizzata registrando semplicemente i dati di cronaca via accumulatisi nel corso di questi giorni di febbrili consultazioni intorno al nodo dell’eventualità di un nuovo governo in Italia ci indica che, con tutta probabilità, in nessun momento il Presidente della Repubblica, Napolitano, abbia mai avuto l’intenzione davvero di conferire un incarico.

Quest’affermazione deriva da una costatazione di fatto: in Europa, nelle sedi che contano, lo scenario italiano post-elettorale era già stato stabilito e da quello schema, alla fine, non ci si è discostati.

Lo scenario in questione, accompagnato dalla pubblicazione di sondaggi estremamente mirati (addirittura nei momenti immediatamente seguiti alla chiusura delle urne, il 25 Febbraio scorso, sono stati diffusi dei presunti exit-poll che li ricalcavano pedissequamente), prevedeva sì un risultato “nullo” nella distribuzione dei seggi al Senato della Repubblica, ma essendo decisiva per la formazione della maggioranza la Lista Monti: un esito che avrebbe favorito, alla fine, l’assoluta continuità con l’esecutivo nominato, in una situazione costituzionale del tutto border-line, nel Novembre 2011.

Il massiccio voto ottenuto dal M5S (i cui esponenti, in verità, nel corso della campagna elettorale avevano sempre denunciato il fatto di essere stati sottovalutati) e la caduta, impressionante, del PD (un salasso di tre milioni e mezzo di voti) gonfiato come una rana da sondaggi rivelatisi alla fine del tutto sproporzionati (mi era capito di scrivere: “Alla fine a rimetterci saranno i sondaggisti”) e la vera e propria “debacle” della lista Monti hanno, quindi, costretto i reggitori della fila a equilibrismi davvero difficili, anche se alla fine il risultato è stato portato a casa, almeno provvisoriamente.

Altro che “veti incrociati”, somma di “no”, ecc, ecc: ma rispetto di un copione molto rigido.

Un copione dettato da due esigenze ineludibili, almeno a livello europeo:

1)     Il mantenimento del rapporto, ormai del tutto squilibrato a livello internazionale, tra il prevalere dell’economia sulla politica. E di questa economia, incentrata sulla finanziarizzazione e il conseguente dominio delle banche (verrebbe da citare prima Brecht che Hilferding) sono emersi i parametri veri sui quali è stata costruita questa crisi che alla fine, se ci sarà una fine, mostrerà chiaramente i suoi vincitori e i suoi vinti. Un modello economico sul quale sono stati costruiti i trattati europei (non a caso riuscì Maastricht, e fallirono quelli tesi alla costituzionalizzazione del modello politico dell’Unione) e al riguardo del quali, per quel che concerne la situazione italiana, ci sarebbero da chiedere informazioni a Ciampi e Prodi veri autori dell’infilarsi dell’Italia in questo tunnel. L’inversione della rotta sul terreno europeo dovrebbe rappresentare il primo compito di una sinistra, soprattutto di quella sedicente riformista, degna di questo nome;
Il trasferimento del “deficit democratico” europeo anche all’interno del sistema politico italiano. L’andamento delle consultazioni di queste settimane è stato, in questo senso, fortemente indicativo: ne è uscito rafforzato il ruolo presidenziale, svilita ulteriormente la funzione del Parlamento (l’elezione delle cui cariche di vertice tra l’altro è stata giocata semplicemente in funzione della trattativa) addirittura negandone l’agibilità legislativa in assenza di governo. Realizzando, infine, un triplice obiettivo: il rafforzamento dell’idea presidenziale (ormai vecchio pallino del centrosinistra, già corifeo non pentito del sistema elettorale maggioritario. Quanto al presidenzialismo, nella sua versione semipresidenziale “alla francese” era già stato incluso nei dettami della Commissione Bicamerale presieduta, nel 1997, da Massimo D’Alema), il “continuum” di un modello di governabilità costruito al di fuori dalle aule parlamentari, la costruzione di una sorta di Areopago (la commissione dei cosiddetti “saggi”) che, al di là del giudizio (desolato) sulle soggettività, si muove in perfetta continuità con l’idea della Commissione Europea, “nominata” dai governi e non eletta da cittadini che si limitano a indicare i membri di un organismo poco più che consultivo quale il Parlamento Europeo.

Questa sommaria ricostruzione d’analisi in questo frangente che, a mio giudizio, dimostra una cosa e ne indica un’altra: prima di tutto l’assoluta superficialità di impatto della contestazione “grillina” che si muove su di un terreno del tutto esterno alla concretezza dei fatti sul terreno economico e, per contro, del tutto conseguente con l’idea presidenziale e di riduzione nel rapporto tra politica e società che risulta, alla prova dei fatti, il fondamento teorico di questa forte operazione di restringimento della democrazia, in particolare del modello indicato dall’ancora vigente e negletta Costituzione repubblicana.

In secondo luogo, almeno per i marxisti ma anche per chi più genericamente si proclama “di sinistra” con altrettanto vaghe ambizioni anti-liberiste (si sono rispolverati, sicuramente in maniera opportuna, Lord Keynes e il “New Deal”) la necessità di ripartire da un dato: il meccanismo di “ricollocazione di classe” (ho usato molto spesso questo termine, negli ultimi tempi, ma non ho alcun timore di ripetermi) che questa gestione della crisi sta producendo. Da quel punto, da una rinnovata “identità di classe”, si potrà ricostruire una teoria e una pratica politica autonome, in grado di far sviluppare ipotesi e pratiche in grado di indicare, da un  lato un orizzonte di trasformazione, e dall’altro la praticabilità di una alternativa al riguardo della quale tornare a essere in grado di esercitare egemonia culturale.

Franco Astengo

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