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La disperazione della plebe

UNA RIFLESSIONE SU INDICI ISTAT, SENTENZA THYSSEN KRUPP, ILVA DI TARANTO.

 

Tre fatti sono emersi, nel corso di questi ultimi giorni mentre il dibattito corrente appariva tutto incentrato sull’esito delle elezioni.

Ci riferiamo alla pubblicazione dei dati ISTAT sulla disoccupazione, alla sentenza d’appello per la strage alla Thyssen Krupp, all’ennesimo omicidio consumato a Taranto, epicentro visibile della contraddizione legata allo sfruttamento, arrivata e porre compiutamente il tema della vita o della morte dentro e fuori la fabbrica.

Naturalmente si tratta di fatti da analizzare, interpretare, provvisti di particolari sfaccettature nel loro impatto politico e sociale.

Questa volta, però, non vogliamo davvero andare per il sottile.

Si tratta, infatti, di episodi che non soltanto richiamano l’esistenza concreta del peso della contraddizione di classe, nella sua accezione davvero “di scuola”: creazione dell’esercito di riserva, sopraffazione attuata in combutta tra padroni ed esercizio di una presunta “giustizia”, dominio dell’idea del profitto che arriva, nella sua determinazione davvero assassina, a non trovare ostacoli nella sua affermazione neppure davanti al tragico dilemma tra la vita e la morte.

Profitto uguale morte, verrebbe da scrivere: ancora una volta la plebe è considerata carne da macello, come sulle trincee della “grande guerra”: la guerra della sopravvivenza quotidiana.

Ci troviamo dentro ad una fase storica che per chi ha vissuto l’era dello sviluppo della tecnologia e la trasformazione della società occidentale nell’ultimo secolo appare davvero dai tratti inediti: ci troviamo di fronte, infatti, a una regressione “storica”, laddove non s’intravedono barlumi di prospettiva contraria all’immiserimento di massa, così come sta avvenendo proprio qui nel cuore della vecchia Europa, quella del “modello renano”.

Abbiamo avuto a disposizione, nel corso del secolo trascorso e di quello precedente, formidabili strumenti teorici forniti da grandi scienziati dell’agire sociale e della politica che avevano aiutato a capire quale fosse l’orientamento dell’avversario e come ci si dovesse muovere per contrastarlo e proporre un’alternativa.

Tutto questo oggi appare smarrito e la condizione dei ceti sfruttati (in tutta la dimensione del moderno sfruttamento, nella struttura come nella sovrastruttura) appare tornare a essere quella individuata da Babuef mentre preparava la sua “Congiura degli Eguali”: quella della plebe. Ancora antecedente a quella del proletariato industriale.

Certo quella teoria, al riguardo dell’origine della diseguaglianza, appare semplicisticamente moralistica: le cause della diseguaglianza soni individuate nei due grandi vizi dell’animo umano, la cupidigia e l’ambizione che hanno dato origine alla proprietà privata e che dal permanere di questo istituto sono continuamente alimentati.

Non è forse così ancor oggi: cupidigia e ambizione che nascono dall’egoismo della volontà di sopraffazione e che vediamo nascere, prima ancora che dall’analisi anatomica della composizione sociale e dalle manifestazioni politiche, proprio dalle caratteristiche morali e culturali della classe degli sfruttatori e dei loro corifei intellettuali, televisivi, sul web, più o meno letterari.

Indici Istat sulla disoccupazione, sentenza Thyssen Krupp, Ilva di Taranto: quella trascorsa è stata la “nostra” settimana laica di passione, una tra le tante, una fra tutte.

Una settimana che ha coinciso con il ricordo del grande sciopero del 1 Marzo 1944, allorquando gli operai delle grandi fabbriche del Nord, a Milano, Torino, Genova, Sesto San Giovanni, Savona, Biella, seppero sfidare l’occupazione nazi-fascista reclamando la pace e la democrazia: pagarono un enorme tributo di sangue, nelle deportazioni di massa verso il campo di Mauthausen ma riuscirono ad affermare la loro piena dignità di soggetti capaci di ribellarsi all’oppressione e allo sfruttamento.

CGIL-CISL-UIL rispetto ai fatti che abbiamo cercato di elencare sono apparse del tutto assenti. La CGIL in questa campagna elettorale si è limitata a organizzare uno spot elettorale per il centrosinistra mascherandolo da “conferenza programmatica, con l’obiettivo di lanciare addirittura un nuovo “Piano del Lavoro” come quello di Di Vittorio nel 1949. Ma della CGIL nella società italiana, dal punto di vista della proposta, non vi è traccia alcuna.

La classe operaia, gli sfruttati in tutte le dimensioni, la “plebe” appare soffocata dal “politicismo” di presunti gruppi dirigenti del tutto parassitari: ce n’è da vendere, almeno a nostro giudizio, per reclamare l’apertura di una pagina nuova fondata sull’idea di una sovrastruttura politica legata direttamente, nel suo orientamento di fondo e nella sua pratica organizzativa, alla realtà drammatica di questo gigantesco processo di ricollocazione sociale. Non vogliamo tornare indietro: da proletariato non possiamo ridefinirci “plebe”.

La nostra storia reclama uno scatto di orgoglio e di dignità.

Franco Astengo

BUON 8 MARZO DI LOTTA PER I DIRITTI DI TUTTE E DI TUTTI

8 Marzo 2013: la Festa della Donna arriva in un momento storico molto particolare, inedito nel dipanarsi delle vicende legate all’emancipazione sociale dalla seconda metà dell’800 in avanti.

Qui dove ci troviamo nel cuore dell’Occidente capitalistico, le forze motrici della reazione in maniera subdola e violenta stanno operando per far arretrare, ottenendo anche evidenti risultati, la condizione materiale e lo “status” di diritti conquistati dalle classi subalterne attraverso le grandi lotte che hanno attraversato il ‘900.

Sintetizzo in poche righe, ma spero proprio di risultare efficace: stiamo andando, care compagne e cari compagni, con il passo del gambero nell’insieme della prospettiva di riscatto e di emancipazione che pure eravamo stati capaci di tracciare nel passato.

Processi che abbiamo già conosciuto , dalla finanziarizzazione dell’economia a un ritorno dell’“agire politico” attraverso la logica del notabilitato stanno spingendo, in questa crisi, verso una ricollocazione “di classe” per ampi strati di donne e di uomini.

Certo non possiamo dimenticare e sottovalutare la specificità della condizione femminile, il substrato di doppio livello di violenza che il capitalismo esercita nei confronti delle donne.

Neppure, però, possiamo circoscrivere, settorializzare, dividere un fronte di lotta che deve vederci tutte e tutti pronti a sostenere fino in fondo: il fronte di lotta del riscatto, della proposta politica, dell’idea della trasformazione radicale della società, della proposta di una nuova egemonia delle classi subalterne.

Mai come quest’anno serve un 8 Marzo di lotta, un 8 Marzo internazionalista, un 8 Marzo anticapitalista.

Buon 8 Marzo di lotta, compagne e compagni.

Franco Astengo

 

RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI,

COSTI DELLA POLITICA: UN’OPINIONE CONTROCORRENTE

Nel corso della tormentata fase politica che stiamo vivendo, nell’immediato post – elezioni, è tornato a galla il tema della riduzione del numero dei parlamentari, quale chiave di volta per la riduzione dei cosiddetti “costi della politica”.

Non sarà facile argomentare, in maniera convincente per i più, una posizione politica contraria, nell’immediato, alla riduzione del numero dei parlamentari.

Corrono tempi di furia iconoclasta, di vera e propria rozzezza istituzionale, alimentata dalla crescita di scandali nell’utilizzo del denaro pubblico davvero di difficile sopportazione: dai casi Lusi, Fiorito, del gruppo IDV alle Regioni Lazio e Liguria, fino alla vicenda di queste ore legata al nome del senatore De Gregorio (anch’egli eletto inizialmente con l’IDV) è tutto un vero e proprio “florilegio” a sostenere l’argomentazione del puro “taglio lineare”.

Tanto più che questa sembra essere l’opinione prevalente nel Movimento 5 Stelle, in questo momento riferimento essenziale per l’intero sistema politico italiano.

In questo clima complessivamente sfavorevole è però necessario tentare la formulazione di un’opinione diversa da quella che ormai appare dominante, tentando di esporre alcuni argomenti, a mio giudizio, del tutto fondamentali in una prospettiva di recupero di un’idea di serio equilibrio istituzionale.

Prima di tutto va fatto rilevare, come in frangenti di questo tipo, la soluzione ormai appare essere quella dei “tagli”, sacrificando sempre, quando tocca alla “politica” possibili spazi di partecipazione e di rappresentatività democratica, senza pensare mai a una riforma seria al riguardo del ruolo e della funzione delle istituzioni (è accaduto con le comunità montane e con le circoscrizioni, si è tentato di farlo con le province).

In secondo luogo deve essere fatto rilevare come il tema sia da impostare, invece, guardando ai “costi complessivi”, e all’esistenza di privilegi che davvero, in particolare nella condizione in cui ci troviamo, dovrebbero far arrossire chi ne usufruisce.

Partiamo dai rimborsi elettorali elargiti ai partiti (così pudicamente chiamati “rimborsi elettorali”, dopo che l’esito di alcuni referendum avrebbe dovuto abolire il finanziamento pubblico): cifre esorbitanti, fuori da qualsiasi logica di mercato quasi come la compravendita dei calciatori, elargita a soggetti alcuni dei quali, a destra, al centro, a sinistra, non rispettano l’articolo 49 della Costituzione (fuori e dentro il Parlamento).

Passiamo alla necessità di una verifica circa la realtà effettiva degli emolumenti dei parlamentari (non si tratta di tornare ai tempi del deputato-contadino Abbo di Imperia che, sprovvisto del denaro per pagarsi la pensione a Roma, utilizzava il “permanente” per dormire sul notturno Roma – Firenze e ritorno, ma una riflessione seria andrebbe fatta).

Andiamo a vedere l’enorme sottobosco rappresentato dalle cosiddette “collaborazioni” che, in realtà, svanito il radicamento sociale e territoriale dei partiti, rappresentano semplicemente l’espressione dei “comitati elettorali permanenti” dei singoli (un frutto questo della scelta di accettare supinamente l’esaustività del meccanismo della “personalizzazione della politica”, verificatosi dopo la “discesa in campo” del 1994 e mai affrontato attraverso la definizione del “conflitto d’interessi” e anzi imitato fino al sorgere, anche e addirittura, a sinistra di “partiti personali”, e ancora alimentato dalle “primarie” vera e propria esaltazione del meccanismo dell’individualismo competitivo).

Ancora, riflettiamo sull’estensione “fisica” dei palazzi del potere nel centro di Roma, ormai pressoché occupato tra Piazza del Popolo e Piazza Venezia da sedi della Camera e del Senato (evitiamo di fare l’elenco, sarebbe troppo lungo: immobili affittati a prezzi esorbitanti o acquistati fuori mercato per la gioia degli intermediari e della “nobiltà nera”). Compresa nell’elenco una terrazza posta in cima alla Galleria di Piazza Colonna, e trasformata in un “roof-garden”.

Un elenco, questo, del tutto sommario dei punti dolenti che dovrebbero essere affrontati proprio in tema di “costi della politica”, altrimenti della riduzione del numero dei parlamentari che si tradurrebbe, alla fine, mantenendo le condizioni di privilegio attuali, in un ulteriore restringimento nel rapporto tra società e politica, di lontananza di un ceto dal “reale”, della costruzione di una vera e propria oligarchia d’intoccabili e irraggiungibili.

Sono tanti gli argomenti che dovrebbero essere affrontati e non è possibile farlo, per ovvie ragioni di economia del discorso.

E’ però necessario ricordare come ci si trovi davanti ad un parlamento di “nominati” (in realtà sono state le Regioni ad adottare per prime il sistema delle liste bloccate, attraverso i famigerati “listini”, attraverso i quali promuovere oltre le igieniste dentali del cavaliere anche, senza colpo ferire i “pretoriani del principe”).

Le Regioni rappresentano comunque un vero e proprio “buco nero” al riguardo del deficit politico italiano e pare non si abbia il coraggio di affrontare la questione, partendo dall’enormità degli apparati, cresciuti a dismisura da quando vige il meccanismo dell’elezione diretta e dal fallimento di due grandi operazioni di regionalizzazione: trasporti e sanità.

Tornando alla legge elettorale occorre aggiungere che non sarà certamente il ripristino dei collegi uninominali a risolvere la questione: ricordiamo la gestione della distribuzione delle candidature nei collegi, eseguita con metodo spartitorio dalle coalizioni, con candidati “paracadutati” (Di Pietro nel Mugello, tanto per ricordare un caso eccellente) nei posti più impensati, esaltando la personalizzazione di personaggi davvero improbabili (quasi quanto quelli emersi dalla demagogica, da abolire immediatamente, elezione dei rappresentanti degli italiani all’estero).

Siamo di fronte, quindi, a esigenze di mutamento nell’”agire politico”, di razionalizzazione, di recupero delle funzioni, di applicazione della Costituzione (in questo senso non posso non rinnovare un ulteriore grido d’allarme).

Temi molto più pregnanti e incisivi di quello semplicistico della riduzione del numero dei parlamentari.

Il numero dei parlamentari deve garantire rappresentatività politica e territoriale e non si faccia, per carità, il discorso riguardante il senato USA, che ha funzioni ben diverse in un sistema dove i livelli elettivi sono molteplici, articolati e complessi nella distribuzione del potere.

Sul piano della rappresentatività politica e territoriale torna a galla il tema della legge elettorale che dovrebbe rappresentare il primo punto da affrontare da parte del nuovo Parlamento dopo il balletto della scorsa legislatura dove alla fine tutti mascheravano semplicemente l’interesse a mantenere il pessimo sistema vigente che, consente, però ai partiti il massimo di un indiscriminato potere di nomina.

Ricordo, infine, come ridefinito complessivamente il quadro istituzionale si potrà anche affrontare il nodo del numero dei parlamentari e del cosiddetto “bicameralismo paritario” o “ridondante” tra Camera e Senato e, rammentando in ultimo come, negli anni’80 il centro di Riforma dello Stato, presieduto da Ingrao e il PCI proponessero una Assemblea monocamerale di 400 componenti.

Franco Astengo

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