Carlo Goldoni è considerato uno dei più importanti commediografi italiani, autore tra l’altro di una riforma teatrale che segnò il passaggio dall’estemporaneità della commedia dell’arte al teatro modernamente inteso.
di Tiziano Franzi

I suoi testi sono infatti sempre legati a precise occasioni concrete e tengono conto delle esigenze degli attori, delle compagnie, ma soprattutto nei suoi testi portò la realtà quotidiana sul palcoscenico.
L’intera opera goldoniana si offre come un’ininterrotta serie di situazioni, si svolge attraverso un “quotidiano parlare“, a una attenta rappresentazione del reale, volta a riportare nel teatro proprio quella realtà che il fenomeno della commedia dell’arte, attraverso la propria degenerazione, aveva allontanato.
Nel linguaggio in cui si esprimono i suoi personaggi, che passa continuamente dall’italiano al veneziano e viceversa, Goldoni dà spazio a diversi usi sociali della lingua, in base alle varie situazioni in cui vengono a trovarsi i personaggi delle sue opere. Il dialetto veneziano non è per Goldoni uno strumento di gioco, ma un linguaggio concreto e autonomo, diversificato secondo gli strati sociali dei personaggi che lo utilizzano.
Nel 1736, all’età di ventinove anni, Carlo Goldoni venne a Genova al seguito di una compagnia teatrale che godeva del sostegno anche economico della famiglia Durazzo, allora molto importante in città. Alloggiò al civico 12 di Vico Sant’Antonio, tra via Balbi e via di Pré.
Dalla finestra della sua camera, un giorno vide la giovane Nicoletta Conio figlia di un notaio del Banco di San Giorgio, che abitava nella casa di fronte e se ne innamorò. Dopo una breve frequentazione, i due convolarono a nozze nella Chiesa di San Sisto in via Prè.
Una targa in marmo, piuttosto sbiadita dal tempo, ricorda la casa in cui il commediografo abitava. Essa recita:
ATTERGATO AL VECCHIO TEATRO DEL FALCONE
IL PROSSIMO CEPPO DI CASE RICORDA
UNA FELICE UNIONE DI AMATISSIMI CUORI
ONDE TRA CARLO GOLDONI VENEZIANO
E NICOLETTA CONNIO GENOVESE
PARVE AUSPICATA UNA PACE FRATERNA DI POPOLI
NEL PRESENTIMENTO DELLA ITALIA FUTURA
A MEMORIA DEL 1736 POSE NEL MARZO DEL 1907
L’ACCADEMIA FILODRAMMATICA ITALIANA


Nelle suo Memorie Goldoni ricorda che proprio il giorno del matrimonio egli aveva la varicella e descrive Nicoletta come una donna “cara,onesta e graziosa“, capace di accettare le sue debolezze (come il vizio del gioco e le scappatelle amorose) e di riportarlo a una vita giudiziosa dopo anni di “errabondaggio […],che mi indennizzò di tutte le male azioni fattemi dalle donne, e mi riconcilio’ col bel sesso“l matrimonio durò per tutta la vita e fu un punto di riferimento importante per l’equilibrio lersonale e artistico del commediografo.
Dopo il matrimonio la coppia si trasferì a Venezia. Nonostante le profonde differenze tra la società genovese e quella veneziana, Nicoletta seppe adattarsi grazie a un forte intuito e a una spiccata intelligenza pratica.
Le cronache del tempo descrivono infatti un Carlo Goldoni piuttosto “farfallone” e dedito al gioco, spesso in mano agli strozzini. La moglie, che ben lo conosceva nelle sue grandi qualità di artista e nelle sue debolezze di uomo, seppe seguirlo per oltre quarant’anni, consigliandolo ed indirizzandolo, infondendogli continuamente sicurezza e fiducia.
Il matrimonio, pur nella particolare interpretazione sociale che ne dà Goldoni, è protagonista di molti dei suoi testi, come: “Il matrimonio per concorso” (1763) o “Le nozze” (1755).
La missione di rinnovamento del teatro doveva essere compiuta, a tutti i costi e Nicoletta seguì Goldoni presso i teatri di tutta Europa, sopperendo spesso grazie alla capacità economica della famiglia di origine, agli sperperi inauditi di danaro ed ai debiti di gioco da parte del marito, e tollerando i numerosi tradimenti.
Per ringraziare la famiglia della moglie, alfine Goldoni accettò l’incarico di Console della Superba a Venezia, carica prestigiosa che ricoprì tra il 1740 e il 1744 (con un’intensissima attività documentata in particolare dal gennaio 1741 al marzo 1743) che gli imponeva di gestire i rapporti commerciali, tutelare i sudditi e i cittadini genovesi nel territorio veneziano, e affrontare emergenze sanitarie o delicate questioni politico-diplomatiche. Durante quegli anni egli inviò regolarmente al Senato della Repubblica di Genova ben 108 dispacci, in cui descriveva la vita veneziana, casi di cronaca, vicende giudiziarie e questioni diplomatiche.
Il commediografo però faticò a ottenere il compenso stabilito e a ricevere il rimborso per le spese postali sostenute per mantenere i contatti con Genova e l’incarico si rivelò per lui ancora fonte di debiti a cui il suocero Agostino Conio dovette nuovamente sopperire.
Tiziano Franzi
