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Magistratura e politica.L’antico ricatto tra ambiente e lavoro già vissuto in Liguria

La supplenza esercitata, ormai da decenni, da parte della Magistratura nei confronti della politica o – ancor meglio – dell’incapacità di governo di una presunta classe dirigente, è arrivata a toccare il cuore della vita economica di un Paese. Come e perché? Determinandone attraverso una sentenza addirittura la politica industriale (o meglio, nel caso dell’Italia, quel che ne rimane).

Il rischio è quello di scrivere soltanto luoghi comuni se non ci rende conto della gravità complessiva che la sentenza di blocco della produzione, nella fase definita di “sequestro cautelativo, ai fini di bonifica”, per quel che riguarda la lavorazione “a caldo” dello stabilimento ILVA di Taranto: gravità complessiva che investe, direttamente, la possibilità stessa di produzione dell’acciaio in Italia.

Le scelte compiute, proprio sul terreno della produzione di acciaio, nella fase di dismissione delle PPSS (partecipazioni statali), risultarono esiziali: soprattutto perché eseguite in funzione di “tagliare” e non di una proposta di piano industriale, che non è possibile possa essere mantenuta – nei settori strategici – da parte dei privati.

Una dismissione che traguardava un solo possibile esito: o la chiusura d’impianti in funzione di un’esasperata logica del profitto, oppure l’esasperazione dei termini in materia di compatibilità ambientale: un tema che, per essere affrontato seriamente, avrebbe dovuto prevedere enormi livelli d’investimento sul piano della tecnologia.

Livelli d’investimento che possono essere eseguiti soltanto da un’entità pubblica, nella proprietà e nella gestione sotto il diretto controllo del Parlamento come esige la Costituzione, che opera per mantenere, com’è necessario,un’adeguata presenza industriale nel quadro delle trasformazioni tecnologiche e produttive in atto a livello mondiale.

La vicenda di Taranto mette in luce anche la debolezza della soluzione adottata per Cornigliano, stabilimento rimasto, per il tipo di lavorazioni che vi svolgono, alla mercé di altre situazioni.

La sostanza è che l’Italia, priva sotto quest’aspetto di adeguati riferimenti internazionali e del tutto insufficiente dal punto di vista della produzione di know-how, è stata scientemente privata di una politica industriale: dalle scelte sbagliate in siderurgia, alla questione morale che si è divorata la chimica ben prima di Tangentopoli, da un’altra privatizzazione sconsiderata nel campo dell’agroalimentare, dall’abbandono dell’elettronica, fino al puntare – senza il sostegno di un’adeguata ricerca scientifica e di una capacità d’innovazione – sul modello, fragile, dei distretti e del cosiddetto “Made in Italy” lasciato esposto alla fine a tutti i colpi delle delocalizzazioni e della mancata integrazione dei lavoratori stranieri, costretti in gran parte all’umiliante ruolo dei “lavoratori in nero”.

Così è intervenuta di nuovo la Magistratura, così come nel caso della corruzione politica (che rappresenta uno dei tarli che comunque continuano a rodere la nostra credibilità democratica): oggi, la domanda è drammatica, come sarà possibile per Governo, Parlamento, Partiti, Istituzioni Locali, Sindacato, trovare la strada per aprire un confronto su questa tema recuperando elementi di credibilità e di proposta, dopo anni di clamorosa latitanza, favorita dall’avere – nello specifico della città di Taranto – subito l’antico ricatto tra ambiente e lavoro, che in Liguria abbiamo vissuto drammaticamente sulla nostra pelle, con il risultato di un impoverimento complessivo e della strada aperta al meccanismo della speculazione edilizia?

Un segnale fortissimo circa la drammaticità delle cose in atto. Non basterebbe la denuncia , ma dove stanno le forze democratiche capaci di realizzare una soluzione diversa da quella “proposta/imposta” dalle sentenze.

Franco Astengo

 

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