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Sazan, Albania. L’isola disabitata e minacciata da investimenti immobiliari di lusso dei Trump. La vecchia casa fatta costruire da Mussolini


Sazan, l’Adriatico che l’Italia guarda senza vedere.

di Alessandro Dighero

Sazan (Saseno) è un’isola disabitata a largo di Valona. Circa 5 km quadrati di paesaggio quasi incontaminato: a parte alcune strutture per l’attracco delle navi, sull’isola ci sono delle strutture militari abbandonate e, come ricorda Repubblica, una casa fatta costruire da Mussolini. Saseno – Sazan, in albanese – è ora salita agli albori delle cronache grazie alla famiglia Trump: è infatti il nuovo obiettivo immobiliare di Ivanka e Jared Kushner, pronti a mettere sul piatto un investimento per una struttura super-lusso per un investimento da oltre 1 miliardo. Per gran parte della sua storia recente Sazan è stata una zona militare, un territorio interdetto. Una delle aree più sensibili dell’Albania comunista. Fino al 2017 l’isola era sostanzialmente off-limits per i civili. Il dittartore comunista Hoxha la fece trasformare in una gigantesca infrastruttura militare. Gallerie sotterranee, bunker, depositi di munizioni, installazioni radar, batterie costiere e sistemi difensivi con l’obiettivo di  disporre di una fortezza capace di resistere a un’eventuale invasione. 
 

C’è un luogo, nel cuore dell’Adriatico, che racconta più di molti discorsi ufficiali la distanza tra la retorica della tutela degli interessi nazionali e la realtà della loro concreta difesa. È Sazan, l’isola albanese che un tempo fu avamposto militare, poi spazio residuo della Guerra fredda, oggi divenuta il teatro di un progetto di riconversione privata che ha sollevato proteste, indagini, allarmi ambientali e interrogativi geopolitici.

La domanda di fondo è semplice: come può l’Italia restare così defilata davanti a un caso che incide su uno degli spazi marittimi più sensibili del Mediterraneo? L’impressione è che il governo italiano abbia scelto il profilo più comodo, quello dell’osservatore discreto, mentre attorno a Sazan si addensano elementi che meriterebbero una iniziativa diplomatica esplicita, un monitoraggio parlamentare costante e una presa di posizione netta in sede europea.

La cronaca recente ha reso il quadro ancora più delicato. Le proteste in Albania hanno coinvolto migliaia di persone e decine di organizzazioni ambientaliste, preoccupate per l’impatto del progetto su un’area protetta che comprende Sazan e i sistemi costieri limitrofi. Nel frattempo, l’ufficio speciale anticorruzione albanese, SPAK, ha aperto un’indagine sui titoli di proprietà e sulle transazioni immobiliari connesse al progetto, segnalando un livello di attenzione giudiziaria che da solo dovrebbe consigliare prudenza assoluta.

Eppure, proprio mentre il dossier si carica di implicazioni pubbliche, il governo italiano resta quasi invisibile. Nessuna linea forte, nessun richiamo politico di peso, nessuna iniziativa che faccia capire che l’Italia considera l’Adriatico una priorità strategica e non un corridoio periferico. Questa passività appare tanto più grave se si considera che il progetto tocca anche il percorso europeo dell’Albania, Paese candidato che dovrebbe essere spinto verso standard più elevati di trasparenza, partecipazione e tutela ambientale, non incoraggiato a trattare aree sensibili come merce di scambio per investimenti privilegiati.

Il nodo geopolitico. Sazan non è un’isola qualsiasi. La sua posizione all’imbocco del golfo di Valona e lungo la direttrice che conduce all’Adriatico le conferisce un significato che va oltre il perimetro locale. È per questa ragione che il riferimento alla “nuova Gibilterra” non è un’esagerazione giornalistica, ma un modo per descrivere il rischio di una trasformazione funzionale: da spazio aperto e pubblicamente governato a enclave chiusa, ad alta intensità economica, dove la sovranità formale dello Stato rischia di indebolirsi sotto il peso di interessi privati e rapporti opachi.

Qui si misura la vera debolezza politica del governo italiano? Se un’area così sensibile viene progressivamente consegnata a una logica di esclusività e di capitale, l’Italia non può limitarsi a osservare. Il suo silenzio non è neutralità: è rinuncia a definire il perimetro dei propri interessi in un tratto di mare che riguarda sicurezza, traffici, ambiente e stabilità regionale.

Il silenzio italiano. La questione non è solo ciò che accade in Albania. È anche ciò che non accade a Roma. Un governo consapevole del proprio ruolo dovrebbe pretendere trasparenza sugli assetti dell’operazione, chiedere verifica piena degli impatti ambientali, sollecitare il rispetto rigoroso delle regole europee e far capire che il Mediterraneo adriatico non può essere ripensato fuori da una cornice di responsabilità pubblica.

Invece l’Italia sembra accettare la marginalizzazione del proprio punto di vista. Questo atteggiamento è politicamente costoso perché lascia il campo libero a una doppia narrazione: da un lato, quella del governo albanese, che presenta il progetto come opportunità; dall’altro, quella dei promotori privati, che descrivono Sazan come spazio da “scoprire” e valorizzare, quasi fosse territorio neutro e non un bene strategico e ambientalmente fragile. In mezzo, resta l’Italia, incapace di fare da contrappeso politico e di affermare una visione di interesse generale.

Un caso europeo. La vicenda ha anche una dimensione europea. La Commissione europea ha già avvertito che il progetto deve rispettare gli standard ambientali dell’Unione, e questo significa che Sazan non è una questione locale, ma un test sulla capacità dell’Europa di far valere le proprie regole nei Paesi candidati. Se queste regole vengono percepite come negoziabili, il danno non riguarda soltanto l’Albania: si indebolisce l’autorità dell’intero processo di allargamento.

Per questo il caso Sazan è rivelatore. Mostra quanto sia fragile il confine tra sviluppo e appropriazione, tra investimento e pressione politica, tra valorizzazione e perdita di controllo democratico. Mostra anche quanto sia debole, oggi, la postura italiana quando dovrebbe intervenire per difendere un interesse che è insieme nazionale, europeo e mediterraneo.

Cosa emerge. Da questa vicenda emergono almeno quattro elementi:

  • Un progetto contestato per impatti ambientali e profili di trasparenza.
  • Un quadro giudiziario e investigativo tutt’altro che chiuso.
  • Un rischio geopolitico legato alla trasformazione di un nodo strategico dell’Adriatico.
  • Una passività italiana che appare sempre più come una rinuncia politica, non come prudenza diplomatica.

La vera notizia, allora, non è soltanto ciò che accade a Sazan. È che l’Italia, pur avendo interessi diretti in quell’area, sembra limitarsi a guardare mentre una questione strategica si trasforma in una prova di forza tra capitale privato, pressione politica e fragilità istituzionale.

Alessandro Dighero


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